Fraternità di Emmaus, la “Prefazione” è scritta. Ora comincia la storia
A Camaldoli la Fraternità di Emmaus ha vissuto quattro giorni di preghiera, ascolto e discernimento per affidare al Signore il cammino del prossimo quadriennio. Dalla fedeltà di Giovanni Battista alla docilità di Maria, fino all’adorazione eucaristica e all’elezione del nuovo Consiglio, una certezza: il futuro non nasce dai programmi, ma da una comunità che rimane radicata in Cristo e accetta di lasciarsi ancora generare dal Vangelo.
Ci sono luoghi che sembrano custodire una particolare capacità di ricondurre l’uomo all’essenziale. Camaldoli, con il suo silenzio, il verde che avvolge l’Eremo e quello sguardo aperto sul golfo di Napoli, è uno di questi. Per la Fraternità di Emmaus in comunioni con i delegati della Piccola Famiglia di Emmaus, il ramo dei consacrati e presbiteri, non è stato semplicemente il luogo nel quale riunirsi per discutere un documento e preparare il prossimo quadriennio. È diventato, piuttosto, lo spazio nel quale fermarsi, fare silenzio, pregare e lasciarsi interrogare da Dio prima ancora di chiedersi che cosa fare.
È questo il tratto più significativo del Cenacolo di discernimento vissuto dal 27 al 30 agosto: non partire dalle cose da organizzare, ma da Colui al quale appartiene la propria vita e la propria missione. Una scelta tanto più importante in un tempo nel quale anche la vita ecclesiale rischia talvolta di essere assorbita dall’urgenza delle attività, dalla necessità di rispondere a molte domande, dalla tentazione di misurare la fecondità attraverso ciò che si riesce a realizzare.
A Camaldoli la domanda è stata non soltanto che cosa dobbiamo fare? ma da dove dobbiamo partire, per dove camminare e soprattutto per Chi? La risposta è tornata continuamente alla sorgente: Cristo, incontrato nella Parola, nell’Eucaristia, nella preghiera e nella comunione fraterna. Una sorgente che non è un ricordo del passato, ma la condizione per poter affrontare il futuro senza smarrire il carisma ricevuto.
La prima sera, nella celebrazione eucaristica, don Silvio Longobardi ha collocato immediatamente il Cenacolo dentro la dimensione della chiamata. Commentando l’espressione paolina «Paolo, apostolo per volontà di Dio», ha ricordato che quanti erano riuniti a Camaldoli non erano semplicemente rappresentanti chiamati a discutere di programmi, ma uomini e donne inviati. Un ministero ecclesiale, dunque, prima ancora che un incarico organizzativo. E ogni ministero, proprio perché ricevuto, domanda responsabilità, fedeltà e disponibilità a lasciarsi continuamente rinnovare dalla grazia.
È una prospettiva che cambia anche il modo di guardare alla storia di una comunità. Dopo tanti anni di cammino può insinuarsi la tentazione della sazietà, la sensazione di essere arrivati, di poter semplicemente conservare ciò che si è costruito. Il discernimento, invece, chiede di tornare all’origine. Chiede di riconoscere che nessuna esperienza ecclesiale può vivere soltanto di ciò che è stata e che ogni dono, se vuole rimanere vivo, deve continuamente tornare alla sua sorgente.
Per questo, accanto al primato di Dio, è emersa una parola particolarmente significativa: generatività. «Dobbiamo farci madri e padri», ha ricordato don Silvio, richiamando la figura di santa Monica. Non si tratta semplicemente di custodire una storia, ma di accompagnare persone, generare vocazioni, far crescere una fede capace di diventare vita. È forse una delle sfide più decisive per ogni realtà ecclesiale: non preoccuparsi soltanto di sopravvivere, ma domandarsi che cosa e chi, attraverso la propria esperienza, sta nascendo.
Anche il riferimento a Nazareth va letto in questa prospettiva. Tutto comincia dall’«Eccomi» di Maria, dalla sua docilità davanti a un Dio che irrompe nella sua storia senza consegnarle in anticipo tutte le risposte. Maria non conosce l’intero percorso, ma si fida. Ed è proprio questa disponibilità a lasciarsi guidare che rende possibile l’opera di Dio. Forse il discernimento cristiano è anzitutto questo: rinunciare alla pretesa di sapere già tutto per lasciare a Dio la possibilità di aprire strade nuove.
