Il matrimonio cristiano è un “retaggio”? Riflettendo con l’influencer Benedetta Palella

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Bendetta Palella viene attaccata sui Social dopo aver mostrato la bellezza del matrimonio cristiano. Ma che cosa significa davvero sposarsi in Cristo? Che Dio vive nella nostra coniugalità. Il matrimonio in Cristo non è un matrimonio “con qualcosa in più”, né un retaggio del passato, né una semplice cerimonia. È un’alleanza nella quale Dio si coinvolge, per nutrire l’amore degli sposi.

C’è qualcosa di curioso, e forse anche di significativo, nella reazione suscitata recentemente da un reel di Benedetta Palella, giovane creator cattolica molto legata alla spiritualità mariana.

Il video, apparso su Instagram, mostrava immagini semplici: due ragazzi che pregano, genitori che battezzano i propri figli, padri e madri accanto ai bambini mentre giocano o pregano insieme la sera. Nessuna polemica, nessuna provocazione. Benedetta si limitava a contemplare la bellezza di quelle immagini e a ricordare quanto la Chiesa e il mondo abbiano bisogno di famiglie cristiane.

Eppure, nei commenti, è arrivata una pioggia di critiche. Non tanto contro di lei, quanto contro ciò che quelle immagini rappresentavano: il matrimonio cristiano.

Sono riemersi temi che nel reel non erano neppure affrontati: l’accusa di omofobia, la castità prematrimoniale interpretata come repressione della sessualità, l’intimità senza anticoncezionali vista come un ritorno al passato. Altri hanno sostenuto che per vivere un buon matrimonio non serva alcuna fede: basterebbero due persone che si rispettano, si amano e possiedono un sufficiente equilibrio personale.

È una reazione che dice qualcosa del nostro tempo. Perché oggi, per una parte dell’opinione pubblica, matrimonio cristiano, patriarcato e oppressione della persona tendono a essere considerati quasi necessariamente collegati.

Ma da dove nasce questa diffidenza?

Una parte della risposta si trova nella storia.

In molte società europee di tradizione cristiana, soprattutto in determinate epoche, il matrimonio religioso ha svolto contemporaneamente una funzione sacramentale, sociale e familiare. Non sempre, dunque, un matrimonio celebrato in Chiesa nasceva da una scelta di fede personale o dalla piena consapevolezza della sua natura sacramentale. Poteva essere accompagnato da consuetudini, pressioni familiari, interessi economici e patrimoniali, convenienze sociali.

La storia mostra anche situazioni nelle quali l’idea dei “doveri coniugali” è stata utilizzata per giustificare o tollerare comportamenti lesivi della dignità della donna. 

Tutto questo va riconosciuto. Non per demolire il matrimonio cristiano, ma per comprenderne meglio alcuni preconcetti di oggi.

Perché una cosa è la concezione cristiana del matrimonio, un’altra è il modo in cui uomini e donne, famiglie e società l’hanno concretamente vissuta. La prassi di chi celebra un matrimonio cristiano non coincide automaticamente con il Vangelo, così come l’unione sancita davanti a un altare non diventa buona semplicemente per il fatto di essere stata celebrato in Chiesa.

È proprio qui che nasce uno dei più grandi equivoci contemporanei.

Leggi anche: Indissolubilità: la carezza che Dio offre ad ogni matrimonio. Due sposi raccontano

Esperienze storiche realmente esistite vengono talvolta identificate con la dottrina cristiana stessa. La morale cristiana viene confusa con il puritanesimo, la castità con la repressione della sessualità, la fedeltà con il possesso dell’altro, l’indissolubilità con la privazione della libertà e l’autorità con la subordinazione.

Ma il cristianesimo non ha nulla a che vedere, in realtà, con queste storture.

Il matrimonio cristiano è un’alleanza nella quale gli sposi affidano a Cristo il proprio amore e accolgono la sua grazia per viverlo.

E Cristo non ci appesantisce, ci libera, non nasconde il peccato con ipocrisia, ci aiuta a guarirne, non reprime, ma rende coraggiosi, leali, coerenti.

L’idea di amore che sta dentro il matrimonio cristiano è esigente ma autentica, perché non riduce l’amore a un sentimento, per quanto forte. L’amore cristiano è chiamato a diventare dono, responsabilità e capacità di cercare il bene dell’altro anche quando il sentimento attraversa momenti di difficoltà.

Naturalmente, due persone non credenti possono amarsi sinceramente, essere fedeli e costruire una famiglia buona. Il cristianesimo non ha bisogno di negare questa evidenza.

La sua pretesa è un’altra: che nell’amore coniugale vissuto in Cristo ci sia una vocazione ulteriore. Che quell’amore possa diventare segno concreto dell’amore con cui Cristo ama la Chiesa.

Cristo non viene “aggiunto dall’esterno” a un progetto già compiuto. Entra dentro quel progetto.

La grazia, però, non elimina la libertà degli sposi. Dio mai impone. Chiede la loro fede, la loro disponibilità e la loro cooperazione quotidiana. Un sacramento non è una formula magica. È una chiamata che deve diventare vita.

Non perché ogni famiglia cristiana sia perfetta. Non perché basti sposarsi in Chiesa per diventare automaticamente buoni coniugi. E nemmeno perché il passato, quando più persone si sposavano in Chiesa, debba essere idealizzato. Ma perché proprio dentro la concretezza della vita familiare una persona può imparare ad amare, con limiti e cadute, come Gesù ha insegnato.

E la repressione della sessualità? È vero che il matrimonio cristiano toglie libertà nella vita intima?

Più volte abbiamo parlato di cosa significhi vivere un’intimità liberata e liberante: la Teologia del Corpo non è anzitutto un compendio di divieti, è una proposta di amore integrale, puro, leale fino in fondo. Non è un insieme di “no” per vivere da castrati, ma un “sì” ad una bellezza grande, che comprende il dono totale della persona. La castità prematrimoniale, impegnativa certamente, non è una sofferenza sterile, ma custodisce il dono pieno di sé nel matrimonio; il “no” alla contraccezione è un “sì” alla sessualità nella sua originaria bellezza (conoscere i metodi naturali permette di accogliere figli in modo irresponsabile). 

Quelle immagini del reel di Benedetta, allora, possono essere lette semplicemente per ciò che volevano essere: non la nostalgia di un ordine sociale perduto, ma la rappresentazione di una possibilità.

La possibilità che due persone scelgano liberamente di fondare il proprio amore su Cristo. Che una casa diventi un luogo di preghiera, di accoglienza e di educazione. Che la sessualità sia vissuta nel dono totale di sé. Che dei figli non siano semplicemente cresciuti, ma accompagnati alla scoperta di qualcosa che i genitori considerano più grande di loro. Che il matrimonio non sia soltanto un contratto, un retaggio o la consacrazione di un sentimento, ma una vera e propria vocazione.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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