CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

“Mi sono inginocchiata ai piedi di San Giuseppe e gli ho domandato la grazia che la piccina guarisse”

2 Gennaio 2017

Santa Zelia e Santa Teresa

Oggi ricordiamo attraverso una lettera di Zelia il compleanno di santa Teresa di Gesù Bambino e in modo particolare il pensiero corre a tutti i genitori che vivono con grande attenzione e premura la crescita dei loro figli.

Cari amici e lettori,
il nuovo anno inizia con Teresa di Lisieux: la santa carmelitana, conosciuta in tutto il mondo, nasce ad Alençon il 2 gennaio 1873, ultima di nove figli. Zelia, la mamma ha da poco compiuto 41 anni, un’età piuttosto avanzata in quell’epoca. Il papà Luigi si appresta a compiere 50 anni. Quella gravidanza non è stata un “incidente di percorso” ma una scelta, come appare chiaramente in una lettera del 1871 che Zelia scrive alla cognata. Teresa è dunque una bambina desiderata. Luigi e Zelia hanno visto morire quattro figli in tenera età, un dolore che lascia nel cuore tracce incancellabili. In qualche caso, la morte è dipesa dalla scarsa attenzione della balia alla quale Zelia è costretta ad affidare i figli, non potendo lei donare il latte. Per questo motivo, oltre che per quella naturale e legittima affezione che ogni madre nutre per i propri bambini, ella cerca di tenere Teresa con sé. Ma la dieta che ella può dare non risponde alle esigenze di un neonato. E difatti la piccola s’indebolisce, si ammala e sembra sul punto di morire. Ma proprio quando tutto sembra perduto Dio manifesta la sua Provvidenza …

In questa lettera, che Zelia scrive alla cognata, racconta la vicenda in tutti i suoi dettagli. La scrittura è agile e ci permette di entrare nella vicenda, come se fossimo lì nella casa dove si sta consumando il dramma o sulla strada, che Zelia percorre a piedi, quando è ancora buio, per andare a chiamare una balia, che rappresenta la sua ultima chance. Una lettera davvero commovente che all’inizio del nuovo anno offro a tutti i genitori, in modo speciale a quelli che nutrono legittime preoccupazioni per i loro figli a causa di malattie o di altri eventi di una certa gravità.

Luigi e Zelia hanno vissuto nella luce del Vangelo ed ora splendono nel Cielo come stelle luminose. Alla loro intercessione affidiamo tutte le famiglie che ci seguono con fedeltà e il nostro impegno editoriale per la famiglia. Oggi andrò ad Alençon per celebrare una Messa nella casa dove è nata Teresa, pregherò per ciascuno di voi. E voi fate altrettanto.
Un caro saluto.

Don Silvio

 

Alla  cognata – Marzo 1873

Dopo che le ho scritto ho avuto molti dispiaceri: la mia figlioletta andava sempre peggio. Lunedì scorso ho mandato a chiamare un altro medico, il signor Belloc. È venuto verso le cinque di sera. Dopo aver esaminato la bambina mi ha chiesto che cosa le davo. Gli ho detto quello che avevo fatto, ha trovato che andava bene me che era insufficiente per nutrirla nello stato di debolezza in cui era ridotta. Pensa che si può alimentare un bambino senza latte per due o tre giorni, ma non di più. Infine mi disse: «Questa bambina deve essere rimessa al seno immediatamente, non c’è altro che la possa salvare».

Non sapevo come fare perché non potevo pensare di nutrirla io stessa e non avevo alcuna balia in vista. Gli ho esposto il mio imbarazzo, allora mi ha fatto una prescrizione: occorreva due volte al giorno darle una cucchiaiata d’acqua di riso con una di acqua di calce, in due cucchiai di latte. Quando ho visto questa prescrizione, mi sono detta: «La mia figlioletta è perduta, non potrà sopportare due terzi di latte nello stato in cui si trova». […]

Infine, alla sera, cercavo il modo di procurarmi una balia ad ogni costo, quando mi sovvengo di una donna che conoscevo in modo particolare e che mi conveniva sotto tutti gli aspetti [si tratta della signora Taillè, alla quale erano già stati affidati i due piccoli Giuseppe]. Ma suo figlio ha giusto un anno più della mia, trovavo il latte troppo vecchio. Erano le sette, vado a casa del medico, gli parlo della mia balia di un anno. Egli riflette un po’ e mi dice: «Bisogna prenderla subito, ora è la sola risorsa per la sua bambina e, se questo non la salva, almeno lei non avrà nulla da rimproverarsi».

