Il 28 agosto 1877, nella sua casa di Alençon, moriva Zelia Guérin Martin. Aveva 45 anni (ne avrebbe compiuti 46 a dicembre). Moriva giovane, con il corpo consumato dalla malattia e dalle fatiche di una vita intensa. Ma ciò che colpisce, rileggendo la sua vita, non è soltanto la sofferenza che attraversò. È la lucidità con cui Zelia affrontò la morte. La coscienza di ciò che stava accadendo. E, dentro quella coscienza, una fede che non aveva bisogno di negare il dolore per continuare a sperare. Zelia non è una santa perché non ha avuto paura. È santa perché ha imparato a non lasciare che la paura avesse l’ultima parola.
Era una donna forte, e la sua forza non aveva nulla della durezza della madre che con lei era stata severa e anaffettiva. Era la forza di chi ama. Una forza concreta, quotidiana, fatta di lavoro, responsabilità, preoccupazioni, maternità, malattia. Una forza che conosceva la fatica e non la nascondeva. Amava Luigi. Lo amava con quella tenerezza profonda che nasce quando due persone decidono di condividere non soltanto i giorni facili, ma tutta la vita. Luigi Martin era per lei marito, amico, padre dei suoi figli, presenza nella quale trovare sostegno e con la quale affrontare anche le prove più dure. La santità non li ha sottratti alla vita, li ha immersi più profondamente dentro di essa.
Zelia amò le sue figlie con una passione materna che impressiona ancora oggi. Ne ebbe nove, ma quattro morirono ancora piccoli. Cinque figlie arrivarono all’età adulta: Maria, Paolina, Leonia, Celina e Teresa. In ciascuna di loro Zelia vedeva un dono affidatole da Dio. Non voleva semplicemente che fossero brave ragazze. Desiderava che diventassero donne capaci di amare e di riconoscere la propria vocazione. Anche quando la malattia avanzava, il suo pensiero rimaneva rivolto a loro e le prepara al distacco.
Una madre che sa che dovrà morire deve imparare un amore ancora più grande: quello che lascia andare. Ed è proprio il modo con cui Zelia affronta la morte a interrogare profondamente il nostro tempo. La malattia al seno, iniziata anni prima, diventa progressivamente più grave. Nell’estate del 1877 non ci sono più illusioni. Zelia sa che sta morendo e non fugge da questa consapevolezza. La guarda, la attraversa e la consegna a Dio. Non c’è in lei una spiritualità fatta di frasi rassicuranti. C’è piuttosto la concretezza di una donna che ha imparato, durante tutta la vita, a mettere nelle mani di Dio ciò che non poteva controllare.
Zelia muore sapendo di morire. E tuttavia non muore disperata. La sua fede non cancella il dolore, ma gli impedisce di diventare l’unico linguaggio possibile. La morte non è per lei una semplice interruzione, né qualcosa da rimuovere con il silenzio. È un passaggio che affronta con la consapevolezza di essere figlia di Dio. Il 28 agosto, mentre la vita si spegne, accanto a lei ci sono Luigi e le figlie. Ci sono gli affetti essenziali di una vita. Il marito amato. Le figlie. La casa. La fede.
Noi viviamo in una cultura che spesso ci invita a rimuovere la morte, a nasconderla, a considerarla un incidente che interrompe il progetto della vita. Zelia ci mostra un’altra strada: guardare la morte con gli occhi della fede senza smettere di amare la vita. Zelia non è una donna che desidera morire. È una donna che, sapendo di dover morire, continua ad amare. Continua a preoccuparsi delle sue figlie. Continua a pensare a Luigi. Continua a vivere fino all’ultimo istante ciò che ha ricevuto come vocazione.
Quando Zelia muore, Teresa ha appena quattro anni. Non potrà conservare il ricordo di sua madre come lo conserveranno le sorelle più grandi ma quella maternità continuerà a parlare nella sua vita. Anni dopo, Teresa diventerà santa Teresa del Bambino Gesù. È difficile non pensare che una parte di quella fiducia che Teresa vivrà nella sua piccola via sia stata respirata proprio nella casa di Alençon e anche attraverso il modo in cui si muore. Zelia muore come ha vissuto: affidandosi. Quando arriverà il momento in cui non potremo più programmare, controllare, aggiustare nulla, sapremo anche noi dire, come lei, che la nostra vita è nelle mani di Dio?
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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