Travolta dal cancro, ma anche da “mille abbracci”. La storia di Dora

Foto di Thirdman

Di Dora Ferrero

Oggi lasciamo la parola a Dora, una donna piena di vita, una mamma, che ha deciso di condividere con noi la sua lotta contro una brutta malattia. Tra le righe della sua testimonianza, però, non leggiamo solo disperazione, né solo coraggio. Scorgiamo una fragilità abbracciata da tante persone che le vogliono bene. E questo, per lei, è il segreto dell’esistenza: trasformare il dolore in amore.

Mi chiamo Dora, ho 45 anni e il mio corpo, a volte, si è dimostrato un po’ traditore. Eppure, dentro questo corpo abita una persona allegra che ha sempre adorato creare sintonia con gli altri, entrare in empatia, ascoltare e condividere. Per anni, la mia vita è stata una battaglia silenziosa contro l’endometriosi. Fin da ragazza sapevo dentro di me, con una presuntuosa certezza, che sarei stata una buona mamma. Avevo così tanto amore da dare, così tanto calore da trasmettere… Ma la malattia sembrava decidere altro per me, disegnando un destino diverso da quello che desideravo con tutta me stessa.

Poi ho conosciuto Luciano, l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Con lui non ho trovato solo un compagno, ma un alleato, un’anima affine. Insieme abbiamo bramato, sognato e lottato con tutte le nostre forze per raggiungere quella “normalità” che spesso tanti danno per scontata, che snobbano e sottovalutano. È stato un percorso lungo, impervio, un cammino durato ben dieci anni.

Quando finalmente quel sogno si è avverato, pensavo davvero che con gli ospedali avrei chiuso. Stringevo tra le braccia i miei bambini e quasi non potevo crederci.

Eravamo felici! Ma la cosa più bella, la più preziosa, è che ne eravamo consapevoli: eravamo così coscienti della fortuna ricevuta che ho goduto e custodito ogni singola briciola di quella felicità.

Fino a che, un giorno, la vita non ha di nuovo cambiato le carte in tavola.

Un dolore al seno, del tutto insolito. Un bozzetto mai sentito prima sotto le dita. Il dubbio, la fretta, e il controllo fissato già per il giorno seguente.

Ricordo ogni istante in quella stanza. Ero lì, distesa sul lettino d’esame. Il medico, per me, in quel momento era solo una voce femminile che parlava da sopra la mia testa: «Signora, vedo qualcosa che non mi piace… È qualcosa di serio, da operare e poi fare terapia». 

Ero scioccata. Parlava di lui, il cancro. Questa parola ha davvero un suono orribile, cupo e crudele. Non so per quale motivo, ma la prima reazione è stata quella di ordinare al mio corpo di non piangere. Volevo essere forte, volevo contenermi. Ma lui ha fatto di testa sua. Quando mi sono alzata da quel lettino, ho iniziato a tremare in modo incontrollabile, con una violenza tale che sembrava fossi stata catapultata di colpo al Polo Nord.

Poi, per un attimo, ho alzato la testa. Ho guardato quella “voce” dritta negli occhi. Le ho chiesto il permesso di piangere. Non volevo turbarla, sapevo che stava solo facendo il suo lavoro e volevo portarle rispetto, ma sentivo dentro di me una necessità viscerale, di sfogarmi. Lei, con una dolcezza inaspettata, ha aperto le braccia e mi ha accolta. In quel gesto, in quell’abbraccio, ho compreso che non avrei potuto farcela da sola. E ho pianto. Ho pianto come una bambina impaurita dal buio.

Dopo quel giorno, sono arrivate le attese. Giorni e giorni che sembravano infiniti, sospesi nel tempo, mentre fuori la vita di tutti gli altri proseguiva sui soliti binari. Io speravo e disperavo, in un’altalena continua di emozioni. 

Il pensiero andava sempre e solo ai miei bambini, ancora così piccoli… Troppo piccoli per dover crescere senza la mamma. Ogni loro sorriso, in quei giorni, era una pugnalata dritta nel petto!

Sotto il peso di quei pensieri, ho sentito l’esigenza fisica di andare al mare… Ho messo i piedi nudi nella sabbia e ho goduto di un tramonto dolcissimo, ma immensamente doloroso.

Proprio in quel momento di totale disorientamento però è arrivato l’amore. Come una potente bussola, l’amore mi ha presa per mano e mi ha guidata. Ho ricevuto tantissime visite e mi sono fusa in mille abbracci; da ognuno di essi ho assorbito una piccola dose di forza per andare avanti.

Attraverso un vero e proprio corridoio di solidarietà, sono stata contattata da persone che non conoscevo. Donne straordinarie che mi hanno dedicato il loro tempo, per raccontarmi la loro storia, le loro paure di allora, la guarigione. Loro ci sono riuscite. So bene che, purtroppo, non è così per tutti… ma io ci voglio credere, con tutta me stessa.

Abbiamo tutti la presunzione di invecchiare, dandolo quasi per scontato. Si dice spesso che invecchiare sia un privilegio: beh, oggi credo che questa sia una grande verità.

Se sono qui a raccontarvi tutto questo è per dirvi una cosa semplice ma fondamentale: vivete e amate adesso! Non domani, ora! Eliminate tutto ciò che è superfluo, liberatevi dei pesi inutili e usate al meglio la vostra bussola interiore!

Voglio ringraziare di cuore tutte quelle persone che hanno accolto il mio dolore per trasformarlo, insieme a me, in speranza. Ora mi aspettano le cure, il percorso sarà lungo, ma ce la metterò tutta per garantire e regalare ogni giorno una serena normalità alla mia famiglia. Nella vita le cose brutte succedono, non sempre possiamo scegliere; però possiamo scegliere di reagire.

Mi raccomando, prendetevi cura di voi!




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