Oggi, 8 settembre, vorrei per un giorno alzare lo sguardo dal dolore del mondo. Non voglio chiudere gli occhi al contrario. Non voglio diventare una di quelle persone che, per non soffrire, imparano a non vedere. Voglio spalancare lo sguardo sempre di più sulla realtà, sulle ferite degli uomini, sulle vite che si spezzano, sulle famiglie che non ce la fanno, sulle solitudini che diventano abissi. Ma oggi sento di aver bisogno di guardare qualcosa che non sia soltanto ciò che accade sotto i miei occhi.
È il giorno della Natività di Maria. E allora lasciatemi guardare Lei. Lasciatemi, almeno oggi, dimenticare per qualche ora le lacrime del papà di Lorena Isceri, la disperazione della famiglia di Pietralata, l’assurdità di una società che riesce a trasformare persino l’amore in una sceneggiata da consumare come spettacolo, le grida di giubilo davanti a leggi che pretendono di chiamare conquista ciò che dovrebbe piuttosto interrogarci sul senso che abbiamo dato alla vita e alla morte. Lasciatemi mettere per un giorno in silenzio questo rumore di fondo fatto di dolore, di solitudini, di vite spezzate troppo presto e di parole che hanno perso il loro significato.
Quando tutto sembra precipitare, abbiamo bisogno di tornare alla sorgente da cui abbiamo imparato a guardare l’uomo. Maria nasce oggi nella liturgia della Chiesa. Una bambina entra nella storia. Non ci sono riflettori, applausi, clamore. Non c’è nessuno che possa immaginare ciò che accadrà attraverso quella piccola vita. Eppure Dio sta preparando, nel silenzio di una casa, la madre del suo Figlio. Le cose più grandi cominciano quasi sempre in piccolo. Dio non ha bisogno del rumore per compiere le sue opere. Una vita apparentemente insignificante può diventare il luogo attraverso cui passa la salvezza.
La sua presenza nella mia vita mi insegna a guardare in alto, a Dio, il Salvatore, senza smettere di chinarmi. Maria alza gli occhi verso di Lui e poi si china sulle necessità degli uomini. Non fugge dalla realtà. Non usa la fede come una finestra dalla quale evadere dal mondo. Al contrario: proprio perché ha imparato a guardare Dio, ha imparato a guardare meglio l’uomo. È questo che vorrei per me. Vorrei imparare da Lei a non distogliere gli occhi dalle lacrime, ma neppure a lasciare che le lacrime diventino l’unica cosa che riesco a vedere. Vorrei poter guardare la disperazione senza disperarmi. La morte senza smettere di credere nella vita. La solitudine senza smettere di cercare la fraternità. La confusione sull’amore senza smettere di annunciare che l’amore vero esiste.
Oggi, mentre festeggiamo la nascita di Maria, sento anche una particolare gratitudine per una nascita che riguarda la mia storia: in questo giorno è nato anche il carisma della Fraternità di Emmaus alla quale ho scelto di appartenere e di servire. È una grazia che, a distanza di anni, continuo a comprendere sempre meglio. Ho scelto di servire la Chiesa attraverso questo carisma: accogliendo, amando e soffrendo. Tre parole semplici e terribili, perché l’accoglienza costa, l’amore costa, la sofferenza costa. Eppure sono anche tre parole che mi riportano proprio a Maria. Accogliere, come lei ha accolto una vita che non aveva programmato. Amare, come lei ha amato senza trattenere. Soffrire, come lei ha sofferto senza lasciare che il dolore avesse l’ultima parola.
Domani tornerò a guardare le ferite. Tornerò a parlare delle vite dimenticate, delle famiglie lasciate sole, della cultura che confonde la libertà con l’abbandono e l’amore con il consumo. Tornerò a indignarmi, a scrivere, a cercare parole che possano essere una piccola difesa della vita e della speranza. Ma oggi no. Oggi lasciatemi contemplare una bambina che nasce. Lasciatemi pensare che Dio, per cambiare la storia, abbia cominciato da una giovane fanciulla. Lasciatemi credere ancora che il mondo possa essere salvato anche attraverso mani piccole, gesti nascosti, fedeltà quotidiane, cuori capaci di compassione. Oggi guardo Maria. Domani tornerò a guardare il mondo. Ma spero di farlo sempre con i suoi occhi.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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