{"id":67621,"date":"2026-10-07T10:12:34","date_gmt":"2026-10-07T08:12:34","guid":{"rendered":"https:\/\/www.puntofamiglia.net\/puntofamiglia\/?p=67621"},"modified":"2026-10-07T10:12:36","modified_gmt":"2026-10-07T08:12:36","slug":"pace-su-gerusalemme-la-rivoluzione-dei-piccoli-gesti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.puntofamiglia.net\/puntofamiglia\/2026\/10\/07\/pace-su-gerusalemme-la-rivoluzione-dei-piccoli-gesti\/","title":{"rendered":"Pace su Gerusalemme, la rivoluzione dei piccoli gesti"},"content":{"rendered":"\n<p>\u00a0A tre anni dal 7 ottobre, la Terra Santa \u00e8 ancora prigioniera di un trauma che nessuno sembra voler guarire ma in mezzo a questo dramma ci sono uomini che non possono permettersi il lusso di disperare. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, \u00e8 uno di questi uomini.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>Un video su YouTube lo mostra mentre esce di casa quando la citt\u00e0 \u00e8 ancora avvolta dal buio, attraversare le strade quasi deserte della Citt\u00e0 Vecchia, percorrere quei vicoli di pietra che conducono al Santo Sepolcro, dove la morte e la risurrezione di Cristo continuano a interrogare la storia. Si ferma davanti a qualche bottega, una di quelle poche ancora aperte, scambia qualche parola con un commerciante che resiste alla tentazione di abbassare definitivamente la saracinesca, si informa sulla famiglia, su un figlio che non \u00e8 tornato, sugli affari che non vanno. Sono incontri ordinari, di quelli che in tempo di pace non farebbero notizia, ma che in una citt\u00e0 ferita diventano un modo per dirsi che si \u00e8 ancora vivi e che non tutto \u00e8 perduto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una Gerusalemme che conosce bene, quella che il patriarca attraversa ogni giorno, una citt\u00e0 nella quale la fede non pu\u00f2 essere separata dalla carne delle persone, dalle loro paure, dalle case abbandonate, dalle attivit\u00e0 commerciali che non riescono pi\u00f9 a sopravvivere. Le mura del Patriarcato latino, che da oltre 170 anni custodiscono la storia di questa comunit\u00e0, hanno visto succedersi imperi, conflitti e dominazioni. Eppure, come ha raccontato Pizzaballa in una recente intervista a <em>Repubblica<\/em>, gli ultimi tre anni sono stati particolarmente intensi, persino per chi \u00e8 abituato a vivere in una terra dove la pace \u00e8 sempre stata un orizzonte difficile da raggiungere.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 7 ottobre 2023 ha segnato uno spartiacque, una ferita che non ha smesso di sanguinare e che, a tre anni di distanza, continua a condizionare la vita di israeliani e palestinesi. \u00ab<em>Non siamo ancora usciti da quel giorno<\/em>\u00bb, ha osservato il cardinale, riconoscendo che entrambe le popolazioni sono intrappolate in un trauma profondo e irrisolto. \u00ab<em>Siamo bloccati<\/em>\u00bb. Parole che non arrivano da un osservatore distante, da qualcuno che pu\u00f2 permettersi di analizzare il conflitto attraverso le categorie della geopolitica, ma da un pastore che vive quotidianamente accanto a uomini e donne per i quali la guerra non \u00e8 una notizia da seguire sullo schermo, bens\u00ec una realt\u00e0 che entra nelle case, interrompe il lavoro, spezza le relazioni e compromette persino la possibilit\u00e0 di immaginare il futuro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;\u00e8 un passaggio dell&#8217;intervista molto significativo. Pizzaballa denuncia la mancanza di empatia tra i due popoli, l&#8217;incapacit\u00e0 di riconoscere nell&#8217;altro una persona prima ancora che un avversario. \u00c8 come se, dopo il 7 ottobre, lo sguardo si fosse definitivamente deformato, incapace di oltrepassare il confine della propria sofferenza per accorgersi di quella altrui. Il dolore, quando non trova qualcuno che lo accolga, pu\u00f2 diventare una prigione; quando viene alimentato dalla paura e dalla rabbia, rischia di trasformarsi in una giustificazione permanente della violenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si tratta di mettere sullo stesso piano responsabilit\u00e0, decisioni politiche e vicende storiche differenti, n\u00e9 di cancellare la specificit\u00e0 delle vittime e delle ingiustizie. Si tratta di riconoscere che nessuna pace sar\u00e0 possibile finch\u00e9 l&#8217;altro continuer\u00e0 a essere percepito soltanto come una minaccia. Il patriarca lo aveva gi\u00e0 espresso, nel primo anno di guerra, raccontando quanto fosse diventato difficile persino per lui, che aveva dedicato gran parte della propria vita a costruire ponti tra israeliani e palestinesi, mantenere aperte relazioni umane che improvvisamente sembravano impossibili. Si era sentito impotente, quasi inutile, proprio perch\u00e9 il suo ministero era quello di unire e non di contrapporre. Eppure, aveva aggiunto, <em>quando la sua gente lo cercava, quando aveva bisogno di vederlo e di ascoltare una parola, capiva che doveva esserci<\/em>. \u00c8 forse questa una delle responsabilit\u00e0 pi\u00f9 difficili di un pastore: rimanere presente anche quando non possiede risposte e quando la sua stessa presenza sembra incapace di cambiare le cose.