Quando ho letto la notizia ho pensato: ma davvero c’è bisogno di raccontare anche questo? Due tovaglie d’altare. Tutto qui. Le hanno cucite le Clarisse di Troyes, in Francia. Le hanno tagliate, lavate, stirate, piegate. Hanno misurato con attenzione un tessuto lungo cinque metri e largo un metro e mezzo. Hanno persino dovuto pensare al foro per il microfono. Un lavoro preciso, paziente, fatto durante tutta l’estate perché quelle tovaglie dovranno essere sull’altare di Notre-Dame de Paris in occasione della visita del Papa il 25 settembre 2026.
A un certo punto, però, ho smesso di pensare che fosse una notizia insignificante perché mi sono immaginata quelle monache al lavoro e al fatto che quando sarà messa sull’altare forse nessuno passando si fermerà a chiedersi chi abbia cucito quella tovaglia. Sarà lì, semplicemente. Bianca, immacolata, stirata. A fare quello che deve fare una tovaglia d’altare: quasi scomparire per lasciare spazio a ciò che accade sopra di essa. E ho pensato che forse il Vangelo è pieno di cose così.
Di gesti che nessuno racconta. Di persone che preparano una stanza, apparecchiano una tavola, lavano i piedi, accendono una lampada. Di mani che fanno bene una cosa piccola perché quella cosa piccola è destinata a qualcuno che amano. Le Clarisse di Troyes appartengono a una comunità di Adoratrici perpetue. Sul loro abito portano un ostensorio. Hanno scelto di dedicare la loro vita all’Eucaristia. E così mi pare bellissimo che proprio loro abbiano cucito la tovaglia sulla quale sarà celebrata l’Eucaristia davanti al Papa perché quando sai Chi arriverà, prepari la casa.
Non è complicato. Se aspettiamo una persona cara a pranzo, mica diciamo: «Tanto non guarderà la tovaglia». La guardiamo noi. E la stiriamo. Mettiamo in ordine. Tiriamo fuori il servizio buono. Non perché quella persona ci giudicherà per una piega, ma perché l’amore ha un modo tutto suo di diventare concreto. E allora mi chiedo perché qualche volta, nelle nostre chiese, sembriamo aver dimenticato questa cosa così elementare. Non parlo di lusso. Non parlo di pizzi preziosi, di ori o di paramenti costosi. Non credo che il Signore abbia bisogno delle nostre vetrine. Parlo della cura.
Della tovaglia che dovrebbe essere pulita, del calice trattato con rispetto, dei vasi sacri custoditi con dignità, dei fiori che non sembrino avanzati dalla sala d’attesa di un ufficio. Del tabernacolo davanti al quale non si passa distrattamente come davanti a un mobile. Della chiesa che non dovrebbe dare l’impressione che, siccome Dio ci ama comunque, allora possiamo permetterci di essere trascurati. Dio ci ama comunque ma proprio per questo dovremmo avere ancora più cura di Lui.
Il decoro non salva nessuno. Una tovaglia perfettamente stirata non rende santa una Messa. Un altare magnifico non sostituisce una fede ma la trascuratezza può diventare, lentamente, una pedagogia. Insegna ai nostri occhi che una cosa vale poco e che possiamo entrare in chiesa come entriamo ovunque o che possiamo stare davanti all’Eucaristia con la stessa postura con cui stiamo davanti al televisore. Ci siamo abituati al mistero? Quelle Clarisse hanno passato un’estate a preparare due tovaglie per un altare. E una di loro ha detto che questo lavoro è stato una gioia perché le ha permesso di sentirsi vicina all’arrivo del Santo Padre. Mi piace questa idea della vicinanza. Non possono andare a Notre-Dame ma possono preparare.
Possiamo apparecchiare la nostra casa. Possiamo rimettere ordine nella nostra vita. Possiamo insegnare ai nostri figli che alcune cose non si fanno distrattamente. Possiamo entrare in chiesa qualche minuto prima. Possiamo inginocchiarci. Possiamo stare in silenzio. Possiamo guardarci dentro prima di accostarci all’Eucaristia. Possiamo smettere di pensare che le piccole attenzioni siano inutili. Quelle due tovaglie mi hanno ricordato una cosa che dimentico spesso: l’amore vero non disprezza i dettagli. Anzi, li conosce tutti. Potremmo allora chiederci: si vede, dal nostro modo di stare davanti all’Eucaristia, che sappiamo Chi stiamo aspettando?
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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