Semi di Teologia del corpo nelle canzoni: Nient’altro che noi

By Moroboshi - Own work, CC BY-SA 3.0

Questa settimana vi propongo un accostamento che potrebbe stupirvi un po’. Sì, qualcuno potrebbe sorridere davanti all’idea di associare una canzone pop alla Teologia del corpo di Giovanni Paolo II. Qualcun altro potrebbe considerare stridente il confronto tra un brano musicale contemporaneo e il Cantico dei Cantici, testo biblico antico di secoli. Eppure, vale la pena fare uno sforzo, per parlare ai giovani di temi grandi, partendo da ciò che conoscono.

C’è una canzone, Nient’altro che noi, di Max Pezzali, pubblicata nel 1999, che continua a essere trasmessa nelle nostre radio e cantata nei concerti. Perché ho deciso di analizzarla in questa rubrica?

La Teologia del corpo ci invita a contemplare il corpo, anziché bramarlo in modo egoistico o cercare di possederlo. E nella canzone si mostra proprio questo sguardo. Ecco i “semi” di Teologia del corpo che possiamo trovare.

Il brano comincia con immagini di grande semplicità:

“Potrei stare ore e ore qui
ad accarezzare
la tua bocca ed i tuoi zigomi
senza mai parlare
senza ascoltare altro nient’altro che
il tuo respiro crescere
senza sentire altro che noi
nient’altro che noi.”

La prima cosa che colpisce è la lentezza.

Non c’è fretta. Non c’è una conquista da raggiungere. Non c’è una prestazione da dimostrare. Il protagonista potrebbe semplicemente restare lì, per ore, accarezzando il volto dell’amata e ascoltandone il respiro.

Il corpo dell’altra persona non appare come un oggetto anonimo. Si parla di un volto, di zigomi, del respiro. Elementi concreti attraverso i quali viene riconosciuta una persona.

Non è semplicemente “un corpo bello”. È il corpo di una persona amata.

Naturalmente, non stiamo dicendo che Pezzali stesse facendo Teologia del corpo nel 1999. Non possiamo attribuirgli intenzioni che il testo non dichiara.

Il punto è un altro. Possiamo riconoscere che alcune immagini della canzone sono compatibili con una visione della corporeità nella quale il desiderio non coincide con il possesso.

Il desiderio non è il problema

Quando si parla di Teologia del corpo, a volte si rischia di trasmettere l’idea che la Chiesa guardi con sospetto al desiderio sessuale e alla passione. Non è così.

Vi è una bontà originaria del corpo: la sessualità è una realtà profondamente umana. Il problema non è l’esistenza del desiderio, ma la possibilità che il desiderio si trasformi in appropriazione, strumentalizzazione e uso dell’altro.

Nel testo c’è un desiderio corporeo molto intenso. Ci sono la pelle, le carezze, la vicinanza fisica. Ma il linguaggio dominante non è quello della conquista. È quello della contemplazione.

E c’è di più. “Senza sentire altro che noi. Nient’altro che noi” è un’immagine chiara dell’intimità esclusiva.

Ci sono momenti nei quali due persone desiderano semplicemente essere l’una per l’altra.

Non hanno bisogno di spettatori.

Non hanno bisogno di esibire ciò che stanno vivendo.

Non hanno bisogno che qualcun altro entri nella loro intimità.

È una cosa molto semplice, ma non necessariamente scontata. “Solo noi.”: non perché il mondo non esista più, ma perché in quel momento la persona amata merita uno sguardo indiviso.

Ed è proprio qui che il titolo della canzone può diventare sorprendentemente evocativo anche in prospettiva cristiana.

La sessualità, nell’antropologia cristiana, non è pensata come spettacolo pubblico né come consumo del corpo altrui. È legata alla relazione, alla reciprocità, alla donazione.

Il corpo dell’altro non è una merce.

Non è un’immagine da consumare.

Non è una prestazione da valutare.

Far entrare la pornografia nella camera da letto – per fare un esempio – spezza proprio l’incanto del “Nient’altro che noi”.

Leggi anche: I Me Contro Te, se anche l’amore diventa uno spettacolo…

Il Cantico dei Cantici

A questo punto l’accostamento con il Cantico dei Cantici non appare più così assurdo.

Il Cantico è uno dei testi biblici più sorprendenti proprio perché non ha paura di parlare della bellezza, dell’attrazione, del desiderio e della corporeità.

La Bibbia non cancella l’eros. Lo prende sul serio.

Nel Cantico gli amanti si cercano, si chiamano, si ammirano e desiderano la vicinanza dell’altro.

Un’espressione particolarmente significativa è:

“Il mio amato è per me e io sono per il mio amato.” (Ct 2,16)

Qui non troviamo semplicemente l’idea di possesso. Troviamo una reciprocità.

“Io sono per te.”

“Tu sei per me.”

È una relazione nella quale il corpo non viene separato dalla persona che lo abita.

Ancora più suggestiva è l’immagine:

“La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.”

(Ct 2,6)

Due corpi stretti, un abbraccio, il desiderio di rimanere lì, senza che serva altro.

Naturalmente non dobbiamo trasformare il Cantico dei Cantici in una sorta di commento biblico a Max Pezzali.

Il paragone funziona a un livello diverso: quello delle immagini e dell’antropologia.

Entrambi i testi, in modi (ed epoche!) completamente diversi, raccontano qualcosa di molto umano: la felicità di stare vicino alla persona amata e di vivere la corporeità come luogo di relazione.

La scena della donna che dorme

C’è poi un’altra immagine della canzone che merita attenzione: quella della donna che dorme.

Il protagonista dice di poter “perdersi” guardandola mentre dorme. È un’immagine particolarmente delicata perché, nel sonno, l’altra persona non sta facendo nulla per sedurre, conquistare o attirare lo sguardo. Non sta offrendo una prestazione. Non sta cercando di apparire bella. Semplicemente dorme.

Eppure, proprio in questa condizione di totale naturalezza il protagonista continua ad ammirarla.

“Nient’altro che noi” è contro la logica del consumo.

E qui arriviamo a un confronto inevitabile con la nostra cultura sessuale contemporanea. Viviamo in un’epoca nella quale il corpo può essere facilmente trasformato in immagine, prodotto, contenuto, merce. Un esempio? “Sesso e samba”, come se si trattasse di due attività ludiche equiparabili.

Il corpo può essere fotografato, esibito, valutato, commentato, consumato.

La Teologia del corpo propone una logica completamente diversa.

Non chiede di negare il corpo. Chiede di restituirgli il suo significato personale.

Ecco perché abbiamo scelto di analizzare il brano Nient’altro che noi: perché i vocaboli usati insistono sul concetto di dono e contemplazione.

“Accarezzare.”

“Ascoltare il respiro.”

“Guardare.”

“Stare.”

“Dormire.”

“Avvicinarsi.”

Sono verbi molto diversi da quelli usati nei brani della trap. Possiamo, dobbiamo mostrare ai giovanissimi questa differenza decisiva. Perché no, anche partendo da brani musicali entrati nell’immaginario collettivo.

La Bibbia, nel racconto della Genesi, presenta l’uomo e la donna come chiamati a diventare “una sola carne”. Nient’altro che noi suscita proprio questo, anche in chi non va in chiesa e non ha mai letto una catechesi di Giovanni Paolo II: la nostalgia di “una carne sola”, dove la passione non è nemica della tenerezza, anzi, la rende più intensa e reale.

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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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