12 Settembre 2026

Emma Bonino, la vita e il difficile mestiere di sperare

Ci sono persone che, quando muoiono, mettono d’accordo tutti. E poi ci sono persone come Emma Bonino, davanti alle quali anche il cordoglio sembra costringerci a fare i conti con le nostre contraddizioni. Emma è stata certamente una donna che ha combattuto contro la fame nel mondo, contro la pena di morte, per i diritti umani, per gli aiuti umanitari, per le donne afghane. Ha avuto uno sguardo internazionale e una capacità non comune di trasformare una convinzione personale in una battaglia pubblica. Perfino chi non condivideva le sue idee, spesso, non poteva negarne il coraggio.

Ma davanti alla sua morte c’è una parola che non riesco a mettere tra parentesi: vita, perché se davvero, evangelicamente, un albero si riconosce dai frutti, non possiamo scegliere soltanto quelli che ci piacciono. E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo: l’eredità della battaglia di Emma Bonino per la legalizzazione dell’aborto è, ai miei occhi, una ferita profonda nella storia del nostro Paese che ha fatto troppe vittime. Non parlo soltanto di una legge. Parlo di ingannevole idea di libertà.

Bonino arrivò alla battaglia sull’aborto purtroppo a partire dalla propria esperienza. Nel 1974, rimasta incinta dopo che un ginecologo le aveva assicurato di essere sterile, scelse di eliminare quel figlio che oggi avrebbe avuto la mia età. Nessuna l’aiutò a decidere diversamente. Da quella vicenda nacque il suo impegno nel Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, e poi una battaglia politica che avrebbe avuto un peso decisivo nel percorso che portò alla legge 194. Nel 1975 si autodenunciò insieme ad altri militanti radicali per aver praticato e favorito aborti clandestini. Si convinse purtroppo che questa era una battaglia di libertà e di autodeterminazione della donna.

Una convinzione che, certamente avallata anche da altri personaggi politici, ha generato purtroppo il mito dell’autodeterminazione: quante donne, affidandosi a quella idea di libertà, si sono convinte che interrompere una gravidanza fosse la scelta più giusta, più moderna, più civile? Quante hanno incontrato nell’aborto una risposta quando forse avevano bisogno di qualcuno che dicesse loro: «Aspetta. Non sei sola. Vediamo insieme se esiste un’altra strada»? E quanti bambini non sono venuti al mondo?

La storia, però, ha strani modi per impedirci di mettere le persone dentro una sola casella. Nel 1975, proprio durante quella stagione di battaglie sull’aborto, Bonino incontrò quasi per caso due donne che volevano interrompere la gravidanza. Per entrambe era ormai troppo tardi. Si cercarono allora due famiglie disponibili ad accogliere le bambine che sarebbero nate. Nacquero Aurora e Rugiada. Le famiglie che avevano dato la loro disponibilità si tirarono indietro. E Bonino prese con sé le due bambine. Rugiada aveva appena pochi giorni. Le crebbe per più di due anni. Negli stessi anni in cui aiutava altre donne ad abortire clandestinamente e si esponeva personalmente fino ad autodenunciarsi, tornava a casa e trovava due bambine da accudire, da nutrire, da vestire, da accompagnare nella notte.

Attenzione, non voglio costruire una leggenda buonista, come se Aurora e Rugiada potessero cancellare tutto il resto. Resta il fatto che quando le bambine tornarono nelle loro famiglie d’origine, la separazione fu per lei durissima. Raccontò di essere rientrata in una casa che fino al giorno prima era piena di rumore e che improvvisamente era diventata silenziosa. Non riuscì a restarci. Cambiò casa. E molti anni dopo Rugiada continuava a chiamarla mamma. Questo cortocircuito per me non è indifferente e mi dice una cosa sostanziale e cioè che nel cuore di ogni uomo e di ogni donna c’è la consapevolezza che l’amore e la cura è l’unica risposta possibile davanti alla difficoltà. Io non so se Emma davanti ad Aurora e Rugiada abbia mai pensato: e se fossero state abortite? In fondo erano proprio scampate al pericolo di aborto. Peccato che questa esperienza non le abbia permesso di retrocedere nelle sue convinzioni…

Forse papa Francesco nel suo stile aveva intuito qualcosa e quando nel novembre del 2024, dopo un ricovero andò a farle visita intendeva ancora sperare che la malattia e l’età potessero ravvedere Emma dagli abbagli delle sue battaglie che molti definiscono di civiltà. Certo è che quel gesto scandalizzò molti cattolici: «Proprio da lei doveva andare? Con tutta la gente che ha bisogno del Papa, proprio dalla Bonino?». Oggi davanti alla morte della Bonino mi accorgo che quel gesto può essere letto ancora più profondamente. Emma non è più davanti a noi. È davanti a Dio.

Un cattolico sa che davanti alla morte non siamo noi a pronunciare l’ultima parola su una persona. C’è un tribunale che non è il nostro. C’è una giustizia che non coincide con le nostre sentenze. C’è una misericordia che non è la cancellazione del male, ma la possibilità che il male non abbia l’ultima parola. Noi possiamo e dobbiamo chiamare il male con il suo nome. Dobbiamo ricordare i bambini che non sono nati. Dobbiamo ricordare le donne che hanno abortito e forse avrebbero voluto non farlo. Dobbiamo ricordare che dietro una conquista legislativa possono esserci vite concrete, ferite concrete, lacrime che non finiscono dentro un articolo di legge.

Sappiamo anche che un Dio che ama non è un Dio che dimentica. Non dimentica quei bambini. Non dimentica quelle madri. Non dimentica il dolore di chi avrebbe voluto una scelta diversa. E non dimentica neppure Emma Bonino. La misericordia non è una gomma che cancella la storia. È lo sguardo di un Padre che vede tutta la storia, tutto il bene e tutto il male, tutte le responsabilità e tutte le ferite, e tuttavia continua a chiamare per nome il figlio. Impariamo dunque dal Maestro a chiamare il male con il suo nome, senza mai smettere di chiamare l’uomo con il suo, perché, chi ama, crede e spera che tutti abbiano la vita.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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2 risposte su “Emma Bonino, la vita e il difficile mestiere di sperare”

E’ vero. Possiamo anche ritenere che l’aborto personale di Emma Bonino le abbia cambiato la vita. Sembra che abbia voluto trascinare nella sua scelta, drammatica, tante altre donne. “Fate come me” sembrava dire la Bonino, “ribellatevi alla fertilità” intesa come condanna per le donne e non per l’uomo che, forse, l’aveva abbandonata dopo il concepimento del figlio, o non lo voleva. “Che sia gratuito e per tutte”. Sembra quasi un manifesto di rabbia e opposizione ostinatamente perseguito, sull’esempio degli abortisti americani come il dottor Nathanson (poi pentitosi e convertitosi) che eseguì l’aborto di suo figlio. Ma Nahtanson girò il mondo per rivelare l’inganno tremendo dell’aborto e le sue conseguenze. Invece la Bonino non ascoltò nessuno, nemmeno chi le diceva che certe sue idee erano sbagliate. Non ascoltò nemmeno Papa Francesco. Comunque la pietà cristiana non può mancare.

Emma Bonino resterà sempre nei miei ricordi come una grande donna che ha portato avanti con coraggio la lotta per la libertà e i diritti delle donne che grazie a lei ora possono giustamente decidere in autonomia se portare avanti o no una gravidanza in tutta sicurezza. Grazie, Emma.

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