Semi della Teologia del corpo nei classici del cinema. Titanic
Di regia di James Cameron - screenshot catturato da Valerio79, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1700971
Alt. So già cosa state per dire: che c’entra un’americanata come Titanic con le riflessioni stupende di Giovanni Paolo II circa il dono della sessualità e del matrimonio? Come già spiegato al momento di presentare la mia nuova rubrica “Semi della Teologia del corpo”, non intendo forzare le intenzioni degli autori, definendo “cristiani” contenuti che cristiani non sono. Intendo, piuttosto, puntare un faro verso i semi di verità sull’amore di tipo sponsale presenti nelle canzoni, nei libri, nelle serie tv o nei film più amati. Lo scopo? Non certo vedere a ogni costo il Vangelo dove non è neppure nominato, ma creare un “ponte” tra la nostra cultura e l’annuncio salvifico di Cristo.
Quando presentai in università un progetto di tesi volto a mettere in luce alcuni aspetti dell’antropologia duale cristiana nel cinema hollywoodiano, trovai un certo scetticismo, comprensibile, da parte di alcuni docenti.
Erano persone preparate e seppero giustificare il loro timore: il mondo del cinema, infatti, di rado propone messaggi cristiani e accostare contenuti mondani alla fede cattolica poteva essere un’operazione rischiosa. Trovai, però, una professoressa di antropologia disponibile a seguire il mio progetto. Non sarebbe stato un lavoro basato sul mero sentimentalismo: avrebbe mantenuto un’impostazione accademica rigorosa.
Realizzai così, presso la facoltà di Comunicazione Sociale Istituzionale della Chiesa (PUSC, Roma) una tesi intitolata: La relazione d’amore nel cinema e la vocazione cristiana al matrimonio. Punti di contatto tra l’antropologia duale presentata in film di successo di ispirazione non religiosa e la visione della Chiesa sull’amore tra uomo e donna.
Decidemmo, con la docente che mi seguiva, di prendere in esame tre film tra i più conosciuti e apprezzati: Titanic (1997), Ghost (1990) e Pearl Harbor (2001).
Non è possibile riassumere una tesi di laurea in un articolo. Per questo ho pensato a una vera e propria rubrica, nella quale soffermarci, di volta in volta, su aspetti diversi.
Oggi vorrei partire da un tema fondamentale: il desiderio di essere amati nella propria unicità, aspetto fondante nella visione teologica della Chiesa quando si parla di amore sponsale.
Inoltre, nella prospettiva cristiana, il matrimonio non è semplicemente la somma di due individui che stanno bene insieme. È la nascita di un “noi” unico, irripetibile, fondato sulla reciproca donazione.
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Come possiamo intravedere qualcosa di tutto questo in Titanic, classico del cinema diretto da James Cameron?
Rose: una persona che nessuno sembra vedere
Sin dall’inizio, la storia ci presenta Rose come una ragazza infelice e sfiduciata. È costretta dalla madre a vivere in un ambiente che percepisce come soffocante e a portare avanti una relazione con un uomo molto ricco, Cal, che non ama e dal quale non si sente né amata né rispettata.
Cal può offrirle moltissimo dal punto di vista materiale. Dopo averle regalato il preziosissimo diamante chiamato “Cuore dell’oceano”, le dice: “Non c’è nulla che io non possa darti”.
Ma proprio qui il film introduce una distinzione importante: si può dare moltissimo a qualcuno senza donarsi realmente a lui, lei.
Rose è circondata da ricchezza, ma non si sente conosciuta. La madre pretende di decidere per lei; Cal pretende di possederla. Nessuno sembra davvero interessato a comprendere che cosa accada dentro di lei.
Da anziana, ricordando quel periodo, racconterà: “Avevo davanti agli occhi tutta la mia vita, come se l’avessi già vissuta. Un’infinita processione di feste, balli di società, yacht, partite di polo… Sempre la stessa gente gretta, lo stesso stupido cicaleccio. Mi sentivo sempre come sull’orlo di un precipizio, e non c’era nessuno a trattenermi, nessuno a cui la cosa importasse o che se ne rendesse almeno conto”.
È una frase decisiva.
Rose non dice semplicemente: “Non sono felice”.
Dice, in sostanza: “Nessuno vede ciò che mi sta accadendo”.
Se l’altro ti vede davvero
Quando Jack incontra Rose, non conosce ancora la sua storia, il suo patrimonio, la sua posizione sociale. Non sa che è fidanzata con uno degli uomini più ricchi della nave.
La vede semplicemente come una persona in difficoltà.
Quando la trova a sporgersi dalla nave, cerca di trattenerla. Inizia a parlarle. La ascolta.
Da quel momento nasce una relazione.
La trama la conosciamo tutti. Ma vorrei chiedervi di fare uno sforzo: lasciare per un momento da parte le frasi a effetto, l’idealizzazione dell’amore, le critiche legittime che si possono muovere al film e persino le parodie sulle scene più conosciute.