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A Gerusalemme, intanto, la vita continua a consumarsi in una quotidianit\u00e0 sospesa. La guerra, spiega Pizzaballa, non ha pi\u00f9 l&#8217;intensit\u00e0 devastante di prima, ma questo non significa che le condizioni siano migliorate. A Gaza la ricostruzione non \u00e8 cominciata, le necessit\u00e0 pi\u00f9 elementari restano insoddisfatte e l&#8217;arrivo dell&#8217;inverno minaccia di rendere ancora pi\u00f9 drammatica la vita di chi \u00e8 costretto a vivere nelle tende. Quando i bombardamenti si attenuano, emergono domande che durante la fase pi\u00f9 violenta del conflitto non era neppure possibile formulare: <strong>dove vivere, come curarsi, come mandare i bambini a scuola, come procurarsi il cibo, come ricominciare a lavorare<\/strong>. La fine dei combattimenti non coincide necessariamente con la fine della sofferenza. A volte, quando il rumore delle armi diminuisce, il dolore diventa persino pi\u00f9 udibile.<\/p>\n\n\n\n<p>E tuttavia, proprio a Gaza, la riapertura della scuola parrocchiale \u00e8 stata una piccola festa. Pizzaballa ha raccontato che quel giorno molti piangevano, commossi dalla possibilit\u00e0 di ritrovare, almeno per qualche ora, una parvenza di normalit\u00e0. Raccontando poi la solidariet\u00e0 ricevuta dalla comunit\u00e0 cristiana di Terra Santa, il patriarca ha ricordato la donazione di un dollaro arrivata da una persona di un Paese africano, di cui non ricorda neppure il nome. Altri hanno offerto somme ben pi\u00f9 consistenti, ma quel piccolo contributo lo ha particolarmente commosso perch\u00e9 quel dollaro, probabilmente frutto di qualche rinuncia, conteneva una dichiarazione di vicinanza che non aveva bisogno di molte parole: qualcuno, dall&#8217;altra parte del mondo, si era accorto della loro sofferenza e aveva deciso di non rimanere indifferente.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi domando quanto sia difficile, per un cristiano che vive in quella terra, continuare a parlare di fraternit\u00e0 quando la vita quotidiana sembra smentirla continuamente. Quanto costi perdonare, o anche soltanto non cedere all&#8217;odio, quando il proprio dolore non trova ascolto e le proprie attese vengono continuamente deluse. Il Vangelo non chiede di negare la realt\u00e0, di chiamare bene il male o di tacere davanti all&#8217;ingiustizia. Chiede, piuttosto, di non permettere al male di avere l&#8217;ultima parola sulla nostra umanit\u00e0. Ed \u00e8 una richiesta che, prima di essere rivolta a chi vive in Terra Santa, riguarda ciascuno di noi.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre attendiamo che la politica trovi il coraggio di compiere la propria parte, c&#8217;\u00e8 una domanda che riguarda anche la nostra vita. <strong>Che cosa facciamo noi, concretamente, perch\u00e9 il dolore di chi \u00e8 lontano non diventi un rumore di fondo?<\/strong> Quanto spazio concediamo alla preghiera, all&#8217;informazione seria, alla solidariet\u00e0, alla possibilit\u00e0 di ascoltare anche le ragioni e le sofferenze di chi non appartiene al nostro mondo? Non possiamo risolvere il conflitto mediorientale dalle nostre case, ma possiamo rifiutarci di alimentare la disumanizzazione, di trasformare le vittime in argomenti da contrapporre e di considerare la pace una questione che riguarda soltanto chi vive dall&#8217;altra parte del Mediterraneo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle mattine gerosolimitane, quando le strade sono ancora silenziose e il cardinale si incammina verso il Santo Sepolcro, forse la preghiera pi\u00f9 difficile che il presule rivolge a Dio \u00e8 proprio quella di custodire il cuore dall&#8217;indurimento perch\u00e9 si pu\u00f2 essere circondati dalla sofferenza e, a poco a poco, smettere di lasciarsene toccare. Si pu\u00f2 assistere alla distruzione e arrivare a considerarla inevitabile. Si pu\u00f2 persino continuare a parlare di pace senza credere pi\u00f9 che sia possibile. E allora, mentre il cardinale raggiunge il luogo in cui i cristiani celebrano la vittoria della vita sulla morte, penso a quel commerciante che solleva la saracinesca, ai bambini che tornano a scuola, a quel dollaro arrivato da un Paese africano e a tutte le persone che, senza comparire nelle cronache, continuano a scegliere la vicinanza. La pace comincia anche da qui, da gesti che non hanno la pretesa di cambiare la storia, ma impediscono alla storia di cancellare l&#8217;umanit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0A tre anni dal 7 ottobre, la Terra Santa \u00e8 ancora prigioniera di un trauma che nessuno sembra voler guarire ma in mezzo a questo dramma ci sono uomini che non possono permettersi il lusso di disperare. 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Giornalista e scrittrice, dal 2008 e\u0300 direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. 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