CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

Il tempo dell’assenza

2 Novembre 2015

vedovanza

Quando muore la persona con la quale abbiamo condiviso i sogni e le speranze, è come se d'improvviso crollasse tutta la casa. Non è facile trovare le parole adatte ma qualunque parola è migliore del silenzio.

Cara Francesca,

fino ad ora hai dedicato tutte le tue energie, fisiche e spirituali allo sposo che Dio ti aveva donato; vivevi per lui solo, per alleviare la sua sofferenza e per accompagnare con il sorriso i suoi ultimi giorni terreni. Lo hai fatto in modo straordinario, rivelando non solo un carattere forte e deciso ma anche una fede adulta e ben radicata in tutto il tuo essere.

Dopo il venerdì santo c’è un tempo ancora più doloroso, quello del sepolcro vuoto. Se la morte suscita sentimenti di dolore e si manifesta nelle lacrime; il sepolcro vuoto è il tempo in cui domina il silenzio, si resta attoniti, chiusi nei propri pensieri, si aprono gli scrigni della memoria alla ricerca di eventi che possono dare consolazione ma che inevitabilmente rendono ancora più acuto il dolore. È il tempo dell’assenza, tempo di aridità in cui tutto sembra insipido e incolore. È il tempo del deserto, sabbia sterminata che non lascia intravedere alcun orizzonte. Bisogna passare anche per questa via, bere fino in fondo il calice della passione.

Tu porti nel cuore un dolore che Dio solo può misurare ma devi stare accanto ai tuoi figli che si sentono improvvisamente spogliati di colui che è all’origine della loro vita. È come se la terra tremasse sotto i piedi. Sei chiamata ora a stare accanto a ciascuno di loro rispettando i tempi, i caratteri e le diverse esigenze che scaturiscono dalla loro età. Una fatica non nuova per una madre che ha sempre seguito con particolare attenzione i suoi figli. Ma più difficile perché ora devi affrontare da sola le scelte e devi fare i conti anche con un’accentuata fragilità, tua e dei tuoi figli.

Dinanzi alla passione Gesù annuncia ai discepoli: “Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv 16,32). Nella comunione con il Padre egli trova la forza per affrontare il dramma, non solo quello della croce ma anche soprattutto quello della fuga degli amici più cari. Era questa l’intima certezza che dava forza alla sua fragile umanità. Non dice che non aveva bisogno degli altri ma che l’amore del Padre basta a colmare ogni solitudine generata dalla paura. Credo che sia questa la strada che anche tu sei chiamata a percorrere. Sperimentare in modo ancora più profondo l’unità con Dio.

Non dico questo perché penso che la comunità non rimanga accanto a te. Affatto. In questi mesi la comunione fraterna si è resa visibile e tangibile. È stato uno spettacolo di affetto che in qualche modo ha alleviato il dramma. Quando ti invito a cercare una più intima comunione con Dio lo faccio pensando alla tua nuova condizione: quella della vedovanza. Ora si apre un nuovo capitolo e devi scriverlo con la stessa fede che fino ad ora ti ha permesso di vivere un’intensa esperienza coniugale. È un cammino che non dovrai fare da sola. “Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore” (Sal 30,25). Il Signore ti doni la sua pace.

Don Silvio




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