Proviamo a chiederci: perché una storia come questa riesce a toccare così profondamente l’immaginario di milioni di persone?
È soltanto merito della spettacolarità, della musica, della sceneggiatura e della tragedia finale?
O forse la storia intercetta anche qualcosa che desideriamo profondamente?
Il primo seme: essere amati nella propria unicità
Quando una persona ama veramente, non dice semplicemente: “Ho bisogno di qualcuno”.
Dice, piuttosto: “Voglio al mio fianco proprio te”.
Non una persona qualunque che possa riempire il mio bisogno di affetto, ma proprio tu, con la tua storia, il tuo volto, la tua irripetibilità.
È qualcosa che il film esprime, almeno in parte, attraverso lo sguardo di Jack, che, per usare le parole di C. S. Lewis nei Quattro amori, mostra una “lieta preoccupazione nei confronti dell’amata, considerata nella sua totalità”.
Il secondo seme: il desiderio non è possesso
Cal può offrire alla fidanzata una posizione sociale, una vita agiata. Jack, invece, non ha denaro, ma con lui Rose è libera, è vista davvero, può sorridere.
Cal cerca di comprare la donna con le cose; Jack ha poco da offrire, ma in realtà dà tutto a Rose, perché le dona sé stesso.
Ecco un altro punto di contatto con l’amore sponsale dal punto di vista cristiano: lo sposo, o la sposa, non si appropriano l’uno dell’altro, non si comprano e non si vendono, ma si ricevono reciprocamente come dono.
Il terzo seme: il dono di sé nell’intimità è autentico se trova riscontro nella vita
Jack e Rose vivono l’intimità in un contesto diverso da quello proposto dalla morale cristiana. Dire il contrario sarebbe una forzatura.
Nella visione cristiana, infatti, il dono del corpo trova il suo luogo nel matrimonio, perché esiste una donazione della persona che coinvolge la totalità della vita: libertà, fedeltà, fecondità, responsabilità e indissolubilità.
Quando Jack e Rose fanno l’amore, invece, non sono sposati.
Eppure, il film, anche in questo frangente, sembra intuire qualcosa di vero: l’intimità corporea è espressione dell’amore se richiama una donazione che coinvolge tutta la persona.
Titanic non presenta la visione cristiana sulla sessualità, non viene pronunciato alcun “Sì” davanti a Dio, prima che i due diventino una sola carne. Ma, nei fatti, ci viene presentato un amore che punta alla totalità per i seguenti motivi: Jack non fa l’amore con Rose per poi tirarsi indietro nelle difficoltà (quando la nave sta affondando). Né salva Rose per ottenere qualcosa da lei (non si fa vedere “coraggioso” con un secondo fine). Non rimane accanto alla donna perché spera di possederla. Vuole il suo bene, la vuole salva, la vuole viva, ad ogni costo. Nel momento decisivo, la sua stessa vita diventa il prezzo della salvezza dell’altra.
È qui che il film raggiunge il suo vertice simbolico: l’amore, espresso anche mediante il corpo, viene associato al dono di sé fino alla perdita di sé.
Questo non trasforma Jack in un modello di marito cristiano, né rende cristiana la relazione rappresentata nel film.
Ma ci permette di riconoscere un desiderio umano profondissimo che è al centro della Teologia del corpo: vorremmo essere amati da qualcuno che, davanti alla nostra fragilità, non scappi. Anzi, ci custodisca con tenerezza e premura.
Un seme, non un Vangelo
Naturalmente, Titanic non è un film cristiano.
Dio, la Chiesa, la castità, il matrimonio cristiano, la preghiera e la vocazione alla santità non vengono presentati come fondamento della vicenda. Non avrebbe senso attribuire agli autori intenzioni che non hanno avuto.
Ci preme solo, in questa rubrica, sottolineare che la cultura contemporanea, anche quando si allontana esplicitamente dal cristianesimo, continua a raccontare storie nelle quali emergono desideri umani profondi e reali, che il cristianesimo prende molto sul serio.
Tanti hanno definito l’amore tra Jack e Rose utopistico. Eppure, in quei semi di verità che abbiamo descritto, è più realistico che mai. Forse è ciò che più ci attrae del film e, al tempo stesso, ci scoraggia.
In fondo: è possibile amare senza riserve, fino al dono gratuito e disinteressato di sé?
Gli sposi cristiani rispondono di sì. Anzi, è proprio questa la chiamata che accolgono. Da soli, però, sarebbe molto difficile: senza Gesù, un amore senza misura rischia, sì, di diventare utopia.
Ecco perché il Sacramento del Matrimonio ci viene in aiuto.
I film ci commuovono, ci ispirano… Il Vangelo e la Chiesa, invece, ci dicono che un percorso esiste. Si può accogliere la grazia; si possono fare scelte di vita che conducono al dono vero, autentico, irrevocabile di sé. Si può dare tutto, trovando vera gioia, come ha fatto Cristo con la Sposa. E si può dire, anche nei momenti più difficili: “Salti tu, salto io”.
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