1 Settembre 2026

La vita non è la sua malattia, una lezione da Dario Franceschini

Credo che la cosa più preziosa della bella intervista che il Corriere della Sera ha realizzato a Dario Franceschini, senatore del Pd, in questi giorni non sia la confessione della malattia, il Parkinson, per quanto dolorosa e coraggiosa, ma ciò che viene dopo quella confessione: il modo in cui un uomo costretto a fare i conti con la propria fragilità prova a non consegnare alla malattia l’ultima parola sulla propria vita. Franceschini racconta di avere imparato molto da Vincenzo Mollica, anche lui alle prese con la stessa patologia, e cita quei video nei quali il giornalista racconta la sua esperienza. È una sorta di passaggio di testimone fra due uomini molto diversi, ma accomunati da una stessa domanda: che cosa resta di una persona quando il corpo comincia a sottrarle, giorno dopo giorno, alcune delle possibilità che prima sembravano semplicemente normali?

La risposta di Franceschini è sorprendentemente semplice, proprio perché non è affatto banale: «È fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare». Non dice che bisogna essere forti. Non dice che bisogna fingere che vada tutto bene. Non promette una vittoria sulla malattia che la medicina, al momento, non può promettere. Dice una cosa più grande: bisogna avere una ragione per alzarsi dal letto. Franceschini racconta con sincerità di aver cercato inizialmente di nascondere il Parkinson. È comprensibile. Viviamo dentro una cultura che ama le persone finché sono efficienti, autonome, veloci, performanti; una cultura nella quale persino la malattia sembra diventare qualcosa di cui vergognarsi, quasi fosse una crepa da occultare perché non comprometta l’immagine che gli altri hanno di noi. E per un uomo abituato alla politica, al potere, alle decisioni, alle riunioni, ai palcoscenici, dichiararsi fragile deve essere ancora più difficile. Poi, però, accade qualcosa.

La malattia gli toglie, dice Franceschini, ma in qualche modo gli restituisce. Gli toglie il senso dell’invincibilità, l’ansia di essere sempre all’altezza, la necessità di controllare ogni dettaglio, e forse proprio attraverso questa sottrazione gli permette di vedere meglio ciò che prima restava sullo sfondo. Gli avversari politici diventano uomini prima che avversari; i retroscena perdono il loro peso; le ambizioni si ridimensionano; la salute smette di essere un dato scontato e diventa una questione di giustizia, soprattutto quando si accorge che curarsi davvero non significa soltanto avere accesso a un farmaco, ma poter incontrare uno psicologo, un fisioterapista, un logopedista, poter essere accompagnati nella fatica quotidiana.

È una delle contraddizioni misteriose dell’esistenza: talvolta è proprio ciò che ci ferisce a insegnarci a guardare. E allora diventa importante anche ciò che Franceschini dice agli altri malati: non isolatevi, continuate a vivere. È una frase che potrebbe sembrare scontata, se non fosse pronunciata da chi sa esattamente quanto può costare, in certi momenti, allacciarsi un bottone, camminare senza perdere l’equilibrio, scandire una parola, accettare che il proprio corpo abbia cambiato ritmo. Continuare a vivere non significa fare finta di essere quello di prima. Significa, forse, imparare una nuova grammatica dell’esistenza, nella quale anche un gesto più lento può avere un significato, un incontro può diventare più prezioso, una giornata apparentemente ordinaria può contenere una ragione sufficiente per essere vissuta.

«Svanisce, di colpo, l’obbligo di essere super performante» dice Franceschini. Quanta parte della nostra infelicità nasce da questo obbligo invisibile. Dobbiamo riuscire, produrre, correre, rispondere, essere impeccabili, non mostrare cedimenti, non far vedere la paura. E finiamo per dimenticare che una persona non vale per ciò che riesce a fare, ma per ciò che è. La malattia, quando arriva, può diventare una spietata maestra di questa verità. Ci costringe a deporre l’illusione di bastare a noi stessi. Ci ricorda che abbiamo bisogno degli altri e che non c’è nulla di umiliante nell’essere accompagnati. Ci insegna che chiedere aiuto non è una sconfitta e che anche la lentezza può essere una forma di fedeltà alla vita.

Nella casa sarda mentre Franceschini parla della sua malattia, delle medicine, degli equilibri che diventano più precari, delle parole che costano maggiore sforzo, del futuro che non può più essere guardato con la stessa ingenua sicurezza di prima, fuori ci sono anche i fichi, l’uva, il mare, una moglie che entra nella stanza con un sorriso, una figlia che aspetta di uscire, un libro da finire, una telefonata da fare, una riunione, una storia da scrivere. Abbiamo bisogno di un perché che preceda la prestazione, che non dipenda dal successo, dalla salute, dall’efficienza. La vita è più grande delle nostre prestazioni. È più grande persino delle nostre ferite. E ogni mattina, finché ci è dato di aprire gli occhi, ci domanda ancora una volta: per chi, per che cosa, vale la pena esserci oggi? Avere una risposta, anche piccola, potrebbe essere una delle forme più profonde della speranza.



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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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