Se non fossi stato così tardi, sarei partita all’istante per cercare la balia. La notte mi è parsa lunga. Teresa non voleva bere quasi nulla; tutti i più gravi sintomi che avevano preceduto la morte degli altri due angioletti si andavano manifestando ed ero ben triste, persuasa che la povera piccina nello stato di esaurimento in cui si trovava non poteva più ricevere da alcun aiuto.

Sono dunque partita sul fare del giorno per Semallé, dove abita la balia, a circa due miglia da Alençon. Mio marito era assente ed io non volevo confidare a nessuno l’esito del mio viaggio. In una strada deserta ho incontrato due uomini che mi ispiravano un certo spavento, ma mi dicevo: «Quand’anche mi uccidessero, non me ne importerebbe niente». Avevo la morte nell’anima.

Finalmente sono arrivata a casa della balia e le ho chiesto se voleva venire con me per abitare del tutto in casa nostra. Mi ha detto che non poteva lasciare i suoi bambini e la sua casa, che era disposta a trattenersi otto giorni, per poi condurre con sé la piccina. Ho acconsentito, sapendo che la mia bambina sarebbe stata benissimo in casa sua.

In capo ad una mezz’ora partivamo insieme, tutte e due: siamo arrivate alle dieci e mezzo. La cameriera mi dice: «Non ho potuto farla bere, non vuole prendere nulla». La balia osserva la bambina e scuote la testa, con l’aria di dire: «Ho fatto una corsa inutile!». Sono salita subito nella mia camera, mi sono inginocchiata ai piedi di San Giuseppe e gli ho domandato la grazia che la piccina guarisse, pur rassegnandomi alla volontà di Dio, se voleva prenderla con sé. Io non piango spesso, ma mi scendevano le lacrime mentre facevo quella preghiera.

Non sapevo se dovevo scendere… infine, mi sono decisa. E che vedo? La bambina che poppava avidamente. Non ha lasciato la presa che verso l’una del pomeriggio; ha rigettato qualche sorsata ed è caduta come morta sulla nutrice. Eravamo in cinque intorno a lei. Eravamo tutti commossi; c’era un’operaia che piangeva, quanto a me mi sentivo gelare il sangue. Apparentemente la piccina non emetteva alcun respiro. Avevamo un bel chinarci per tentare di scoprire un segno di vita, non si percepiva nulla, ma era così calma, così placida che ringraziavo il buon Dio di averla fatta morire tanto dolcemente.

Finalmente, passato un quarto d’ora, la mia piccola Teresa apre gli occhi e si mette a sorridere. A partire da quel momento è completamente guarita, la buona cera è ritornata come pure la gaiezza; da allora va tutto per il meglio. Ma la mia povera piccina è partita. È ben triste avere allevato una creatura per due mesi ed essere obbligata ad affidarla in seguito a mani estranee. Ciò che mi consola è sapere che Dio vuole così, poiché ho fatto tutto quello che ho potuto per allevarla io stessa; non ho dunque nulla da rimproverarmi sotto questo riguardo. Avrei ben preferito trattenere la balia in casa, e mio marito anche, non ne voleva altre, ma accettava volentieri quella lì che conosceva per una eccellente donna.

Le auguro di tutto cuore di non avere mai dei bambini in quello stato: non si sa come fare, si teme di non dar loro quello che conviene, è un’angoscia continua. Bisogna passarci per sapere che cosa è questo tormento; non so se il Purgatorio è peggiore; ci si soffre, è vero, ma almeno si sa come fare. Insomma, ecco ancora una tremenda prova superata.




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1 risposta su ““Mi sono inginocchiata ai piedi di San Giuseppe e gli ho domandato la grazia che la piccina guarisse””

Ci sono passata due anni e mezzo interminabili. Interminabili. Non sai che fare e niente è mai abbastanza davanti al dolore innocente. La mia fede ha vacillato davanti alla sofferenza di un innocente, finchè ho capito che Dio mi chiedeva di offrirgli questa sofferenza. Ora va meglio.

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