4 Settembre 2026
Veneto, “Italiani, dormite pure… tanto qui c’è l’insonne che vi salva! […] Vota Antonio, vota Antonio!”
Il 2 settembre il Veneto ha approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, una disciplina regionale sulle procedure di assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. È la quarta Regione italiana a dotarsi di una normativa in materia e la prima governata dal centrodestra. Il provvedimento interviene dentro il solco tracciato dalla giurisprudenza costituzionale e introduce, tra l’altro, un ruolo rafforzato delle cure palliative e del medico palliativista.
Ancora una volta mi trovo davanti alla domanda: perché una società che si trova davanti alla sofferenza dovrebbe sentire anzitutto il bisogno di disciplinare la possibilità di morire? Vorrei che i sostenitori potessero darmi una risposta che vada al di là “dell’essere liberi di porre fine alla propria vita”. Attenzione, la mia non è una domanda rivolta contro chi soffre ma è esattamente il contrario. È una domanda che nasce dalla compassione per chi, davanti a una malattia, a una disabilità, alla solitudine o alla perdita di autonomia, può arrivare a pensare che la propria esistenza sia diventata un peso. E allora il compito della politica dovrebbe essere quello di chiedersi quanto di quella disperazione appartenga realmente alla malattia e quanto, invece, sia prodotto dall’ambiente umano nel quale quella persona si trova a vivere.
Credo che possiamo concordare tutti sul fatto che c’è una differenza enorme tra dire a qualcuno: «Se non ce la fai più, possiamo aiutarti a morire» e dirgli: «Non so ancora come risolveremo tutto, ma non ti lasceremo solo». La prima risposta può apparire, nella sua drammaticità, come l’esito estremo dell’autodeterminazione. La seconda è molto più esigente: obbliga una comunità a farsi carico della fragilità, a mettere risorse, tempo, competenze, prossimità, relazioni. Obbliga a non considerare mai una vita dipendente come una vita diminuita. E qui il Veneto, come l’Italia intera, dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio e magari ammettere le reali motivazioni che incidono sulla scelta di approvare una legge sul suicidio assistito. Tra tutte il risparmio economico di un paziente a carico del SSN. Perché non abbiamo questa onestà intellettuale e ci mascheriamo dietro la compassione?
La verità è che mentre discutiamo di come accompagnare una persona verso la morte, migliaia di famiglie combattono ogni giorno per ottenere un’assistenza adeguata. Ci sono genitori che invecchiano accanto a figli con disabilità senza sapere che cosa accadrà loro quando non saranno più in grado di occuparsene. Ci sono anziani che hanno bisogno di cura e famiglie che non riescono più a sostenere da sole il peso dell’assistenza. Ci sono persone malate che aspettano, talvolta per mesi, una visita, un esame, una terapia. E ci sono malati che rinunciano alle cure perché il sistema non riesce a raggiungerli nel momento in cui ne avrebbero bisogno.
Non sono problemi collaterali. Sono il cuore della questione perché una libertà è davvero tale soltanto quando esistono alternative reali. Se una persona sceglie di morire perché non trova un luogo in cui essere accolta, una rete che sostenga la sua famiglia, cure palliative accessibili, assistenza domiciliare, qualcuno disposto a stare accanto al suo dolore, possiamo davvero chiamarla una scelta completamente libera?
È questa la domanda che dovrebbe inquietare la politica e dovrebbe inquietarla ancora di più in un Paese che sta invecchiando rapidamente e nel quale nascono sempre meno bambini. Abbiamo bisogno di una cultura capace di dire che ogni vita è un bene anche quando non produce, quando non è autonoma, quando richiede molto più di quanto possa restituire perché se perdiamo questo criterio, prima o poi la fragilità comincerà ad essere valutata attraverso la lente dell’utilità. E sappiamo che il passo successivo dopo l’eliminazione dei malati terminali, saranno le persone con gravi disabilità, le persone depresse, i giovani che non vogliono più vivere. I casi nella società internazionale lo dimostrano da anni ma anche in Italia procediamo come se non esistessero. Sono persone non numeri. Ancora una volta con Totò possiamo dire: “Italiani, dormite pure… tanto qui c’è l’insonne che vi salva! […] Vota Antonio, vota Antonio!”.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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