Scegliamo il “realismo della misericordia”. Anche tornando a scuola

Foto di @javotrueba

Ci sono alcune domande che possiamo portare in classe da insegnanti: la mia stanchezza sta diventando cinismo? Credo ancora che questi ragazzi possano cambiare? Quando entro in aula vedo “una classe” o vedo delle persone? Durante lo scorso Meeting di Rimini Papa Leone XIV non ha parlato direttamente agli insegnanti, eppure in quel discorso si potrebbe arrivare ad intravedere una sorta di introduzione a una “spiritualità del docente”. Un piccolo vademecum per tornare a scuola.

Durante il suo discorso pronunciato al Meeting di Rimini, Papa Leone XIV ha detto una frase che molti giornali hanno inteso rivolta ai politici belligeranti: “Prima dei confini, ci sono le persone!”. 

A me – deformazione del mestiere? –  ha suscitato queste possibili “traduzioni” per il mondo della scuola: Prima del «Questo è un alunno problematico» c’è una persona. Prima del «Questo non studia» c’è una persona. Prima del «Questo disturba» c’è una persona. Prima del «Questo non ce la farà» c’è una persona. E soprattutto, prima della prestazione viene la persona. Questo non significa abbassare gli standard. Significa esattamente il contrario: credere nella persona. Un bravo docente non dice: «Poverino, non può farcela». Dice: «Io credo che tu possa farcela, quindi ti chiedo di provarci».

Un’altra parola che ritorna spesso nel discorso del Papa è “incontro”. Per un docente significa una cosa molto semplice: non insegnare «a una classe», ma insegnare a delle persone. È una differenza enorme. Una classe non è una “una massa di studenti”. Dietro ogni volto c’è una storia. Uno ha paura della matematica. Uno vuole disperatamente essere considerato bravo. Uno non ha mai ricevuto un complimento da un adulto. Uno nasconde le proprie difficoltà dietro la battuta. Uno sembra svogliato ma è semplicemente disorientato. Uno ha bisogno di essere fermato. Uno ha bisogno che qualcuno gli dica: «Ho visto che ce l’hai messa tutta». Già immagino i miei colleghi: “Ma noi non siamo superuomini dotati di poteri speciali!” Vero, verissimo. Tuttavia, un potere è a disposizione di tutti. Il docente non può risolvere tutte queste situazioni. Ma può accorgersene. E l’esperienza mi dice che talvolta è già moltissimo.

Uno dei passaggi più belli è quello in cui Leone XIV contrappone al «falso realismo» che alimenta conflitti e divisioni il «realismo della misericordia». Questa idea può essere applicata sorprendentemente bene alla scuola. Il falso realismo del docente è: «Con questi ragazzi non si può fare niente». Sembra realismo ma spesso è rassegnazione travestita da realismo. Il vero realismo potrebbe essere: «Questa classe è difficile. Ma vediamo che cosa è ancora possibile». Non significa essere ingenui. Significa non confondere il limite attuale con il destino di una persona. 

Leggi anche: Ogni docente decide come entrare in classe. Spunti preziosi da Papa Leone

Un ragazzo che oggi prende 4 non è «un ragazzo da 4». È un ragazzo che oggi prende 4. L’insegnante lavora per un risultato che spesso arriva molto dopo la sua azione. Oggi spiega, ma l’alunno capirà forse tra alcuni mesi o anni, da adulto. 

E spesso l’insegnante non saprà mai che una sua frase è rimasta nella testa di un ragazzo e gli ha segnato la vita positivamente. Esperienza fatta qualche volta nella mia vita: il ventenne che qualche anno prima sembrava perso, ora ti incontra e ti ringrazia per un insegnamento che nemmeno ricordi di avergli impartito. 

La conclusione di questo semplice ragionamento è che l’insegnante non può far dipendere la sua realizzazione dalla misura dei risultati immediatamente visibili. Ancora meno allora possiamo far dipendere la motivazione dai risultati immediati. E allora, quale potrebbe essere un pensiero che possa aiutare ad iniziare bene e con motivazione questo anno scolastico? Forse potrebbe essere la considerazione che il docente è un guardiano che custodisce la più fragile delle risorse: la possibilità. Egli può definirsi come un custode del possibile. Custodisce la possibilità che un ragazzo difficile cambi; uno studente mediocre scopra di essere capace; qualcuno che odia la matematica impari ad amarla; un ragazzo chiuso trovi finalmente la propria voce; una classe impari a rispettarsi; un giovane scopra di avere un futuro; una persona smetta di pensarsi «incapace». 

Insomma, da Rimini potremmo ricavare alcune domande da portare con noi, entrando a scuola in questo infuocato settembre. Eccole: 

La mia stanchezza sta diventando cinismo? Credo ancora che questi ragazzi possano cambiare? Quando entro in classe vedo una classe o vedo delle persone? Chiedo molto ai ragazzi perché credo in loro o perché sono semplicemente esasperato? Insegno soltanto contenuti o formo persone capaci di giudicare la realtà? Posso rimettermi in gioco anch’io? Che cosa sto seminando che forse non vedrò mai crescere? 

L’insegnante lavora molto nel territorio dell’invisibile. E questo è un guaio. Un voto si vede. Una verifica si vede. Una competenza si vede. Si può addirittura misurare. Ma la fiducia che hai restituito a un ragazzo, la curiosità che hai acceso, la dignità con cui lo hai trattato, il desiderio di capire che hai suscitato, non si vedono nel registro elettronico. Ma sono l’essenziale.




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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.

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