C’è una fotografia che non abbiamo visto e che pure, da quando ho letto questa storia, continua a tornarmi davanti agli occhi: quella di un ragazzo di diciannove anni che cammina nella notte con un neonato appena nato tra le braccia. Non so che cosa pensasse. Non so se avesse paura, se tremasse, se piangesse. Non so se avesse davanti agli occhi il volto della ragazza di sedici anni che aveva appena partorito in casa, né quali parole si fossero detti quei due ragazzi davanti a quella vita improvvisamente diventata così grande. So soltanto che quel bambino non lo ha lasciato.
Ha inventato una storia, questo sì. Ha detto di aver trovato per strada un neonato abbandonato. Ha fornito false generalità e per questo è stato denunciato per simulazione di reato e false dichiarazioni ma c’è un dettaglio che, nella durezza necessaria della cronaca giudiziaria, rischia di perdersi: mentre simulava un abbandono, non ha mai abbandonato suo figlio. E io provo per quel padre una tenerezza infinita perché dentro quel gesto maldestro, doloroso, perfino paradossale, io vedo tutta la fragilità di un ragazzo che si è trovato davanti a una responsabilità immensamente più grande di lui.
Diciannove anni. Sedici lei. Due ragazzi diventati genitori forse senza avere ancora imparato fino in fondo a essere figli. E un bambino. Mattia, così lo hanno chiamato in ospedale, è arrivato al Cardarelli in buone condizioni, dopo essere stato soccorso prima al Santobono. Anche la giovane madre sta bene. Ma che cosa è successo davvero quella notte? Credo che la domanda più importante non sia soltanto: perché hanno simulato l’abbandono? Ma perché hanno pensato di non poter tenere il loro bambino? Qui comincia la responsabilità del mondo adulto.
È troppo facile guardare quei due ragazzi e dire: irresponsabili. Troppo facile fermarsi alla denuncia, al gesto sbagliato, alla bugia raccontata ai carabinieri. La legge farà il suo corso, ed è giusto che sia così. Ma una società che si limita a giudicare due adolescenti quando diventano genitori senza essere pronti a esserlo, è una società che arriva sempre dopo. Qualcuno aveva parlato con loro della gravidanza? Qualcuno aveva saputo? Qualcuno aveva offerto una possibilità concreta? Qualcuno aveva detto a quella ragazza di sedici anni: non sei sola? Qualcuno aveva detto a quel ragazzo di diciannove: tu sei il padre, e anche se oggi hai paura, puoi imparare a esserlo?
Non conosciamo la loro storia e sarebbe ingiusto inventarla. Non sappiamo se ci siano state famiglie assenti, difficoltà economiche, paura del giudizio, solitudine o altre ragioni. Sappiamo però una cosa: quei due ragazzi hanno avuto così paura di non poter crescere il loro figlio da escogitare un modo per consegnarlo alle cure degli altri senza dire che era loro. E questa è una domanda che riguarda tutti noi. Non hanno lasciato il bambino in un fosso. Non lo hanno lasciato al buio. Non sono fuggiti. Il padre lo ha preso in braccio, ha camminato e ha chiamato i soccorsi. È come se non fosse riuscito a dire: «Questo è mio figlio e non so come fare», e allora avesse trovato l’unico modo che in quel momento gli sembrava possibile per dire: «Qualcuno si prenda cura di lui». Secondo me è una differenza enorme. Prima di chiedere a quei due ragazzi di essere adulti, la società si chiedesse se noi adulti siamo stati capaci di esserlo abbastanza.
Una comunità adulta non è quella che applaude quando un bambino viene salvato e poi si volta dall’altra parte. È quella che si domanda che cosa accadrà domani. Chi accompagnerà quella madre di sedici anni? Chi aiuterà quel ragazzo di diciannove? Se intorno a Mattia sapremo costruire una rete abbastanza forte da non costringere nuovamente i suoi genitori a nascondersi.
Nella notte, un padre mentre cercava un modo sbagliato per consegnare suo figlio alla salvezza, ci ha ricordato una verità che gli adulti dimenticano troppo spesso: un figlio non è mai soltanto una responsabilità. È una vita che chiede di essere accolta. Mattia possa un giorno sapere che, quella notte, suo padre ebbe paura di non essere capace di crescerlo eppure, prima di tutto, non lo lasciò solo. Non sappiamo se saranno in grado o sono nella condizioni di crescere un figlio, certamente tutto questo deve essere appurato per il bene di Mattia ma fa bene riconoscere il bene quando c’è.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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