La solitudine in vetrina: dilaga il fenomeno delle sex-dolls

Foto di Michael Hodgins

Esistono, non così simili ad una persona come alcuni video generati con l’AI vogliono far pensare, ma ci sono e sono sempre più a portata di mano. Parliamo delle sex-dolls, le bambole, ormai robot-umanoidi, pensate per soddisfare il piacere sessuale dell’uomo. E sono tanti quelli che chiedono info, che vogliono acquistarle, che le trovano attraenti. Quello che mi incuriosisce di più, però, e mi fa riflettere al contempo, sono i commenti degli uomini, per dirla tutta. Non si tratta di cedere a un cieco estremismo, né di fare di tutta l’erba un fascio, perché la mia vita è costellata di uomini per cui provo grande stima. Ciò che emerge è piuttosto la punta dell’iceberg di una deriva emotiva, che la pornografia ha contribuito a realizzare in questi anni: l’oggettificazione dell’essere umano, e della donna in modo particolare.

Ecco alcuni commenti lasciati in rete: “finalmente ho trovato una donna che non risponde”, “le puoi anche picchiare e non finire in galera”, “se cucina e pulisce, ne prendo due”, “Magari così fate meno le preziose”. E ancora: “Pregate per le donne. I vostri giorni sono ormai contati” e “Le donne sono sempre più vicine a diventare inutili”. Non uno, ma centinaia di osservazioni dove la donna è descritta come un oggetto che serve ad un solo scopo primario, tutto il resto è cornice non necessaria. 

Cos’è successo allo sguardo dell’uomo? È sempre stato così? Il caso riguardo gli uomini in primis ma non è sbagliato affermare che la pornografia purtroppo non ha sesso. L’antropologia cristiana ci insegna che la ferita originaria ha da sempre introdotto nel cuore umano la concupiscenza, ovvero la tentazione di dominare l’altro e di possederlo. Tuttavia, oggi assistiamo a una vera e propria mutazione genetica di questo sguardo, un’anestesia del cuore senza precedenti. La diffusione capillare della pornografia ha letteralmente riprogrammato l’occhio, abituandolo a consumare corpi privati della loro anima, a esigere il piacere sganciato dalla relazione. Lo sguardo non cerca più un tu da incontrare, ma un oggetto da usare e poi accantonare.

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Cosa si annida nel profondo per arrivare a guardare l’altro in questo modo? La radice è una terribile, inconfessabile paura della vulnerabilità. L’altro terrorizza perché è libero: può rifiutare, può ferire, costringe a uscire dal proprio egoismo, esige pazienza, sacrificio, compromesso e perdono. Esaltare il fatto che un robot “non risponda” o che “non si lamenti” significa fuggire dalla fatica del legame. È il trionfo dell’immaturità emotiva mascherata da cinismo: si preferisce il controllo assoluto e la schiavitù di un surrogato al rischio bellissimo e incerto dell’amore. La relazione viene vissuta come un pericolo, e la bambola diventa il feticcio rassicurante di un uomo che ha rinunciato alla propria vocazione e al dono di sé.

Esempio lampante di questa deriva di vulnerabilità che diventa aggressività è la cosiddetta manosfera, quel sottobosco culturale e digitale fatto di incel (involontariamente celibi) e movimenti affini, dove la solitudine e il fallimento personale vengono trasformati in un odio sistemico e strutturale verso le donne. La manosfera teorizza l’esistenza di un presunto “mercato sessuale e relazionale” spietato, in cui l’uomo si dipinge come perenne vittima della vanità e della presunta “ipergamia” femminile (la tendenza a cercare partner di status superiore). Invece di interrogarsi sulle proprie povertà affettive, sulla propria incapacità di costruire empatia, questa sottocultura alimenta un rancore feroce. La donna viene demonizzata, colpevole di avere standard troppo alti, colpevole di non assecondare l’istinto maschile, colpevole di esistere come soggetto e non come strumento.

Quando la relazione viene ridotta a una transazione commerciale, a un calcolo di convenienza o a una lotta di potere, l’altro si trasforma necessariamente o in un nemico da abbattere o in un oggetto da comprare per non dovergli più chiedere permesso.

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A questa aberrazione del desiderio – che non colpisce solo la sfera sessuale, ma si espande in fenomeni come i man mums per ricevere un surrogato di affetto – c’è solo da rispondere riscoprendo la radice dell’amore umano. La Teologia del Corpo e tutto il magistero di San Giovanni Paolo II ci ricordano che il corpo è “sacramento della persona”. Fin dalle sue riflessioni in Amore e responsabilità, l’invito cristiano non è alla repressione, ma all’educazione dello sguardo: «Il principio dell’utilitarismo e il comandamento dell’amore si contrappongono, perché alla luce di questo principio il comandamento dell’amore perde di significato. È chiaro che se il comandamento dell’amore e l’amore, suo oggetto, devono conservare il loro significato, è necessario far sì che si fondino su un principio diverso da quello dell’utilitarismo, su un’assiologia e una norma principale diverse, e ciò il principio e la norma personalistici». Il sesso e l’affettività, sganciati dal dono sincero di sé, diventano una schiavitù rassicurante, figlia di una profonda irrisolutezza emotiva.

Tra i tanti commenti, anche quelli di chi trova le sex-dolls una buona opportunità per tutte quelle persone fragili che hanno difficoltà a creare delle relazioni, ma anche questa giustificazione mi sembra priva di radici: è l’individualismo esasperato della nostra epoca che tende a giustificare queste tecnologie come soluzioni inevitabili per chi non trova un partner o soffre di patologie. Si tratta di un ragionamento subdolo: invece di curare la ferita sociale, il mercato somministra un anestetico artificiale. Giustificare i sex-robots sostenendo che siano l’unico sfogo per persone sole, malate o emarginate è il trionfo di un falso pietismo che dichiara la resa della società. Significa affermare che le persone fragili non siano degne di un amore vero, ma solo di una finzione. Di fronte all’inganno di queste solitudini anestetizzate, il Magistero continua a tracciare una direzione luminosa, sapientemente raccolta in Magnifica Humanitas: “La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli”.




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