Escatologia

di Assunta Scialdone

C’è una vita eterna per gli sposi?

24 Settembre 2019

sposi

Tutto ciò che viviamo nell’oggi della storia aspetta di essere perfezionato nella vita eterna. Anche la relazione coniugale che scaturisce da un’autentica consacrazione attende tale destino.

Qual è la domanda meno importante per gli uomini d’oggi? Non lo sappiamo. Certamente, però, essi non sono molto attratti dalla seguente: quando inizia la vita eterna? Diciamo che essa non è esattamente in cima alle preoccupazioni dei nostri contemporanei. Di questi, infatti, la stragrande maggioranza (anche tra quelli “vicini” alla Chiesa) non credono alla sua esistenza. Altri ritengono che ci sia ancora tempo per preoccuparsene, dunque ora non interessa. Poi ci sono coloro che vivono secondo il Vangelo: per essi la questione della vita eterna non è secondaria. Anzi. Questa domanda, infatti, risulta essenziale per il cammino verso la santità di ogni battezzato convinto del sacramento celebrato. In modo particolare lo è per due sposi in Cristo. Ciò è vero perché, comprendendo l’inizio della vita eterna, tutte le scelte compiute sulla terra assumono valore diverso. Per usare una parola caduta un poco in secondo piano, parleremo di escatologia.

Nel linguaggio teologico tale termine viene tradotto con “dottrina delle ultime realtà” indicando con ciò l’insieme delle conoscenze di fede sulla fine del mondo, la morte, la risurrezione, il giudizio, il paradiso e l’inferno. In senso letterale il termine escatologia indica la dottrina, il discorso critico sul futuro (dell’uomo e del cosmo) ed il suo compimento finale. Senza addentrarci nelle questioni tecniche che riguardano gli addetti ai lavori per la scrutatio del sapere teologico, focalizziamo la nostra attenzione sull’evoluzione della riflessione sull’escatologia indicata dal Concilio Vaticano II che concretizza un decisivo cambiamento d’orizzonte. Prima del Concilio, infatti, si credeva ad un’escatologia che valorizzava poco la storia. Essa, infatti, era più legata ai “novissimi” (paradiso, purgatorio, inferno), era più incentrata sulla sorte del singolo uomo trascurandone la dimensione comunitaria e cosmica: ognuno si doveva salvare, per così dire, per conto proprio. Dopo il Concilio si fa strada un’escatologia in cui è privilegiata la dimensione del compimento del progetto di Dio. Non si guarda più, esclusivamente all’evento finale ma anche a tutto ciò che precede tale evento. Così facendo, si recuperano nell’orizzonte della persona e delle sue relazioni, le dimensioni individuale, sociale e cosmica del compimento. L’altra grande novità è che le realtà ultime non vengono più collocate in altri mondi da attendere ma esse scaturiscono dal rapporto relazionale e definitivo dell’uomo con Dio attraverso Cristo. Ciò comporta che già qui sulla terra si può vivere il paradiso, l’inferno o il purgatorio anche se non in forma piena. Siamo quindi passati ad un’escatologia dell’oggi che collega il passato, il presente ed il futuro storico nella speranza del compimento definitivo del Regno.

Cosa significa ciò, ad esempio, per due sposi? Una novità di non poco conto. Stando così le cose, infatti, possiamo dire che il sacramento delle nozze, celebrato validamente tra due sposi, è inserito già nella vita futura. L’amore, la stima, il rispetto, la coniugalità sono già parti integranti del Regno di Dio. Tutto ciò che è celebrato e vissuto porta in sé il germe della resurrezione nell’attesa del compimento pieno ed ultimo di ogni realtà. Ciò non significa che i due sposi vivono la perfezione dei rapporti, ma che, pur restando nei propri limiti, essi sono chiamati alla costruzione dell’amore come dono totale di sé, alla purificazione dall’egoismo, dalla concupiscenza e a vivere il linguaggio affettivo e sessuale nella sua piena bellezza. L’escatologia, dunque, è la speranza cristiana nel Regno di Dio centrata in un futuro che compie definitivamente la storia in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria, universale. Non va configurata come fuga mundi. Essa va, piuttosto, vista come tensione che raccorda il presente con la meta futura tanto che, in virtù di tale meta, tutto il presente si orienta e si struttura per il suo raggiungimento pieno. Possiamo capire meglio con un esempio autostradale: quando ci immettiamo su un’autostrada, appena attraversato il casello, di solito ci si prospetta una scelta tra due versi di percorrenza. Ne scegliamo uno piuttosto che l’altro in base alla nostra destinazione. In altri termini, scegliamo ora in vista del raggiungimento della meta che riconosciamo come migliore per noi e che quindi ci siamo prefissi di raggiungere. La meta finale guida la scelta attuale. Come è difficile la scelta di chi non ha una meta. 

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Una frase attribuita a Socrate ci ricorda che nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare. Noi seguaci di Cristo, tuttavia, sappiamo dove andare. E sappiamo che tutto ciò che viviamo nell’oggi della storia aspetta di essere perfezionato, non cancellato. Anche la relazione coniugale che scaturisce da un’autentica consacrazione attende tale destino. C’è di più. La nostra meta è una Persona. L’escatologia, infatti, s’identifica nella persona di Gesù Cristo, crocifisso e risorto, il cui ritorno parusiaco (alla fine dei tempi) riconsegnerà la storia alla vita di Comunione Trinitaria. La vicenda di Cristo è un esempio di quanto si va scrivendo. Egli, risorgendo dai morti, infatti, non rinnega la sua storia terrena, ma la trasfigura. Ciò è evidente, ad esempio, quando Egli si mostra ai suoi con i segni della passione. Si mostra non in modo eclatante sulle nubi del cielo, ma ai suoi, alla sua famiglia, a coloro con i quali aveva intessuto una relazione profonda. Una relazione feriale, straordinariamente normale. Le apparizioni di Gesù sembrano conferire una straordinaria dignità all’ordinario quotidiano delle nostre giornate. Ciò conferma la non cancellazione dei legami profondi d’amicizia e d’amore. Cristo, con la risurrezione, ci insegna a vivere i nostri legami, soprattutto quello coniugale, all’insegna dell’eternità non come un qualcosa di passeggero legato solo alla finitudine della carne. Nella persona del Cristo le realtà finali s’inseriscono nel cuore della storia. Tutto è vissuto alla luce della risurrezione, per arrivare ad identificarsi nella relazione personale con Lui ritrovando la piena comunione con il Dio Trino.

La domanda con cui abbiamo iniziato, allora, ci riguarda molto più da vicino: ci pone una meta che inquieta continuamente la nostra ordinaria esistenza. La scuote. Qui ed ora. Non alla fine dei tempi, quando scopriremo che, infondo si muore come si è vissuto e che l’esito escatologico non sarà molto diverso da ciò che abbiamo scelto di vivere sulla Terra. Se andremo in paradiso sarà perché avremo provato a vivere già un po’ di paradiso qui. E così con le altre realtà. Qualche anno fa, Piero Pelù cantava che “il paradiso è una grande bugia” e si riferiva a quello escatologico preconciliare. Il paradiso, invece, è reale e drammaticamente presente per coloro che hanno fede.

 




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