CORRISPONDENZA FAMILIARE

Come aiutare gli sposi a camminare mano nella mano

31 Agosto 2026

Foto di Gabriel Tovar:

La Chiesa italiana ha recentemente pubblicato le linee di orientamento per l’attuazione del cammino sinodale: Radicati e costruiti in Cristo (2026). Questo documento non sostituisce ma rimanda a quello approvato nello scorso ottobre dall’assemblea sinodale della Chiesa italiana: Lievito di pace e di speranza (2025). In entrambi i testi non si parla di famiglia se non in modo marginale; ma soprattutto non si parla della coniugalità che invece rappresenta l’architrave dell’esperienza familiare. Nel testo approvato a larga maggioranza dall’assemblea sinodale italiana non s’incontra mai la parola coniugi o matrimonio. E neppure fidanzamento. Un’assenza che pesa non poco e registra una preoccupante disaffezione rispetto ad un tema che, prima e più di tanti altri, attraversa e qualifica l’esperienza umana.

Relegare la famiglia ai margini della vita ecclesiale, come uno dei tanti capitoli della missione, a me pare una macroscopica miopia. Tanto più nel contesto di una cultura che fa di tutto per sminuire il valore della famiglia e non fa niente per favorire e/o sostenere la comunione coniugale. È una miopia perché dimentica quello che profeticamente diceva Giovanni Paolo II e cioè che “l’evangelizzazione, in futuro, dipende in gran parte dalla Chiesa domestica” (Familiaris consortio, 65). La fragilità della famiglia non solo impoverisce quelle relazioni affettive che sono alla base della vita personale e sociale, con conseguenze piuttosto prevedibili, ma indebolisce anche l’esperienza e la trasmissione della fede.

Tempo fa, al termine di un lungo colloquio, una coppia di sposi mi ha inviato parole di sincera gratitudine:

Caro don Silvio, ci tenevamo soltanto a dirvi un grazie che viene davvero dal profondo del cuore per la pazienza, la grazia e la dolcezza con cui ci avete accolto e ascoltato.

A volte basta un piccolo granello di dolore, quel piccolo sassolino nella scarpa, per oscurare la meraviglia del panorama dopo che si è faticato tanto per salire in cima. Certi momenti e certe ferite restano scolpiti dentro, è vero, ma ci avete dato la forza di guardarci di nuovo negli occhi e riprendere a camminare insieme, mano nella mano.

Sappiamo che la vita presenterà ancora altre salite e che ci saranno altri momenti in cui ci faremo del male, ma con la presenza di Dio accanto abbiamo riscoperto la speranza di saper scegliere il bene, di perdonare e di “mettere l'orgoglio al suo posto”. Stiamo cercando con tutto me stesso di imparare a farlo, anche se a volte non è una questione di testa o di orgoglio, ma solo il dolore immenso di sentirsi feriti proprio dalla persona che amiamo di più.

Avete toccato le corde giuste, trovando le parole perfette proprio quando ne avevamo più bisogno. Grazie di cuore per la vostra presenza. Come sempre siete stato un dono prezioso per noi.

Questa confidenza è solo un frammento di una realtà molto più ampia e diffusa tra gli sposi. La comunione coniugale non è il frutto istintivo dell’amore ma una vera e propria conquista che richiede impegno, buona volontà e, soprattutto, tanta umiltà per risanare le ferite e ricominciare il cammino a due. Questo dinamismo non è affatto scontato, anzi l’esperienza ci costringe a registrare un numero sempre maggiore di sposi che non hanno più la forza di lottare per custodire il patto nuziale. Un’autentica débacle, stando alle statistiche impietose, che però non inquieta nessuno, nemmeno la comunità ecclesiale. Il mondo cattolico sembra avere altre urgenze, evidentemente ritiene che altri siano gli ambiti della vita sociale in cui si gioca il futuro dell’umanità.

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A mio parere, invece, il ruolo della famiglia non solo resta decisivo ma lo sarà sempre più nei prossimi decenni. Anni fa il cardinale Carlo Caffarra (1938-2017) ha rivelato che agli inizi degli anni ’80, quand’era Preside del neonato Istituto di Studi su matrimonio e famiglia fondato nel 1981 da Giovanni Paolo II, ha ricevuto, una lettera da parte di Suor Lucia di Fatima che indicava la famiglia come il grande terreno di scontro tra il bene e il male.

Parlare di famiglia non basta, è necessario accompagnare e sostenere gli sposi perché, come scriveva Giovanni Paolo II, “la famiglia prende inizio dalla comunione coniugale” (Gratissimam sane, 7). La famiglia è un sistema complesso di relazioni: non solo il legame coniugale e quello genitoriale, ma anche i rapporti tra fratelli e sorelle. Senza dimenticare tutti gli altri ambiti in cui la famiglia vive ed opera: la casa, il lavoro, la parentela, gli amici, la comunità ecclesiale … Un vero e proprio mosaico. E tuttavia, se non vogliamo perdere la specificità della famiglia, dobbiamo riconoscere che il cuore di quest’esperienza, ciò che genera e mantiene vivo l’universo familiare, è la comunione coniugale. Ed è proprio questo, oggi, il punto più debole, quello che più spesso s’indebolisce, generando una crisi a cascata.

Un generico impegno per la famiglia che non passa per la coniugalità è del tutto inefficace. È necessario che l’impegno per la famiglia acquisti una specifica impronta coniugale. Se la comunione coniugale diventa forte, tutta la famiglia ne riceve stabilità. Una coppia che cammina nell’amore, veste di amore le altre relazioni, interne o esterne alla comunità domestica.

Oggi non si parla abbastanza della coniugalità. Senza questo impegno saremo costretti a notificare il fallimento dell’amore fino al punto che apparirà un sogno irrealizzabile, una piacevole illusione. L’indissolubilità del matrimonio sarà presentata come un obiettivo che non possiamo proporre a tutti, come uno degli sport estremi. È una deriva alla quale molti sono già abituati. Anche in ambito cattolico. Io invece penso che il male può suscitare una legittima inquietudine ma non può né deve spaventare perché sappiamo – ed è ancora Giovanni Paolo II a ricordarlo – che “le forze divine sono di gran lunga più potenti delle difficoltà!”. Niente paura.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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1 risposta su “Come aiutare gli sposi a camminare mano nella mano”

E’ proprio vero don Silvio. Lo affermano da anni anche gli studi laici in varie parti del mondo. Anzi sono proprio loro, paradossalmente, a confermare quello che dice il Magistero. Il fidanzamento, il desiderio di coniugalità stabile, duratura e monogamica, i figli e il progetto di famiglia nascono presto nei giovani e vanno coltivati, sostenuti, spronati ed elevati al livello di amore coniugale. L’ideale non può restare alle emozioni qui e ora ma và spronato verso la costruzione della famiglia.

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