CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

La vita non si butta. Storia di una bambina abbandonata e amata

11 Maggio 2020

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Kati, abbandonata alla nascita per ragioni di povertà e di politica in Cina, rivede i suoi genitori naturali dopo 22 anni. Una storia che ci insegna una cosa: chi ama non smette di sperare. E chi spera, non rinuncia ad amare.

Nel tempo in cui un pericoloso virus miete vittime e getta in ginocchio l’economia di tanti Paesi, molte attività sono state fermate, per legge o per il buon senso. La maggior parte degli ambiti della vita sociale sono fermi a tempo indeterminato. Anche il terrorismo e la criminalità sono costretti a sospendere o comunque a ridurre notevolmente il loro sporco lavoro. L’aborto invece continua. Senza sosta e senza tregua. Anzi, l’emergenza sanitaria ha spinto gli attivisti pro abortion a proporre l’aborto farmacologico, quello che si può fare comodamente tra le mura di casa. Non importa se, statistiche alla mano, questa opzione comporta rischi per la salute delle donne, in alcuni casi anche piuttosto gravi. D’altra parte, se non ci fossero problemi di sorta, sarebbe già diventato una prassi consueta. “Ma che c’è frega”, direbbero in romanesco le vestali di questa cultura di morte, noi difendiamo l’ideologia, mica le donne. 

Tra le ombre dense di questo tempo in cui i delitti sono diventati diritti, per dirla con Giovanni Paolo II, ogni tanto emerge una luce. Si tratta di una storia proposta dalla BBC inglese e raccontata nel programma Linee d’ombra su Radio 24. Tutto è iniziato in Cina nel 1995, 25 anni fa. Qian Fenxiang e Xu Lida sono giovani sposi, hanno già un figlio quando scoprono di essere nuovamente in attesa. L’istintiva gioia si spegne subito perché in quel periodo la politica governativa imponeva rigorosamente a tutte le famiglie di avere un solo figlio. Uno solo. Per tutti gli altri bambini che osavano bussare alla porta era prevista la pena di morte destinata agli innocenti, quella che noi chiamiamo aborto. I genitori non ebbero il coraggio di uccidere quel bambino. E misero in atto una coraggiosa e creativa strategia: la donna rimase nascosta per tutto il tempo della gravidanza, anche il parto avvenne in gran segreto, fu il marito a tagliare il cordone ombelicale con delle forbici che aveva provveduto a sterilizzare. 

Passano cinque giorni, la giovane mamma con la morte nel cuore si reca al mercato ortofrutticolo coperto e lì abbandona la neonata, lascia un biglietto legato ad una mano.

“Questa è nostra figlia, è nata alle 10,00 del mattino del ventiquattresimo giorno del settimo mese del calendario lunare 1995. Siamo stati costretti dalla povertà e dagli affari del mondo ad abbandonarla, pietà dei cuori di padri e madri, lontani e vicini. Grazie per avere salvato la nostra piccola figlia e averla affidata alle vostre cure. Se i cieli hanno sentimenti, se siamo uniti dal destino, allora ci ritroveremo sul Ponte Rotto a Hangzhou, la mattina dell’inaugurazione del Festival di Qixi, tra 10 o 20 anni, da oggi”.

La piccola viene raccolta e affidata ad un Istituto per orfani di quella città. In quei mesi una coppia americana, Ken e Ruth, decisero di adottare un bambino. Sono cristiani, hanno due figli ma scelgono di aprire le porte ad un bambino abbandonato. Per diversi motivi, legati alle loro storie familiari, scelgono di andare in Cina e, grazie all’agenzia per le adozioni, si trovano all’orfanotrofio di Suzhou e viene loro affidata Jingzhi, la figlia di Qian Fenxiang e Xu Lida. Ricevono anche il biglietto scritto dai genitori. Decidono di non parlarne alla figlia se non quando avesse compiuto 18 anni e solo se fosse stata lei a chiedere di conoscere le sue origini e i suoi genitori naturali.

Passano dieci anni. Fenxiang e Xu Lida non hanno dimenticato l’appuntamento, hanno atteso dieci anni, dieci lunghi anni per avere notizie della loro bambina. Quel giorno sono lì, al Ponte Rotto. Portano un manifesto con il nome della bambina ma nessuno si avvicina. Non possiamo neppure lontanamente immaginare la tristezza che hanno provato in quel momento. 

In realtà Ken e Ruth non hanno mai dimenticato l’appuntamento scritto su quel biglietto. E chiedono ad una loro amica cinese di recarsi sul luogo per rassicurare i genitori che la loro bambina era in buone mani. Quell’incontro non avvenne per una manciata di minuti. Ma la Provvidenza dispose che la coppia cinese con il loro cartello entrasse in un’inquadratura di una telecamera. Fu così che l’amica cinese riuscì ad entrare in contatto con Fenxiang e Xu Lida, consegnando loro alcune foto della figlia. L’aggancio potrebbe essere il primo passo di un cammino. E invece i genitori adottivi decidono di interrompere ogni contatto, hanno paura che tutto questo possa turbare la crescita della figlia. 

I genitori naturali però non si arrendono, non hanno mezzi se non il loro amore ostinato. E Dio sa quanto sia tenace quello dei genitori. Ogni anno, nel giorno stabilito, si recano al Ponte Rotto. Chi ama non smette di sperare. E chi spera, non rinuncia ad amare. Ogni anno senza che accada nulla per undici anni. Fino al 2016 quando Kati, questo il nome della bambina adottata, chiede alla mamma di raccontarle qualcosa del suo passato. Rimase senza parole. Non riusciva a capire perché i suoi genitori adottivi le avessero nascosto una storia che conoscevano e di fatto le avessero impedito di incontrare i suoi genitori naturali. Comprende le motivazioni pedagogiche ma si sente tradita. Quell’anno è lei stessa che si reca al Ponte Rotto, al giorno stabilito. 

I genitori sono lì, sono passati 22 anni ma loro sono ancora e sempre lì. Mentre scrivo provo a immaginare la scena ma la commozione prevale sulle parole. Rimane alcuni giorni con i genitori, li mette in contatto via Skype con Ken e Ruth. L’ultima sera, prima del congedo, Xu Lida consegna alla figlia una somma in contanti, sono i risparmi di una vita, la stessa somma che hanno messo da parte per la sorella maggiore. Un modo per dire che non l’hanno mai dimenticata e hanno sempre sperato di incontrarla. 

Sembra una storia inventata, si tratta invece di un frammento luminoso di umanità. Kati oggi ha una storia da raccontare perché è stata abbandonata ma non buttata via, come un peso ingombrante. È stata amata. In fondo, la grandezza della vita è tutta qui: “Amare ed essere amati”. Lo diceva Madre Teresa di Calcutta.




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