CORRISPONDENZA FAMILIARE
La rivoluzione necessaria. Fatti e non parole
2 Novembre 2026
Tutte le foto sono tratte da Wikimedia Commons
A metà dell’800 Torino era la capitale del Regno, una città che in pochi decenni aveva visto aumentare a dismisura la sua popolazione, da 80mila a 120mila, la gente accorreva dalle campagne nella speranza di vincere l’atavica povertà. Una vera e propria emigrazione di massa. La maggior parte erano giovani, a volte ragazzi, che si trovavano a vivere in condizioni durissime e senza la protezione della famiglia, sfruttati e abbandonati da un sistema economico che dava ricchezza ad alcuni e lasciava tanti altri nella povertà.
In questo contesto sociale, complesso e drammatico, entra sulla scena don Giovanni Bosco (1815-1888). Anche lui veniva dalle periferie, conosceva la durezza e la povertà della campagna. La Provvidenza gli fa incontrare i giovani, a partire da Bartolomeo Garelli, un ragazzo di 16 anni, analfabeta, povero e privo di aiuti. Un adolescente senza futuro. Quell’incontro fu come una porta spalancata sul disagio giovanile, gli diede modi di conoscere tanti altri giovani sbandati, vittime di quella che oggi chiameremmo immigrazione irregolare. Il giovane prete, appena 26 anni, decise di intervenire. Non aveva progetti né risorse. Aveva solo una grande fede. Non organizzò cortei di proteste né scelse di alimentare il malcontento sociale. S’impegnò in prima persona, iniziò a raccogliere i giovani, dando vita all’oratorio. Luogo di aggregazione ma anche di educazione alla fede. Prima di rispondere alle necessità sociali, era necessario dare un senso alla vita e l’unico che poteva farlo era Gesù Cristo. Il seme gettato nella Torino di quegli anni, a distanza di quasi due secoli, continua a portare frutti abbondanti in ogni parte del mondo.
Quando arrivò nella Valle di Pompei, negli ultimi decenni dell’800, Bartolo Longo (1841-1926) era un giovane avvocato. In quella terra si reca per motivi di lavoro ma ben presto scopre che la Madonna lo attendeva e guidava i suoi passi. Quando vede la povertà e il degrado morale e materiale delle famiglie e dei loro figli, capisce che non può voltarsi dall’altra parte. La fede lo spinge a intervenire. Il suo primo impegno fu quello di costruire una chiesa, in obbedienza ad una Voce che gli aveva suggerito di “propagare il Rosario”. La chiesa nasce come segno della fede ma diventa anche sorgente di un più riscatto sociale. La fede, infatti, quand’è autenticamente vissuta, apre gli occhi e allarga i desideri del cuore. San Bartolo comprese che l’impegno orante doveva essere accompagnato dalla solidarietà. Chi ama Dio non può non amare il prossimo. E così quella valle, abitata da poveri contadini, un luogo malfamato e abbandonato dalla gente perbene, divenne la culla della carità, una casa che per decenni ha dato accoglienza a migliaia di bambini e ragazzi. Una storia che continua ancora oggi.
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Don Carlo Gnocchi è vissuto nella prima metà del Novecento (1902-1956). Appartiene alla categoria di quei preti che sono stati catapultati nel sociale dalle circostanze della storia. Durante la seconda guerra mondiale, nella veste di cappellano militare, ha partecipato alla disastrosa spedizione in Russia degli alpini, nella quale decine di migliaia di nostri soldati sono morti. Tanti di loro muoiono sotto i suoi occhi. Un’esperienza tragica e capace di annientare l’ingenuo desiderio del bene che Dio ha seminato in ogni uomo. Lui invece, quando torna dalla guerra non organizza marce per la pace, non ha tempo per protestare né per fare chiacchiere da salotto. L’esperienza bellica ha accresciuto ulteriormente la sua umana sensibilità, torna con una coscienza nuova e con un impegno, quello che aveva promesso ai suoi alpini che morivano nelle lande desolate della Russia: “Ai vostri figli ci penserò io”. Non era una vaga consolazione ma una promessa seria alla quale non viene meno. Al ritorno si mette subito all’opera e in pochi anni fonda una straordinaria opera a favore dei piccoli mutilati di guerra. Era tornato vivo solo per miracolo. Aveva tutto il diritto di riposarsi. Lui invece si mette subito all’opera, come se sapesse di non avere molto tempo da vivere. Morirà infatti, ancora giovane, pochi anni dopo. Don Carlo testimonia che, gli eventi tragici della storia, quando vengono letti con le lenti della fede, amplificano il desiderio di bene.
Le proteste e le manifestazioni che attraversano l’Europa raccontano il disagio presente nella società civile. Non dubito delle buone intenzioni ma, per carattere e per esperienza, ho poca fiducia in questo tipo di aggregazioni. Il rivoluzionario di professione è quello che vuole cambiare tutto ma non sé stesso, quello che accusa tutti e assolve sé stesso, quello che attribuisce agli altri tutto il male possibile e promette di fare tutto il bene possibile. Questa rivoluzione è destinata a finire nel nulla, al massimo potrà migliorare il tenore di vita di quelli che sono a capo.
La rivoluzione del cristianesimo ha avuto e continuare ad avere, malgrado il silenzio dei media, un impatto sociale enorme e duraturo perché non si basa sul cambiamento delle strutture ma sulla conversione dell’uomo. Solo chi è disposto a cambiare sé stesso potrà davvero fare qualcosa per migliorare l’ambiente in cui vive. Solo chi impara a coniugare il verbo rinunciare potrà, quando è necessario, denunciare con parole adeguate il malaffare.
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Alcuni anni fa, il cardinale Angelo Comastri ha raccontato un episodio che ha come protagonista Madre Teresa. Un fatto al quale lui ha assistito personalmente.
“Madre Teresa tornava da Oslo dove aveva appena ricevuto il premio Nobel per la Pace. Alcuni giornalisti la attesero davanti alla porta delle Missionarie della Carità a San Gregorio al Celio. Tante domande e, alla fine, un giornalista di lingua inglese chiese a Madre Teresa: “Madre, mi permetta di essere impertinente: lei ha settant’anni, ha faticato tanto, ma che cosa è cambiato nel mondo? Madre Teresa, si riposi, perché non ne vale la pena”. Madre Teresa rimase serena e rispose: “Io non ho mai preteso di cambiare il mondo da sola: io cerco soltanto di essere una goccia di acqua pulita. Lo sia anche lei e saremo in due”.
San Giovanni Bosco, san Bartolo Longo, il beato don Carlo Gnocchi, Madre Teresa… e potremmo aggiungere tanti altri santi recenti che, attraverso un’eroica carità, hanno dato un contributo straordinario alla crescita morale e civile dell’umanità. Ecco la rivoluzione di cui il mondo oggi ha che mai bisogno.


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Grazie per il coraggio di porre la domanda .. le domande in modo giusto tra tanti giornalisti che ipocritamente e…
Sono due anime diverse, una maschile e una femminile in un corpo diverso. Dire, pretendere o pensare che l'altro veda…