Sono le sei di un sabato pomeriggio di settembre. Centinaia di bambine, molte con il velo bianco in testa, aspettano di entrare. Non siamo davanti a una chiesa e non è il matrimonio di una principessa. È il matrimonio di Luì e Sofì, Luigi Calagna e Sofia Scalia, i Me Contro Te, due adulti diventati idoli di un pubblico fatto soprattutto di bambini. La scena, raccontata da chi l’ha vissuta, ha qualcosa di tenero e insieme di inquietante: bambine vestite da sposa, emozionate per l’evento che aspettavano da anni, accompagnate dai genitori a quello che per loro è evidentemente molto più di uno spettacolo. È un rito. Un’immagine. Un modello. Un pezzo di mondo adulto che entra nell’immaginario infantile e vi si deposita.
Forse vale la pena fermarsi un momento, prima di liquidare tutto con un sorriso: «Sono bambini, si divertono». Davvero? Non c’è nulla di male nel giocare a fare la sposa. I bambini giocano da sempre a fare i grandi. Il problema nasce quando il gioco viene confezionato da un’industria dell’intrattenimento, trasformato in un grande evento commerciale e presentato ai bambini come qualcosa da desiderare, aspettare, condividere, naturalmente pagando un biglietto. A quel punto non siamo più soltanto nel territorio innocente del gioco. Siamo nel territorio dell’educazione.
Un bambino di cinque, sei, sette o otto anni non ha ancora gli strumenti per distinguere completamente tra fantasia, pubblicità, spettacolo e realtà. Se vede due adulti che ama trasformare il loro amore in un evento gigantesco, se li vede sposarsi come in una favola, se quell’evento diventa un appuntamento atteso dalla sua comunità di coetanei, se per partecipare occorre acquistare un biglietto, non sta semplicemente «guardando due influencer». Sta costruendo, attraverso quelle immagini, una grammatica del desiderio, del matrimonio, dell’amore.
Che cosa stiamo insegnando ai nostri figli sull’amore? Che l’amore è una festa spettacolare? Che il matrimonio è il giorno perfetto, quello in cui tutti sono bellissimi, sorridono, si emozionano e tutto finisce con un «e vissero felici e contenti»? Che l’amore è soprattutto un’esperienza da mostrare? Che persino un sentimento intimo può diventare un grande prodotto da consumare?
I Me Contro Te fanno il loro mestiere, discutibile a mio avviso. Hanno costruito un enorme successo intercettando un pubblico giovanissimo e trasformando la loro popolarità in un sistema economico fatto di video, film, merchandising, eventi e prodotti. È il mercato, e il mercato fa il mercato. Ma i genitori? I genitori non sono il mercato. Sono coloro che accompagnano i figli dentro il mondo e decidono, giorno dopo giorno, quali immagini lasciare entrare, quali desideri alimentare, quali esperienze proporre e quali invece ridimensionare. E allora bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi non soltanto quanto costa un biglietto, ma quanto costa, in termini educativi, accompagnare un figlio o un nipote ad un evento del genere.
Se c’è il gioco, ben venga. Se c’è la fantasia, ben venga. Se c’è la gioia di stare insieme, ben venga. Ma se dietro c’è una macchina commerciale potentissima che sa perfettamente come entrare nella testa e nel cuore dei bambini, allora gli adulti hanno il dovere di fermarsi. Non possiamo continuare a fare l’occhiolino dicendo che «sono cose ingenue», che «sono bambini», che «in fondo vogliono soltanto divertirsi». Proprio perché sono bambini dobbiamo preoccuparcene che non siano fagocitati in queste macchine spara soldi.
L’infanzia non è una terra neutrale nella quale tutto ciò che diverte è automaticamente innocuo. È il tempo nel quale si formano le prime idee sulla felicità, sull’amicizia, sulla bellezza, sull’amore, sul successo, sul proprio corpo e persino sul valore delle cose. È il tempo nel quale si impara, spesso senza rendersene conto, che cosa desiderare. E l’amore, forse più di ogni altra cosa, meriterebbe di essere sottratto alla logica del consumo. L’amore è una cosa infinitamente più grande di uno spettacolo. Non lasciamo che siano i Me Contro Te a stabilire questa definizione per i nostri figli, sarebbe davvero un grande fallimento educativo.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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