Leone XIV parla della fiducia nella Provvidenza: “Non è ingenuo ottimismo”
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Durante l’Udienza Generale di mercoledì 2 settembre, Papa Leone XIV ha affrontato un tema centrale della Costituzione conciliare Gaudium et spes: il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. Un rapporto che non può essere segnato né dalla diffidenza né dall’indifferenza, ma dall’ascolto, dalla condivisione e dalla capacità di leggere nella storia i segni della presenza e dell’azione di Dio.
Già San Giovanni XXIII, nel Discorso inaugurale del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, aveva invitato a non cedere alla tentazione del pessimismo. Nel celebre discorso Gaudet Mater Ecclesia, il Papa volle prendere le distanze dai «profeti di sventura», da coloro che, «sebbene accesi di zelo per la religione», sostenevano che i tempi presenti fossero peggiori rispetto al passato, «come se non avessero nulla da imparare dalla storia» (4.2).
Lo stesso Giovanni XXIII, tuttavia, non proponeva un ottimismo ingenuo. Piuttosto, invitava a riconoscere nella storia l’azione misteriosa della Provvidenza. «Nello stato presente degli eventi umani», osservava, nel quale l’umanità sembra entrare «in un nuovo ordine di cose», occorre saper scorgere «i misteriosi piani della Divina Provvidenza», che si realizzano attraverso l’opera degli uomini, spesso «al di là delle loro aspettative», disponendo ogni cosa, «anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (4.4).
È proprio da questa prospettiva che Leone XIV ha ripreso il messaggio del Concilio. Non si tratta, ha sottolineato, di un ingenuo ottimismo, ma di una «rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo» che, facendosi uomo, ha scelto di condividere fino in fondo la nostra esistenza. Cristo si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; cfr. 4,15) e ha assunto su di sé le conseguenze del peccato, offrendo la propria vita «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6).
Questa condivisione con l’umanità costituisce anche la via indicata da Cristo alla Chiesa. Non una Chiesa distante, spettatrice degli avvenimenti, ma una Chiesa capace di abitare la storia e di sentire come proprie le vicende degli uomini e delle donne del proprio tempo. È significativo, in questo senso, che Gaudium et spes si apra con una delle espressioni più note e significative del Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» sono anche «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (GS 1).
La condivisione cristiana, dunque, non può ridursi a un atteggiamento passivo. Al contrario, ha ricordato Leone XIV, essa chiama a «uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone», soprattutto di fronte ai cambiamenti «rapidi e profondi» che caratterizzano il nostro tempo.
Non è possibile, per la Chiesa, «restare spettatori disinteressati». Occorre invece «ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere». È un atteggiamento che nasce dalla stessa logica dell’Incarnazione: Cristo non ha osservato l’umanità da lontano, ma ne ha condiviso la condizione, assumendone la fragilità e aprendola alla salvezza.
Da questa prossimità nasce anche la capacità di comprendere più profondamente la realtà. «La prossimità verso l’umanità», ha spiegato il Papa, «apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione». È questa la ragione per cui Gaudium et spes richiama quello che definisce il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4).
Scrutare i segni dei tempi non significa, dunque, inseguire ogni novità o adeguarsi semplicemente allo spirito del mondo. Significa piuttosto guardare la realtà con lo sguardo del Vangelo, riconoscendone le possibilità, le ferite, le contraddizioni e le domande più profonde.
In questa prospettiva, Gaudium et spes non offre soltanto una chiave per comprendere il mondo, ma richiama la Chiesa stessa a una continua conversione. Prima ancora di parlare al mondo, la Chiesa è chiamata a lasciarsi interrogare dalla storia e a verificare continuamente la propria fedeltà al Vangelo.
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La sua missione, infatti, non è animata da interessi terreni. Come ricorda il Concilio, la Chiesa «non è mossa da nessuna ambizione terrena», ma «mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).
È una prospettiva particolarmente attuale in un’epoca attraversata da trasformazioni profonde e da contraddizioni sempre più evidenti. La condivisione cristiana, infatti, non significa soltanto farsi vicini, ma anche assumersi la responsabilità di ciò che accade, fino a «smascherare le contraddizioni» che segnano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo.
Leone XIV ne ha richiamate alcune. Da una parte vi è un progresso scientifico e tecnologico capace di offrire possibilità sempre nuove; dall’altra, tali possibilità rimangono accessibili soltanto ad alcuni e non sempre l’essere umano riesce a porre la tecnica realmente «a suo servizio». Cresce la conoscenza delle «leggi della vita sociale», ma permane l’incertezza circa «la direzione da imprimervi».
Allo stesso modo, la società contemporanea dispone di una quantità senza precedenti di «ricchezze, possibilità e potenza economica», eppure una grande parte dell’umanità continua a essere segnata dalla fame e dalla miseria, una contraddizione che Gaudium et spes aveva già denunciato al tempo del Concilio (GS 4).
A queste contraddizioni se ne aggiungono oggi altre, altrettanto drammatiche: la consapevolezza sempre più diffusa che sia in gioco il futuro del pianeta convive con la difficoltà di rinunciare a modelli di consumo egoistici; e mentre cresce il desiderio di pace, continua a sopravvivere l’illusione che la guerra possa essere una strada efficace per costruirla.
È proprio dentro queste tensioni che la Chiesa è chiamata a svolgere la propria missione. Non offrendo ricette semplicistiche, né rifugiandosi nella nostalgia del passato, ma mettendosi in ascolto dell’uomo concreto e delle domande che attraversano il nostro tempo.
«In un tempo segnato da profondi mutamenti», ha concluso Leone XIV, «da cui derivano preoccupanti squilibri», la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo «gli interrogativi più profondi del suo cuore» e gli aneliti che lo abitano.
È questa, in fondo, la grande intuizione di Gaudium et spes: il mondo non è una realtà estranea alla missione della Chiesa. È il luogo nel quale essa è chiamata a testimoniare il Vangelo, condividendo le gioie e le sofferenze dell’umanità, discernendo i segni dei tempi e lasciandosi continuamente convertire dalla propria missione.
E al centro di questo cammino rimane Cristo, «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10). È guardando a Lui che la Chiesa può affrontare il cambiamento senza paura, riconoscendo nella storia non soltanto le sue contraddizioni e le sue ferite, ma anche le domande, le attese e i germogli di bene nei quali continua a manifestarsi, spesso in modo misterioso, l’opera della Provvidenza.
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