Don Pino Puglisi e le sue orecchie grandi: “Sono per ascoltarvi meglio”

Giuseppe Puglisi, ucciso il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, aveva fatto dell’educazione la sua missione. Ricorre oggi il trentatreesimo anniversario della sua nascita in Cielo. Resta, in Italia e nel mondo, un modello da seguire per tutti coloro che hanno a cuore la giustizia e la formazione di bambini e ragazzi. Sacerdote appassionato, seppe servire con amore il suo quartiere, Brancaccio, strappando tanti dalla rete della malavita. Fu il primo sacerdote martire della mafia e venne dichiarato beato nel 2013.

Veniva preso in giro dai ragazzi di strada per le sue orecchie grandi e lui rispondeva con la sua solita autoironia: «Sono per ascoltarvi meglio».

Don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, aveva fatto dell’attenzione ai giovani la sua missione.

Oggi, nel trentatreesimo anniversario della sua morte, vogliamo ricordarlo come un educatore infaticabile e incorruttibile, con il cuore sempre rivolto ai piccoli della sua Brancaccio, quartiere di Palermo che era fortemente segnato dalla criminalità organizzata, dalla dispersione scolastica e da profonde ingiustizie sociali.

Divenne sacerdote giovanissimo, a soli ventidue anni. La sua, però, non fu una vocazione precoce: da bambino era suo fratello, che allora faceva il chierichetto, a trascinarlo in chiesa. Con il tempo, la sua fede divenne sempre più profonda e l’amore per Cristo crebbe tanto da spingerlo a donargli tutta la propria vita.

Come docente di religione, era solito entrare in aula portando con sé una scatola di cartone. Gli studenti si interrogavano a lungo sul motivo di quella strana presenza, finché era lui stesso a svelarlo: saltava sulla scatola e la rompeva. Il messaggio era semplice e provocatorio: «Siate dei rompiscatole». Li invitava a non accettare passivamente le ingiustizie, a non cedere alla cultura dell’omertà e a non lasciarsi sedurre dalle lusinghe dei potenti.

A Brancaccio si batté con determinazione perché nascesse una scuola media (non la vide sorgere, arriverà dopo la sua morte, ma ne fu insistente promotore) e fondò il Centro di accoglienza «Padre Nostro», offrendo ai bambini e ai ragazzi un luogo di incontro, di crescita e di educazione, un’alternativa concreta alla mentalità mafiosa e alla cultura del «Padrino».

Ripeteva che siamo tutti figli di un unico Padre, Dio, e che per questo ogni persona possiede una dignità che nessuno ha il diritto di calpestare. Invitava a camminare a testa alta, soprattutto quando qualcuno cerca, con la prepotenza e l’arroganza, di farci dimenticare chi siamo e quanto valiamo.

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Era convinto che non si debba chiedere «per favore» ciò che spetta di diritto. Per questo interpellava continuamente le istituzioni, chiedendo servizi adeguati e condizioni di vita dignitose per gli abitanti del quartiere di cui era parroco. La mafia, infatti, manteneva molte persone appena sopra la soglia della miseria, impedendo loro di raggiungere quel benessere e quella qualità della vita che spettavano loro di diritto.

Don Pino temeva soprattutto che i ragazzi finissero troppo presto nelle mani sbagliate. Per questo scendeva per strada, giocava a pallone con loro, li avvicinava senza giudicarli e costruiva con pazienza un rapporto di fiducia. Poi li invitava in oratorio. Molti di quei ragazzi non avevano mai conosciuto il valore delle regole, della solidarietà, del rispetto reciproco e, forse, non avevano mai sentito parlare davvero di Gesù. Don Pino faceva di tutto per sottrarli alla legge della strada e alla criminalità e per accompagnarli verso una vita nuova, fondata sulla libertà, sulla dignità e sull’incontro con Cristo.

Alessandro D’Avenia, noto scrittore palermitano, ebbe don Pino come docente di religione e a lui ha dedicato il romanzo “Ciò che inferno non è”. Ricordando il motivo per cui Puglisi fu ucciso, D’Avenia ha ricordato più volte che dava fastidio perché sottraeva i bambini al potere mafioso. È questa, forse, la sintesi più potente della sua missione: don Pino combatteva la mafia non soltanto denunciandone la violenza, ma strappando i giovani al suo potere attraverso l’educazione.

Davanti ai suoi assassini, don Pino sorrise. Sapeva che quel momento sarebbe potuto arrivare: aveva già ricevuto minacce e conosceva il pericolo al quale andava incontro. Quando gli si presentarono davanti, pronunciò parole destinate a rimanere nella storia: «Me l’aspettavo».

Non cercò lo scontro, non rispose alla violenza con altra violenza. Fino alla fine rimase fedele alla sua missione: servire Cristo, portare la sua luce ovunque. I due assassini furono molto scossi da quel sorriso, tanto che intrapresero un cammino interiore di pentimento.

Don Pino Puglisi è il primo sacerdote martire della mafia ed è stato proclamato beato dalla Chiesa cattolica. La sua testimonianza continua ancora oggi a parlare a educatori, insegnanti, sacerdoti e a tutti coloro che credono che il cambiamento possa cominciare da un bambino ascoltato, da un ragazzo accolto, da una persona alla quale viene restituita la propria dignità.

La Chiesa, riconoscendo il valore e i segni legati alla vita di questo umile sacerdote, lo ha dichiarato beato, nel 2013. Il suo esempio luminoso continua a ispirare anche oltre i confini dell’Italia. Tanti hanno raccolto il suo testimone e continuano, nel silenzio e nella quotidianità, a seminare educazione, libertà e speranza.

Don Pino aveva capito bene che la luce vince sulle tenebre, ma bisogna avere il coraggio di accenderla.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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