La rivoluzione sconosciuta di San Francesco per i laici e la famiglia
3 Ottobre 2026
Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0
A ottocento anni dalla sua nascita al cielo (1226–2026), la figura di San Francesco d’Assisi continua a interpellare il mondo con la forza di un terremoto spirituale. Nella storia della Chiesa e della spiritualità medievale, ben pochi uomini di Chiesa avevano osato pensare che la santità potesse calpestare la polvere delle strade, abitare i luoghi di lavoro e riscaldare il focolare domestico degli sposi…
La perfezione evangelica, ai tempi di San Francesco, era considerata un privilegio esclusivo di monaci, sacerdoti e religiosi; i laici, e in particolare quelli sposati, vivevano uno stato di vita considerato di “serie B”, confinati in una via meramente naturale o di compromesso con la debolezza umana individuata nell’unione coniugale: una vita di rimedio alla concupiscenza.
Francesco, definito a ragione alter Christus, ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana: ha restituito il Vangelo alla vita di tutti i giorni, spalancando le porte del Regno a chiunque vivesse nel mondo. E la sua intuizione più dirompente, capace di anticipare di oltre sette secoli la sensibilità del Concilio Vaticano II, ha avuto al centro proprio i laici e il matrimonio. Egli è giustamente ricordato per la scelta preferenziale di “Madonna Povertà” e per la lettura del Vangelo “sine glossa” cioè senza interpretazioni riduttive. Poco o nulla per questa intuizione a favore dei laici.
La pietra miliare di questa rivoluzione è la Lettera ai fedeli, considerata la prima forma di vita o proto-regola del Terzo Ordine (oggi Ordine Francescano Secolare).
Con un’audacia inaudita per il XIII secolo, Francesco si rivolge direttamente «a tutti i cristiani, religiosi, chierici e laici, uomini e donne», riconoscendo ad essi – senza distinzioni – la piena dignità battesimale. Il Poverello d’Assisi demolisce l’idea che la piena sequela di Cristo richieda per forza l’abito monastico. Nella Lettera, mostra come chiunque viva nel mondo – sposi, genitori, lavoratori – possa contrarre un’unione mistica e profonda con Cristo attraverso la carità e la conversione del cuore: «Siamo suoi sposi, fratelli e madri quando facciamo la volontà del Padre»; «Perché riposerà su di essi lo Spirito del Signore ed egli farà presso di loro la sua abitazione e dimora».
Questa visione altissima si pone in perfetta sintonia con quanto affermerà secoli dopo il Concilio Vaticano II (in particolare nella Costituzione Lumen Gentium, nn. 39-40, e nel Decreto Apostolicam Actuositatem): la vocazione universale alla santità e la missione del laico di santificare il mondo dall’interno delle occupazioni temporali (Lumen Gentium 31), senza fuggire dalla società.
Se la spiritualità dei laici fu una novità, il trattamento riservato al matrimonio e alla famiglia fu ancora più dirompente.
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Nel Medioevo la cultura dominante vedeva nel legame coniugale una concessione alla fragilità anche sessuale umana. Francesco, invece, compie il miracolo evangelico di rielevare il matrimonio a luogo teologico e vocazionale. Per lui la casa, il lavoro, l’unione coniugale e i doveri verso i figli non sono distrazioni o ostacoli alla perfezione, ma il luogo esatto in cui si risponde alla chiamata di Dio. I coniugi non devono fuggire dal mondo per salvarsi: la loro unione vissuta nella fede è già un laboratorio di cielo. Francesco, in verità, non inventa questa visione. Semplicemente riporta alla luce alcune cose dette nei Vangeli e perse nei secoli a ridosso del millennio.
Papa Francesco, che sceglie di portare il nome del poverello d’Assisi, quasi a richiamare questi insegnamenti, in Amoris laetitia, 121 li conferma scrivendo: «Il matrimonio è segno prezioso, perché “quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi». Poi, al numero 316, leggiamo ancora: «Pertanto, coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica». Al numero 15 aveva già scritto: «La spiritualità dell’amore familiare è fatta di migliaia di gesti reali e concreti. In questa varietà di doni e di incontri che fanno maturare la comunione, Dio ha la propria dimora. Questa dedizione unisce “valori umani e divini”, perché è piena dell’amore di Dio. In definitiva, la spiritualità matrimoniale è una spiritualità del vincolo abitato dall’amore divino». Solo chi non vuole vedere non vede in queste frasi i prodromi di una mistica coniugale!
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