Qualche anno fa ho letto un bel libro di Renzo Allegri, cronista che racconta i suoi incontri con Madre Teresa di Calcutta. Tra gli aneddoti ricordo quello di un viaggio in automobile con lei verso il Vaticano dove avrebbe incontrato papa Giovanni Paolo II. Erano in ritardo e la macchina correva nel traffico di Roma, tra frenate improvvise, clacson, curve prese di fretta. Tutto intorno era agitazione. Lei, invece, dopo qualche minuto, prese il rosario dalla tasca del sari e invitò gli altri a pregare.
Recitava il Padre nostro e l’Ave Maria lentamente, in latino. Allegri la guardava: il volto raccolto, gli occhi socchiusi, le parole pronunciate non come una formula ormai consumata dall’abitudine, ma con la freschezza di una conversazione. Ebbe allora un’impressione precisa: quella piccola donna era «in colloquio con Dio». Questa immagine meno conosciuta e più vera di Madre Teresa nella sua festa vorrei ricordare: non solo la donna che corre per le strade di Calcutta, non solo la religiosa piegata sui moribondi, non solo la figura minuta diventata un’icona mondiale, ma una donna che sapeva stare davanti a Dio.
Ma c’è poi un ulteriore passaggio ancora più incomprensibile. La donna che Allegri vede assorta nel rosario, quella che sembra parlare con una Presenza tanto concreta da rendere quasi invisibile tutto ciò che le accade intorno, è la stessa donna che nelle sue lettere confiderà ai direttori spirituali qualcosa di sconvolgente: «il silenzio e il vuoto» sono diventati così grandi da cercare Dio senza trovarlo, da ascoltarlo senza sentirlo. Le sue parole mostrano una lunga esperienza di aridità spirituale, una notte interiore che non fu un episodio passeggero ma accompagnò gran parte della sua vita adulta.
Come fu possibile per madre Teresa? Questa forse è una delle cose più difficili da comprendere della fede. Noi pensiamo che la fedeltà nasca dalla certezza di sentire qualcosa o qualcuno mentre preghiamo. Santa Teresa di Calcutta ci mostra invece che può esistere una fedeltà più nuda, quella di chi continua a dire «sì» quando dentro non trova più le parole che lo sostengono. Una fede che non vive di emozioni, ma di una decisione continuamente rinnovata.Madre Teresa aveva conosciuto, all’inizio della sua missione, un’esperienza fortissima di Dio. Nel settembre del 1946, durante il viaggio in treno verso Darjeeling, aveva percepito quella che chiamerà la «chiamata nella chiamata»: la richiesta di lasciare la vita relativamente protetta della sua congregazione per uscire nelle strade e servire i più poveri. Lei stessa la descrisse come un ordine, non come un semplice suggerimento. Ma dopo quella luce venne la notte.
Ed è qui che la sua storia diventa una parola per noi. Molti di noi smettono di pregare quando Dio non risponde come avevamo immaginato. Preghiamo finché la preghiera restituisce qualcosa: una certezza, una pace, una soluzione. Poi arriva una malattia, una perdita, un figlio che si allontana, una relazione che si spezza, una domanda alla quale non arriva risposta, e Dio sembra tacere. Si pensa allora che la fede sia finita invece la fede comincia proprio quando non possiamo più appoggiarci a ciò che sentiamo. Se ci pensiamo, c’è qualcosa di impressionante nel fatto che mentre milioni di persone vedevano in lei un’immagine luminosa della fede, dentro di sé quella luce restava spenta. Eppure continuava a pregare, a servire, a sorridere, a chinarsi sui poveri, a raccogliere moribondi dalle strade, a fondare case, a formare le sue suore. La sua vita non fu la dimostrazione che Dio si fa sempre sentire; fu la testimonianza che si può amare anche quando Dio sembra tacere.
Dopo quella preghiera in auto con Allegri, Madre Teresa sarebbe andata dal Papa, avrebbe continuato la sua missione, sarebbe tornata ai suoi poveri. Il colloquio con Dio non la sottraeva alla realtà; la restituiva alla realtà con occhi diversi. È questa la preghiera che abbiamo forse dimenticato: non quella che ci permette di evadere dalla vita, ma quella che ci riconsegna ad essa. Non quella che ci garantisce di capire tutto, ma quella che ci permette di rimanere fedeli anche quando non capiamo. Non quella che elimina la notte, ma quella che impedisce alla notte di avere l’ultima parola.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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