Ci sono tragedie davanti alle quali bisognerebbe avere anzitutto il pudore del silenzio. La vicenda di Pietralata è una di queste. Una madre, un padre, una bambina di appena cinque anni, gravemente disabile, e persino il loro cane. Una casa diventata il luogo dell’ultimo gesto, una famiglia intera precipitata in un abisso dal quale non ha più saputo risalire. È stato detto, giustamente, che questa è una tragedia della solitudine. E lo è. Le parole lasciate dai coniugi, secondo quanto emerge dalle prime ricostruzioni, parlano di una famiglia che non riusciva più ad andare avanti da sola.
Chi si occupa di fragilità familiari non può non sentire queste parole come un pugno nello stomaco. Lo dico anche per la mia esperienza di volontaria di Progetto Famiglia, un’associazione che da anni incontra famiglie ferite, affaticate, spesso sommerse da problemi che diventano insostenibili quando vengono affrontati senza una rete intorno. Sappiamo quanto possa essere devastante la solitudine di chi si prende cura ogni giorno di una persona gravemente disabile. Sappiamo che il caregiver non ha bisogno soltanto di contributi economici, servizi, assistenza domiciliare, sollievo, sostegno psicologico. Ha bisogno di qualcuno che gli dica: tu non sei solo, e tuo figlio non è un problema da risolvere.
Per questo Pietralata deve interpellare le istituzioni. Deve obbligarci a ripensare seriamente il sostegno alle famiglie con disabilità grave, il dopo di noi, i servizi di sollievo, l’accompagnamento dei genitori, la possibilità concreta di avere accanto qualcuno quando le forze vengono meno. Non possiamo accorgerci di queste famiglie soltanto quando una tragedia le consegna alle cronache. Ma, se posso dirlo con tutto il rispetto che questa storia impone, credo che ci sia qualcosa d’altro che non dovremmo avere paura di nominare.
Questa non è soltanto una storia di solitudine. È una storia di disperazione. E solitudine e disperazione, quando si incontrano, possono diventare una miscela terribile. La solitudine dice: sono solo. La disperazione aggiunge: non c’è più niente da fare. È qui che la vicenda di Pietralata assume una dimensione ancora più inquietante perché, secondo le ricostruzioni giornalistiche, quella famiglia aveva cercato una via d’uscita anche affidandosi a una terapia sperimentale in Messico, arrivando a spendere centinaia di migliaia di euro. Per loro quella possibilità era diventata una speranza concreta, tanto da progettare altri viaggi quando le risorse erano ormai esaurite.
Non spetta a noi, e sarebbe irresponsabile farlo, emettere sentenze prima che le indagini abbiano accertato ogni cosa. Ma proprio questa circostanza ci consegna una domanda che va oltre questa singola famiglia: che cosa accade quando una persona disperata incontra qualcuno che le vende una speranza? È una domanda scomoda perché la disperazione rende vulnerabili. Quando una madre e un padre vedono il proprio figlio soffrire e cercano disperatamente una possibilità, possono aggrapparsi anche a ciò che promette ciò che la scienza non può garantire. Possono spendere tutto. Possono attraversare il mondo. Possono credere a qualcuno che sembra offrire l’ultima porta quando tutte le altre sembrano chiuse.
La disperazione, infatti, non è semplicemente una sofferenza più grande. È la perdita dell’orizzonte. Non basta dire che dobbiamo aiutare queste famiglie. Dobbiamo chiederci se sappiamo ancora offrire speranza. Sono due cose diverse. Una famiglia può ricevere un assegno e continuare a sentirsi disperata. Può avere un servizio domiciliare e continuare a pensare che il futuro sia una parete nera. Può essere circondata da operatori competenti e tuttavia non trovare nessuno capace di rispondere alla domanda: perché continuare a vivere quando tutto ciò che avevo immaginato della vita di mio figlio è andato perduto?
La risposta è la speranza che non è la promessa che la malattia scomparirà, che il figlio camminerà, che il dolore verrà cancellato. La speranza è poter continuare ad amare anche quando non possiamo cambiare ciò che ci fa soffrire. È sapere che la vita di una persona non perde il suo valore perché non può guarire. È sapere che una bambina di cinque anni non è la sua disabilità. È sapere che un padre e una madre non valgono soltanto per ciò che riescono a fare. È sapere che una vita fragile non è una vita sbagliata.
Il cristianesimo compie anche un passo ulteriore: la speranza non è soltanto qualcosa che attendiamo. È Qualcuno in cui riponiamo la nostra vita. Ed è forse questa la parola che oggi facciamo più fatica a pronunciare. Abbiamo paura di dire che anche davanti a una tragedia come quella di Pietralata c’è una domanda spirituale. Come se parlare di Dio significasse sottrarre responsabilità agli uomini, alle istituzioni, alla medicina, alla politica. Non è così. Anzi. Dire che una famiglia ha bisogno di Dio non significa dire che non abbia bisogno di servizi. Significa riconoscere che l’uomo è più grande anche dei suoi bisogni materiali.
La fede non elimina magicamente la sofferenza; impedisce però alla sofferenza di avere l’ultima parola. Non basta non lasciare sole le famiglie. Dobbiamo impedire che arrivino alla disperazione. E per farlo non possiamo limitarci a moltiplicare le prestazioni. Dobbiamo moltiplicare le relazioni. Non soltanto risorse, ma presenze perché quando una persona perde la speranza, diventa facile che qualcuno le venda un’illusione. La speranza autentica, invece, non vende guarigioni impossibili. Non promette miracoli a pagamento. Non garantisce che tutto andrà bene. La speranza cristiana dice qualcosa di infinitamente più grande e più umile: qualunque cosa accada, tu non sei abbandonato.
Lo dico da cristiana, tra le lacrime e senza alcuna paura di sembrare fuori tempo. Quella speranza ha un nome. Gesù Cristo. Non una formula con cui chiudere una tragedia. Non una risposta facile al dolore di una famiglia ma una Presenza che entra nel dolore dell’uomo, lo attraversa fino alla croce e apre, proprio lì dove tutto sembra finito, una strada verso la Vita.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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