«Non puoi non interrogarti sulla tua vocazione». Intervista a don Paolo Pala

Cos’hanno in comune Pinocchio e i giovani? Davvero il burattino è un esempio per fare discernimento su ciò che conta nella vita? A rispondere a queste domande ci prova don Paolo Pala, presbitero, teologo e già rettore del Seminario diocesano, che ha curato il testo Da burattino a figlio (Editrice Punto Famiglia, 2026). Un’opera frutto del lavoro di riflessione condiviso con i suoi seminaristi, in cui il cammino del burattino di legno verso la condizione di figlio diventa la parabola perfetta delle fatiche, delle trappole e delle meraviglie del discernimento vocazionale. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda.

Che consigli darebbe a chi si occupa di accompagnare un giovane in discernimento?

Molta pazienza, molta chiarezza, molto entusiasmo, molta fermezza. E, certamente non per ultima, una fede incrollabile nei tempi e nei percorsi di Dio.

Si parla, da anni, di crisi delle vocazioni. Diminuiscono i sacerdoti, così come anche i matrimoni. Secondo lei, da cosa nasce questo tipo di crisi e che possiamo fare per mostrare la bellezza di una vita consegnata a Dio?

Questa domanda è molto ampia e complessa e meriterebbe una risposta che, sinceramente, non sono in grado di dare, specialmente in modo sintetico. I motivi sono tantissimi… ma tra quelli di taglio sociologico o psicologico, aggiungerei il più importante: il crollo della fede e lo smarrimento della visione cristiana della vita. Senza fede non può nascere nessun tipo di vocazione. A noi resta il compito di dare testimonianza della bellezza della nostra vita consegnata nelle mani di Dio per la realizzazione di qualcosa di bello e di grande. Non valgono tanto i discorsi o le strategie… la testimonianza personale ed ecclesiale è insostituibile.

Tra le paure che bloccano un giovane nello scegliere c’è sicuramente quella delle decisioni definitive. Cosa direbbe a un giovane paralizzato dal timore di sbagliare strada?

Direi di approfondire la radice della sua paura. Non può essere solo una paura vocazionale… è una paura più profonda, esistenziale. Direi una vera e propria paura di vivere. Questo mi preoccupa di più. Si ha paura di tutto. Di trovare un lavoro perché lo si potrebbe perdere, di avere una relazione perché potrebbe diventare tossica, di comprare casa perché i tassi di interesse del mutuo potrebbero innalzarsi, di scegliere una facoltà piuttosto che un’altra perché non potrei lavorare per ciò che ho studiato, di avere un figlio perché perderei la mia libertà, di entrare in Seminario perché potrei non trovarmi bene. Non è che si ha paura di diventare preti o suore, o di sposarsi, o di avere figli… si ha paura di tutto.

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In modo particolare nel sacerdozio, il discernimento non finisce con l’ordinazione presbiterale. In che modo l’esperienza della fragilità nei sacerdoti adulti ci aiuta a ripensare la formazione iniziale dei seminaristi?

Anche questa domanda comporterebbe una risposta molto più approfondita di quella che potrei dare in questo momento. Colgo certamente un affanno nella formazione iniziale dei futuri presbiteri e i diversi documenti prodotti con una certa frequenza ne sono il termometro. Diciamo che quello della formazione è un discorso sempre aperto anche perché le generazioni sono sempre molto diverse tra di loro (né migliori né peggiori, ma diverse). Inoltre voglio precisare che la formazione iniziale incide sulla futura vita sacerdotale, però fino ad un certo punto. La vita è lunga, le sfide sono tante, la nostra umanità – proprio perché è umana – conserva limiti e fragilità che in certi contesti pastorali, relazionali possono amplificarsi. Il cambiamento d’epoca, per dirla con Papa Francesco, trova tutti impreparati e spaventati: c’è qualcosa che si capisce stiamo perdendo e altro che si intravede ma non si coglie nella sua netta fisionomia. Una società che sparisce ed un’altra che si profila. Una Chiesa che abbandona alcune forme del passato (soprattutto in campo pastorale) già  collaudate ma non riproponibili, e ne sperimenta di nuove, non collaudate e incerte. Non è facile per nessuno. Occorre scommettere molto di più sulla fraternità sacerdotale, sul rapporto tra vescovi e presbiteri, sulla collaborazione laicale nella distinzione dei ruoli ma nella reale corresponsabilità, sulla cura indispensabile della propria vita spirituale, anche sul sapersi prendersi sanamente “in giro”, senza banalizzazioni e senza drammi. Conservando sempre la consapevolezza chiara che, in fin dei conti, Dio conduce, noi ne siamo sempre interpreti insufficienti.

Se dovesse consegnare un messaggio a un giovane che oggi deve interrogarsi sulla propria vocazione, cosa gli direbbe?

Non puoi non farlo. Non farlo da solo. Non farlo senza Dio, indubbiamente…

Da burattino a figlio

Pinocchio come itinerario di discernimento, formazione e maturità vocazionale

  • a cura di don Paolo Pala

€13.00




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1 risposta su “«Non puoi non interrogarti sulla tua vocazione». Intervista a don Paolo Pala”

Da solo, come sistena isolato, non esiste nulla, neppure nel mondo della fisica della matetia… Quindi non è nella Realtà cercare la propria Vocazione da soli… La via dell’insegnanento di Vita di Gesù Cristo è una strada meravigliosa e maestra, capace di accogliere e far fiorire ogni esistenza inerte e vivente… Grazie caro Paolo.

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