16 Settembre 2026

Accendere luci nella notte

Ci sono notti così buie tanto da pensare che l’unica cosa da fare sia combatterle. Cercare di scacciarle, denunciarle, smascherarle, gridare più forte del buio. Forse è anche per questo che noi cristiani, a volte, spendiamo così tante energie nel dire contro cosa siamo: contro l’aborto, contro l’eutanasia, contro la guerra, contro l’individualismo, contro una cultura che sembra aver smarrito il senso della vita.

Spesso però dimentichiamo che il Vangelo ci consegna un’immagine diversa. Non ci chiede anzitutto di combattere la notte ma di essere luce. Una luce, per quanto flebile, ha una caratteristica straordinaria: non deve vincere la notte tutta insieme. Le basta accendersi e dove arriva, il buio non è più totale. È questa la riflessione fatta dopo aver letto l’articolo che Marina Casini ha scritto su Avvenire dopo la morte di Emma Bonino. Un articolo difficile, perché tiene insieme due verità che oggi molti vorrebbero separare: da una parte la realtà delle battaglie della Bonino, compreso il suo ruolo nella diffusione della cultura abortista; dall’altra la necessità di non trasformare la morte di una persona in un processo senza appello, affidandola invece alla Misericordia di Dio e ricordando le parole del papà Carlo intrise di pietas alla morte di Marco Pannella così come del medico abortista Giorgio Conciani, suicida.

Dentro quelle parole c’è qualcosa che va oltre la vicenda di Emma Bonino e che, forse, dice molto anche a noi. Marina racconta che, mentre da una parte si affermava una cultura che rendeva sempre più facile l’aborto, dall’altra sono nate una quantità impressionante di opere per accogliere la vita: i Centri di Aiuto alla Vita, le Case di accoglienza, il Movimento per la Vita, Progetto Gemma, Sos Vita, la difesa delle donne in difficoltà, l’accompagnamento alla maternità. Mentre qualcuno seminava una cultura della morte, qualcun altro accendeva una luce.

Non possiamo cambiare il fatto che l’aborto sia diventato legge. Non possiamo cancellare le conseguenze di decenni di cultura individualista. Non possiamo fingere che non esista la contraddizione, denunciata da Marina Casini, di chi combatte la pena di morte e contemporaneamente sostiene il diritto di eliminare un bambino non ancora nato. Ma possiamo chiederci che cosa abbiamo fatto noi, davanti a quel buio. Abbiamo acceso una luce?

Una donna che ha paura e non sa dove andare trova una porta aperta? Una giovane madre sola può incontrare qualcuno che non le dica soltanto “devi essere forte”, ma le dica: “Ci siamo noi”? Un bambino che rischia di essere considerato un problema può essere guardato finalmente come un figlio? Una famiglia ferita può scoprire di non essere stata dimenticata? Questa è la differenza tra una battaglia e una testimonianza. La battaglia può essere necessaria. Ci sono leggi da contestare, idee da confutare, ingiustizie da denunciare. Un cristiano non può chiamare bene ciò che bene non è. La carità non è complicità e la misericordia non è cancellazione della verità.

Ma se la nostra fede si esaurisce nel dire ciò che è sbagliato, rischiamo di lasciare le persone proprio lì dove le abbiamo incontrate: dentro la notte. La luce cristiana, invece, non si limita a dire: “Non abortire”. Dice: “Non sei sola”. Non si limita a dire: “La vita è sacra”. Si mette accanto a quella vita, anche quando costa tempo, denaro, fatica, incomprensioni. Non si limita a denunciare una cultura che scarta. Costruisce luoghi nei quali nessuno venga scartato.

È accaduto tante volte nella storia della Chiesa e anche all’interno delle nostre Oasi, case di accoglienza con famiglie residenti. Mentre il mondo vedeva un bambino abbandonato, qualcuno preparava una culla. Mentre vedeva una mamma disperata, qualcuno apparecchiava una tavola. Mentre vedeva una donna sola, qualcuno apriva una porta. Non sempre quelle luci hanno fatto rumore. Anzi, spesso erano piccolissime ma forti nella certezza che Cristo ci chiama ad essere luce del mondo, non ci chiederà quante volte abbiamo maledetto il buio ma forse ci chiederà quante lampade abbiamo acceso.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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