Ogni docente decide come entrare in classe. Spunti preziosi da Papa Leone
foto di Taylor Flowe
Le vacanze estive non sono riuscite ad allontanare dalla mia mente tante frasi di colleghi che raccontano disillusione e stanchezza. «Tanto non cambia nulla». «Questi ragazzi non hanno voglia». «I genitori sono sempre più difficili». «La scuola è diventata solo burocrazia». Da frasi come queste spesso nasce il disincanto e il disimpegno. Eppure, ogni docente può decidere come entrare in classe. I ragazzi sono affidati alla nostra responsabilità.
Sarà perché è un “ex collega” o forse per qualcosa che ancora non riesco a cogliere, ma quando Papa Leone parla mi rimanda sempre a scuola e… alla scuola. È successo diverse volte da quando è diventato Papa, anche perché prima non lo conoscevo. Ed è successo ancora quando è intervenuto al Meeting di Rimini. Non ha parlato agli insegnanti, ha parlato ad una platea indifferenziata, magmatica, nella quale c’era di tutto e molte categorie umane erano rappresentate. Non ha parlato, inoltre, solo ai presenti, ma, come spesso gli capita, ha parlato a tutti coloro che si sono imbattuti nelle sue parole. È accaduto anche con l’enciclica Magnifica Humanitas: quante cose ha detto a laici, atei, agnostici e cristiani? Ha parlato, secondo me, anche a noi docenti che stiamo per tornare in classe.
Qualcuno ha scritto che, anzi, in quel discorso si potrebbe arrivare ad intravedere una sorta di introduzione a una “spiritualità del docente”. Come non pensare al mondo della scuola, infatti, leggendo il passaggio in cui rivolge a tutti l’invito a non lasciarsi dominare da quello che definisce il «fuoco della stanchezza e della disperazione»?
Le vacanze estive non sono riuscite ad allontanare dalla mia mente tante frasi di colleghi che raccontano di disillusione e di stanchezza. «Tanto non cambia nulla». «Questi ragazzi non hanno voglia». «I genitori sono sempre più difficili». «La scuola è diventata solo burocrazia». Da frasi come queste spesso nasce il disincanto e il disimpegno: «Faccio il mio e basta». «Ho già dato». «Non ne vale più la pena». Fino alla peggiore di tutte: «Attacc ‘u ciucc addo’ vo ‘u padrone!». Tradotta letteralmente, significa “attacca l’asino dove vuole il padrone”. In altre parole: non farti troppe domande, soprattutto se non sei d’accordo con chi dà ordini, e, per non avere problemi, fai quello che ti si chiede anche senza aderirvi interiormente.
Allora, non ti ritieni più responsabile, gli altri sbagliano e tu non puoi fare altro che adeguarti a quello che ritieni un errore. È la posizione del disamore e del distacco dalle proprie azioni. Disumano. Ecco sopraggiungere, allora, il fuoco della stanchezza e della disperazione. È un’immagine straordinariamente pertinente alla scuola. Perché un docente, dopo anni di servizio, ma anche prima, può facilmente cominciare a pensare che queste situazioni siano non affrontabili e finire con il chiudersi in una visione del mondo, dei giovani, della società, come qualcosa di ineluttabile contro cui inutilmente lottare.
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Il Papa, invece, propone di “invertire la rotta” e “riaccendere sogni e visioni”. Cosa potrebbe voler dire? Sicuramente non negare la fatica che, invece, è reale e sempre crescente, ma smettere di ritenere che il lavoro svolto non abbia più senso. Questo dipende dal docente. Ad un certo punto del suo discorso, il Papa fa quello che dovrebbero fare (e molti lo fanno) gli insegnanti. Si rivolge ai giovani presenti al Meeting e dice loro la verità meno evidente: il mondo ha bisogno di loro. Qui è la grande possibilità del docente: egli non è semplicemente qualcuno che insegna equazioni, verbi, storia, scienze, matematica, inglese. Il vero scopo consiste nel dire al ragazzo, attraverso quelle discipline: «Tu puoi capire». «Tu puoi crescere». «Tu puoi diventare qualcosa che oggi ancora non sei» e di cui il mondo ha bisogno. Questa è una responsabilità enorme. Consegnare al ragazzo, soprattutto quello più demotivato, una possibilità, forse la possibilità. Il docente può diventare allora anche una fonte di motivazione.
Quando, poi, il Papa dice “Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione” si rivolge a uomini e donne di Chiesa, ma come non vedere in essa anche il riferimento a persone, i docenti, che molto hanno ricevuto dalla frequentazione della conoscenza tradizionale? La loro conoscenza, certo, non li rende onnipotenti. I docenti non possono cambiare la famiglia di un ragazzo o eliminare tutti i problemi sociali, controllare i social, risolvere in toto la dispersione scolastica, modificare le politiche ministeriali o impedire ogni conflitto in classe. Tuttavia, ognuno di loro può decidere come entrare in aula, come guardare un ragazzo, accorgersi di quello che gli sta succedendo, correggerlo non umiliando ma facendolo crescere, non accontentarsi del minimo ma provare ad accendere una curiosità in più. Sta al docente non considerare una classe un problema ma una realtà umana affidata alla propria responsabilità. Si tratta, a ben vedere, di una forma di libertà che ogni docente può assumere.
Il Santo Padre, nel suo discorso, affronta anche la questione dello smascherare i rapporti di potere ingiusti. Cosa potrebbe voler dire questa frase in classe a chi osserva il mondo intorno alla cattedra? Certo non si vuole costruire paladini senza macchia e senza paura, ma se si aiutano i nostri giovani a cogliere la differenza tra informazione e propaganda, tra conoscenza e opinione (questa cosa andrebbe fatta anche con moltissimi adulti), argomentazioni e slogan, realtà e percezione, successo e valore della persona (quante volte bisogna ricordare che un ragazzo vale molto di più del suo voto quand’anche questo fosse un 10!) certamente avremmo aiutato le nuove generazioni a non cadere nella trappola dell’incasellamento superficiale tanto cara anche alla nostra “informazione”!
Qui sta uno dei motivi più profondi che portano a considerare l’importanza dei docenti.
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