La seconda giornata ha portato l’Assemblea davanti a una pagina evangelica ancora più esigente. La liturgia del martirio di san Giovanni Battista ha intrecciato la missione dei Dodici e la compassione di Gesù per la folla con il dramma del banchetto di Erode. Due banchetti, due mondi, due logiche profondamente diverse. Da una parte il potere, la menzogna, la ricerca del consenso, fino alla morte di un uomo; dall’altra una folla affamata e Gesù che si lascia muovere dalla compassione. È qui che il discernimento della Fraternità ha incontrato una domanda che supera i confini della propria comunità: in quale direzione stiamo seminando? Vita o morte?
In un tempo nel quale siamo continuamente raggiunti dalla cronaca del male, don Silvio ha richiamato la necessità di andare alla ricerca del bene. Giovanni Battista appare così come un testimone particolarmente luminoso: un uomo libero perché appartenente a Dio, incapace di mercanteggiare la verità e di piegarla alle convenienze. Dio non lo ha sottratto al dolore, ma gli ha donato la forza di attraversarlo senza smettere di essere fedele. La promessa cristiana non è quella di una vita senza prove, ma di una vita che, anche dentro le prove, non smette di generare bene. Giovanni non viene salvato dalla morte, ma non lascia che la morte abbia l’ultima parola sulla sua fedeltà.
Per una Fraternità chiamata a interrogarsi sulla propria missione, questa parola acquista un significato particolare. Discernere non significa scegliere sempre la strada più facile, né cercare ciò che appare più conveniente. Significa domandarsi dove il Signore chiama a stare e quale testimonianza domanda, anche quando il terreno non sembra favorevole. Da qui il legame profondo tra preghiera, comunione e missione. Il documento programmatico discusso e poi approvato dall’Assemblea non è stato pensato come un semplice elenco di attività. Al contrario, il lavoro ha cercato di custodire il primato della vita spirituale, perché ogni servizio possa nascere dalla preghiera e ritornare continuamente alla Parola attraverso momenti di discernimento personale e comunitario.
È una consapevolezza preziosa anche oltre i confini della Fraternità. Una comunità cristiana non è feconda perché fa molte cose, ma perché ciò che fa nasce da una relazione vera con Cristo. Senza questa radice, persino il servizio più generoso rischia di trasformarsi in attivismo; con questa radice, invece, anche un piccolo gesto può diventare testimonianza del Vangelo.
Il culmine di questi giorni è stato proprio l’adorazione eucaristica. Una notte davanti al Signore, prima delle decisioni finali. È quasi una fotografia dell’intero Cenacolo: prima l’ascolto, poi il discernimento; prima la preghiera, poi le scelte. E non è un dettaglio metodologico, ma una precisa professione di fede: il futuro della Fraternità non appartiene anzitutto a chi lo progetta, ma a Dio che continua a condurre la sua Chiesa.
Al termine dei lavori, l’Assemblea ha approvato il documento programmatico per il prossimo quadriennio ed eletto il nuovo Consiglio di Fraternità, riconfermando don Silvio Longobardi nel servizio di custode. Ma la vera conclusione del Cenacolo non è in queste decisioni. È nella consapevolezza che ogni decisione, per essere feconda, dovrà ora diventare vita. «In questi giorni è stata scritta la Prefazione, ora bisogna riempire le pagine di amore e Vangelo», ha detto don Silvio.
Una prefazione, infatti, non è ancora il libro. È l’inizio di una storia che attende di essere scritta. E le pagine che seguiranno non saranno riempite soltanto dalle iniziative, dagli appuntamenti, dai progetti o dalle responsabilità assunte. Saranno scritte dalla fedeltà quotidiana alla preghiera, dalla cura delle famiglie, dalla fraternità vissuta, dall’accoglienza delle diverse vocazioni, dalla passione per la missione e dalla capacità di rimanere uomini e donne disponibili alla sorpresa di Dio.
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