CORRISPONDENZA FAMILIARE

Le domande dei giovani interpellano la Chiesa

26 Ottobre 2026

Foto di Pedro Rebelo Pereira

Dietro le proteste e le devastazioni c’è una crisi che non si risolve con gli investimenti né con gli slogan. I giovani hanno bisogno di ragioni per vivere, di ideali per cui impegnarsi e di una Chiesa che non abbia paura di parlare di Dio.

“Questo mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, insomma di qualcosa che sia forse demente, ma che non sia di questo mondo” (A. Camus).

“Bisogna farsi carico del malessere dei giovani”, ha detto Sergio Mattarella. Parole sante, se vengono pronunciate a margine di un convegno sul disagio giovanile; ma anche piuttosto e forse troppo semplificatrici, se vengono consegnate nel contesto immediato di una protesta che ha dato spago ad una violenza indiscriminata e francamente inaccettabile. Lascio da parte i commenti e gli interventi dei vari esponenti di partito, di una parte e dall’altra, perché sono dettati da pregiudizi ideologici e da miseri conteggi elettorali. Quello che è accaduto in varie città italiane – e che può ancora accadere perché il fuoco è ancora acceso sotto la cenere – provoca una riflessione che va al di là della doverosa condanna della violenza e non si limita ad un appello, generico e condito di retorica, a capire le ragioni dei giovani.

In primo luogo a me pare essenziale distinguere la legittima protesta, quando è circostanziata e motivata, e quando contiene o lascia intravedere una proposta seria, dalla violenza organizzata dei Centri sociali che esprime una chiara scelta politica. Chiudere gli occhi su questa corrente minoritaria ma rumorosa, è cecità intellettuale. Peggio ancora, chi giustifica e accarezza i violenti, concedendo spazi e privilegi nel tentativo – purtroppo fallimentare – di contenere la furia devastatrice. Questa forma di violenza non nasce dal disagio ma dalla visione politica, quella di chi per principio sceglie la rivoluzione come premessa dogmatica di ogni intervento. La scelta di chi per principio si oppone al sistema perché lo ritiene radicalmente ingiusto. E ritiene quindi doveroso contrastarlo in tutti i modi possibili. Senza negare la violenza, anzi facendo della violenza la leva privilegiata della propria contestazione. Altrimenti non si spiega come mai questi giovani vanno alle manifestazioni provvisti di tutto quel che serve per… la battaglia. Isolare queste frange, senza offrire loro alcuna sponda politica, metterle in condizioni di non nuocere, è il modo migliore per dare spazio e valore alla protesta di tanti altri.

Esiste senza dubbio un disagio sociale che pesa soprattutto sulle nuove generazioni, non dobbiamo minimizzarlo ma neppure amplificarlo. In Italia, la maggior parte dei giovani può ancora contare sulla presenza e il sostegno della famiglia che, in non pochi casi, e spesso a prezzo di grandi sacrifici, attenua le condizioni non sempre favorevoli del sistema socio-politico. Detto questo, mi pare però francamente riduttivo pensare di rispondere alle domande di un mondo sempre più complesso chiedendo investimenti economici più consistenti. È la classica tentazione sindacale che riduce l’uomo alla sola dimensione economica, come se da quella dipendesse il destino e il rinnovamento della vita sociale.

La protesta ha le sue ragioni ma far credere ai giovani che tutto è dovuto, è un’operazione culturale falsificante che porta la società in un vicolo cieco. Emilio Giannelli, classe 1936, per anni vignettista del Corriere, alcuni anni fa disse: “Ho 75 anni, c’ero al tempo della ricostruzione. Un’epoca austera, tuttavia avevamo la sensazione di crescere e migliorare. Oggi l’orizzonte è cupo”. Una confessione amara che ha il pregio di toccare un punto dolente dell’attuale situazione sociale, chiede infatti di ripartire da una cultura capace di dare speranza e il coraggio di lavorare non solo per raggiungere gli obiettivi personali ma per contribuire a far crescere il bene comune, cioè quel bene che riguarda tutti. Un compito come questo non può essere affidato solo alla politica e non dipende solo dalla finanziaria.

