Maternità surrogata: il “No” degli esperti e la Dichiarazione di Casablanca

utero in affitto

Sebbene solo una parte degli Stati consenta, con modalità e condizioni differenti, il ricorso alla maternità surrogata, il fenomeno ha ormai assunto una dimensione internazionale. Le persone che intendono ricorrervi possono infatti spostarsi da un Paese all’altro alla ricerca di ordinamenti nei quali la pratica sia consentita o disciplinata. È proprio questa dimensione transnazionale a rendere, secondo i promotori della Dichiarazione di Casablanca, insufficiente una risposta affidata esclusivamente alle legislazioni nazionali.

In questo contesto si colloca la Dichiarazione di Casablanca per l’abolizione universale della maternità surrogata, resa pubblica il 3 marzo 2023 nella città marocchina. Il documento è stato sottoscritto da 100 esperti appartenenti a 75 nazionalità, tra cui giuristi, medici, psicologi, sociologi e filosofi, molti dei quali dichiarano di occuparsi da anni degli aspetti giuridici, medici, psicologici e sociali della gestazione per altri.

L’iniziativa nasce dalla convinzione dei firmatari che la dimensione internazionale della maternità surrogata richieda una risposta altrettanto internazionale. Per questo, accanto alla Dichiarazione, è stata elaborata una proposta di Convenzione internazionale per l’abolizione universale della gestazione per altri, con l’obiettivo di offrire agli Stati uno strumento giuridico comune.

La dignità della donna e del bambino

I firmatari dichiarano di essere consapevoli della sofferenza delle persone che desiderano avere un figlio e non possono concepirlo, così come dell’attrattiva esercitata dalle moderne tecnologie di riproduzione assistita. La questione, secondo la loro prospettiva, non può tuttavia essere affrontata soltanto attraverso la possibilità tecnica di realizzare un desiderio di genitorialità: occorre interrogarsi anche sulle conseguenze che determinate pratiche possono avere sulla dignità e sui diritti delle persone coinvolte.

Il punto centrale della Dichiarazione è infatti la tutela della dignità umana e dei diritti delle donne e dei bambini. I firmatari sostengono che il contratto attraverso il quale una donna si impegna nella gestazione di un bambino destinato a essere affidato ai committenti dopo la nascita, indipendentemente dalla forma concreta assunta dall’accordo e dalla presenza o meno di un compenso economico, leda la dignità umana e contribuisca alla mercificazione delle donne e dei bambini.

Da questa impostazione deriva una posizione netta: la maternità surrogata non dovrebbe essere semplicemente regolamentata, ma abolita in tutte le sue forme, sia quando prevede un compenso economico sia quando viene presentata come pratica altruistica o non commerciale.

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Un fenomeno che attraversa i confini nazionali

Uno degli aspetti sui quali insiste maggiormente la Dichiarazione è il carattere internazionale del fenomeno. Anche quando uno Stato introduce un divieto o forti restrizioni sul proprio territorio, il ricorso alla maternità surrogata può infatti coinvolgere altri ordinamenti.

I promotori della Dichiarazione ritengono pertanto che una politica esclusivamente nazionale rischi di lasciare aperto il problema dei cosiddetti percorsi transfrontalieri: cittadini di un Paese possono recarsi all’estero per accedere alla pratica e successivamente rientrare nel proprio Paese con il bambino.

È proprio questa dimensione transnazionale, secondo i promotori, a rendere necessaria una cooperazione tra gli Stati e, in prospettiva, un accordo internazionale. La proposta di Convenzione allegata alla Dichiarazione nasce quindi dall’idea che una disciplina comune possa evitare che le differenze legislative tra Paesi diventino un elemento determinante nella scelta di ricorrere alla gestazione per altri.

Le richieste rivolte agli Stati

La Dichiarazione non si limita a esprimere una posizione di principio, ma individua una serie di misure che gli Stati, secondo i firmatari, dovrebbero adottare.

Tra le principali richieste figurano: vietare la maternità surrogata sul proprio territorio, indipendentemente dalle modalità con cui viene praticata;

  • negare validità giuridica ai contratti attraverso i quali una donna si impegna a gestare e consegnare un bambino alla nascita;
  • sanzionare le persone e le società che svolgono attività di intermediazione tra le donne coinvolte nella gestazione e i committenti;
  • prevedere conseguenze giuridiche per chi ricorre alla maternità surrogata nel territorio dello Stato;
  • intervenire anche nei confronti dei propri cittadini che ricorrono alla pratica all’estero;
  • promuovere a livello internazionale un accordo giuridicamente vincolante finalizzato all’abolizione universale della maternità surrogata.

La proposta contenuta nella Dichiarazione mira, dunque, a superare la frammentazione delle legislazioni nazionali e a costruire un quadro internazionale nel quale la maternità surrogata venga progressivamente esclusa dagli ordinamenti.

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Mercificazione e sfruttamento: la posizione dei firmatari

Uno dei passaggi più significativi del documento riguarda il rapporto tra maternità surrogata e mercato. Per i firmatari, la possibilità di stipulare un accordo nel quale una donna porta avanti una gravidanza per conto di altri può trasformare un processo profondamente personale – la gestazione e la nascita di un bambino – in una prestazione oggetto di contratto.

Da qui nasce l’espressione “mercificazione delle donne e dei bambini”, utilizzata nella Dichiarazione per descrivere quello che i suoi promotori considerano uno dei principali rischi della pratica. 

La questione riguarda, secondo questa prospettiva, non soltanto il denaro. Anche la cosiddetta surrogazione altruistica, nella quale non viene corrisposto un vero e proprio compenso, viene considerata dai firmatari parte dello stesso problema: ciò che deve essere messo in discussione è il principio stesso secondo cui una gravidanza può essere oggetto di un accordo finalizzato alla consegna del bambino alla nascita.

Per questo la Dichiarazione chiede agli Stati di intervenire “in tutte le sue modalità e sotto tutte le sue forme”, senza limitare il divieto alla sola maternità surrogata commerciale. 

Il cuore della proposta è quindi semplice e ambizioso allo stesso tempo: trasformare una posizione condivisa da un gruppo internazionale di esperti in un impegno giuridico assunto dagli Stati attraverso una Convenzione internazionale.

Per i promotori, la questione non riguarda soltanto la possibilità per un individuo di ricorrere a una determinata tecnica riproduttiva. Riguarda piuttosto i limiti che una società intende porre quando il desiderio di avere un figlio entra in rapporto con il corpo di un’altra persona, con la gravidanza e con la nascita di un bambino. È su questo terreno che la Dichiarazione di Casablanca intende spostare il dibattito internazionale.




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