CORRISPONDENZA FAMILIARE

“Senza di te non ce l’avrebbe fatta”. La solidarietà nascosta

7 Settembre 2026

Foto di Tima Miroshnichenko

Siamo tornati dalle vacanze, la vita riprende con il suo ritmo consueto. Impegni e responsabilità non mancano. Tra pochi giorni inizia anche la scuola. La cronaca purtroppo non è mai avara di cattive notizie, i drammi occupano sempre la prima pagina dell’informazione. La solidarietà invece resta nascosta, non fa notizia. È la cenerentola della comunicazione mediatica. Ci stiamo abituando a pensare solo a noi stessi e alle persone che appartengono al nostro orizzonte affettivo. Gli altri… possono attendere.

Ci sembra normale vivere così. E poi… un giorno arrivano le parole di un amico che vanno dritte al cuore, raccontano un’esperienza che non ha l’onore della cronaca. In apparenza è solo un gesto di solidarietà. In realtà, grazie a persone come lui la gratuità continua ad essere il fattore decisivo della vita sociale, l’architrave che custodisce e riveste di umanità una convivenza troppo spesso ferita dall’indifferenza e dalla violenza.

Siamo in piena estate, avvolta da un caldo torrido che toglie anche la forza di pensare, quando giunge una comunicazione diversa dalle altre. Mi pare una riedizione attualizzata della parabola del buon smaritano. Ascoltate.

Si può scrivere qualche pensiero e sperare che non lo legga nessuno? Per paura del giudizio, di essere indegnamente protagonista, di stare al centro. Non lo so. Ma è da qualche giorno che attendo questo giorno. Attendo di poter “donare”.

Oggi ho donato cinque ore del mio tempo al Bambino Gesù di Roma: cinque ore, poca cosa paragonate alla vita, il 20% di questa giornata. In un’estate piena di tante cose — la famiglia, il lavoro, il ritiro spirituale, le vacanze — qualche giorno fa sono arrivate una mail e una telefonata: “la situazione di una piccola paziente è molto grave. I medici hanno chiesto un aiuto per provare a dare speranza a lei e alla sua famiglia.”

Avevano bisogno proprio di me. Servono i miei globuli bianchi. Non di altri, perché la compatibilità è difficile, proprio i miei. E poi servono persone disposte a regalare un po’ del proprio tempo perché, attraverso quel poco, qualcun altro possa continuare a sperare, a lottare dopo un intervento. 

Qualche giorno fa, con la mia piccola Francesca, siamo andati a vedere Spiderman. Tra patatine e popcorn rimaniamo sempre stupiti perché ci sono frasi che appartengono al personaggio: i grandi poteri portano grandi responsabilità. Io non ho grandi poteri. Mi è stato solo data una piccola possibilità di fare del bene. 

Mi piace credere che dobbiamo essere speranza anche quando falliamo, anche quando sbagliamo. Credo non ci sia modo migliore di vivere: provare ad essere speranza, anche con i nostri limiti, anche quando non siamo all’altezza di quello che vorremmo essere. Anche quando una piccola donazione spaventa, fa stare sveglio di notte, agita il cuore. 

Oggi però ho detto un’altra volta sì. 

Sognavo di prepararmi, insieme alla mia sposa, al prossimo appuntamento con la Fraternità con un pellegrinaggio. Il buon Dio ha cambiato i nostri programmi, ci ha chiesto un gesto di carità. Il nostro pellegrinaggio aveva come destinazione il Bambino Gesù. Ed è quello che abbiamo vissuto: cinque ore donate, per amore.

Cosa significa donare i granulociti?

Donare i granulociti non è come donare il sangue. Per estrarli è necessario una procedura un po’ invasiva. Il donatore deve subire un bombardamento di cortisone con tutte le conseguenze che questo comporta. Poiché i granulociti (un tipo di globuli bianchi) sono normalmente presenti nel sangue periferico in quantità ridotte, per poterne raccogliere una quota terapeuticamente utile è necessaria una stimolazione preventiva del donatore. Questo può portare ad effetti collaterali tra cui mal di testa, dolori ossei e articolari, insonnia e affaticamento.

«Tutto è pronto; venite alle nozze», ho letto nel Vangelo di oggi. Ed è proprio così. Dio aveva preparato tutto e… attendeva solo la risposta. La mia risposta. 

Non mi reputo un buon cristiano ma questo piccolo gesto mi fa sentire padre, faccio per una persona che non conosco e che non conoscerò mai quello che avrei fatto per i miei figli. Dall’ospedale arriva una chiamata che mi chiede di mettere da parte per un momento tutti gli altri impegni, modificare l’agenda della vita, andare incontro a qualcuno che ha bisogno e donare una goccia, una sacca come in questo caso. Ma una goccia, insieme ad altre gocce, può diventare vita. 

Oggi ho donato un po’ del mio tempo, un po’ di me. 
Per una piccola combattente. 
Per la sua famiglia. 
Per la mia famiglia. 
Per la Fraternità. 
Per la Chiesa. 
Per Amore. 
Perché possa esserci ancora speranza. 
Per chi ci guarda da lassù. 

Mi piace salutarvi con le parole che diceva sempre mia mamma fino al suo ultimo respiro: sto bene, va tutto bene. Grazie a tutti

Una storia a lieto fine. Qualche giorno dopo il responsabile dei donatori del Bambino Gesù manda questo messaggio:

“Ti mando questo vocale per darti una bellissima notizia, la piccolina sta meglio, le donazioni hanno fatto l’effetto sperato e ora può finalmente avviarsi verso il trapianto tanto agognato. Quello che hai fatto è stato unico, i granulociti non li possiamo conservare, servivi proprio tu in quel momento, senza il tuo sì e quello di pochissimi altri non ce l’avrebbe fatta, non sarebbe mai arrivata a questo traguardo. Le hai letteralmente salvato la vita e le hai permesso di sperare nel futuro. Grazie di cuore. Non lo dimenticheremo mai. Un ringraziamento da parte mia, del reparto e di tutta la sua famiglia”

Nel consegnarmi questo audio, il mio amico mi scrive: “Non conosco la bambina, non conosco la famiglia, ma mi emoziona così tanto il sapere di aver fatto un po’ di bene frutto solo dell’amore verso il prossimo”. Un po’ di bene… forse non basta a vincere il male che inquina la vita sociale ma è sufficiente per ricordare a tutti che la carità, anche quella più nascosta, svela che siamo figli di un Dio che non abbandona nessuno e dona a tutti il coraggio e la gioia di seminare vita.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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