Se non abbiamo più il coraggio di chiedere a tutti, anche ai giovani, di impegnarsi per il bene comune, poniamo le basi per la dissoluzione della convivenza civile. La stagione dei diritti ha certamente favorito la giustizia sociale ma oggi appare ancora più urgente proporre una campagna culturale che fa della responsabilità sociale la premessa per lottare contro il crescente individualismo e favorire la coesione sociale.

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Il disagio giovanile esiste ma ha tante altre ragioni, nasce dalle domande inevase, dalla ricerca di un senso che non trova risposte in un sistema socio-economico dominato dal profitto e da una competizione sempre più esasperata. In frangenti come questi mi piacerebbe sentire la voce della Chiesa, i Vescovi hanno il compito e la responsabilità di aiutare il popolo di Dio a discernere i segni dei tempi. Non mi pare di aver letto un Comunicato ufficiale della CEI né dichiarazioni di singoli vescovi. Salvo un’intervista di mons. Delpini, arcivescovo di Milano, che ha confessato di non avere risposte e ha timidamente fatto notare che l’emarginazione di Dio ha certamente favorito una cultura e una prassi in cui è sempre più difficile distinguere bene e male:

“Forse la grammatica fondamentale del vivere, che distingue bene e male, è diventata troppo difficile e il riferimento a Dio è diventato fumoso e addirittura antipatico. Perciò quale ragione ci sarebbe per fare il bene ed evitare il male? Ha un fondamento serio la tragica interpretazione della storia che dice: se Dio non esiste, allora tutto è possibile!” (Avvenire, 20 ottobre 2026).

I vescovi francesi hanno reagito diversamente, pochi giorni dopo le devastazioni avvenute il 17 ottobre hanno indirizzato ai giovani una lettera in cui, senza preclusioni, hanno avuto il coraggio di esprimere un giudizio severo su quel che è accaduto: “Le manifestazioni, legittime e autorizzate, sono state purtroppo accompagnate da violenze, danneggiamenti, saccheggi e scontri, lasciando un profondo senso di amarezza in tutti coloro che credono nella pace”. Al tempo stesso hanno ricordato le parole che poche settimane prima Papa Leone aveva consegnato ai giovani: “Voi siete i santi di Francia”, esortandoli a diventare “protagonisti di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità”. Un appello che, a giudizio dei vescovi appare oggi, alla luce dei fatti, “di grande attualità!”.

La Lettera raccoglie un pensiero comune ma tanti altri vescovi hanno sentito il bisogno di intervenire per condannare senza mezzi termini la deriva violenta. “Il nostro Paese merita di meglio”, ha detto il cardinale Avelin, arcivescovo di Marsiglia e Presidente della Conferenza episcopale. Durissimo anche il giudizio di mons. Olivier de Germay, arcivescovo di Lione: “Non ignoro che questa violenza sia il segno di una società che sta male, ma voglio ribadire con forza che essa rappresenta un vicolo cieco e non può che generare ulteriori ingiustizie e divisioni”.

Le manifestazioni di questi giorni possono progressivamente perdere slancio oppure diventare l’inizio di un nuovo ’68. In ogni caso, non sono da sottovalutare perché rappresentano il sintomo di una crisi ben più ampia che ha profonde ragioni e radici culturali. Una crisi che investe molti, forse tutti gli ambiti della vita sociale: conflitti bellici, intelligenza artificiale, immigrazione di massa, recessione economica, ecologia in affanno, ridefinizione della morale privata, nuova grammatica della sessualità… e tanto altro ancora. Alla base di tutto questo, causa ma anche effetto, vi è una cultura che ha fatto dell’individualismo il suo dogma inappellabile.

In un contesto come questo la Chiesa ha molte cose da dire. Una Chiesa che riconosce il valore della protesta ma non cavalca l’onda della contestazione. Una Chiesa che non si riduce a difendere i valori della solidarietà ma ricorda che la sua prima missione è quella di ricordare all’umanità che senza Dio non c’è futuro. Una Chiesa che vive e testimonia la comunione fraterna non come frutto della buona volontà ma come una grazia che trova in Dio la sua sorgente. Una Chiesa fedele al Vangelo è, per sua natura, capace di rispondere alle domande di tanti, anche e soprattutto di quelli che non scendono in piazza ma hanno sete di verità, cercano qualcosa capace di appagare il vuoto di una vita senza ideali.

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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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