Non perdiamo la capacità di chiedere aiuto!

19 Novembre 2021

aiuto

Nell’articolo di questo mese, mi piacerebbe aprire una riflessione sul “chiedere aiuto”. Spesso, nella società attuale e soprattutto dopo la pandemia, risultano evidenti la crisi sociale, i malesseri, i disagi, e tante altre difficoltà. Eppure mi capita ancora di conoscere o sentire persone assolutamente incapaci di chiedere aiuto. 

Giorni fa una mamma mi ha raccontato che il suo bambino di 4 anni, dopo giorni senza riuscire ad andare di corpo, le ha chiesto con disperazione: “Mamma portami all’ospedale non ce la faccio più”. Pochi giorni fa ho assistito a una scena che mi fa riflettere: un bambino di 10 anni, in preda a una crisi allergica molto forte, fa chiamare la mamma disperato. Se non lo conosci bene, puoi immaginare sia un tipo ansioso, uno che si impaurisce, ma poi senti che al telefono con la mamma dice: “Vieni subito perché non è come le altre volte, sta succedendo qualcos’altro nel mio corpo”. La diagnosi medica conferma la percezione corporea di quel bambino, sta andando in shock anafilattico ha ragione è necessario intervenire subito, non è affatto qualcosa di uguale alle altre volte. Infine, vi racconto di una ragazza di 16 anni che chiede al suo papà di essere portata dallo psicologo. Non dice perché, nessuno sa quale sia il suo malessere, eppure è a tutti molto evidente. Non sente di poter coinvolgere gli adulti vicini ma decide di chiedere aiuto a qualcuno di lontano, un professionista.

Nell’articolo di questo mese, mi piacerebbe aprire una riflessione sul chiedere aiuto. Spesso, nella società attuale e soprattutto dopo la pandemia, risulta evidente la forte crisi sociale, i malesseri, i disagi, tante tante difficoltà. Eppure mi capita ancora di conoscere o sentire persone consapevoli del loro dolore, ma assolutamente indecise sul da farsi, a volte addirittura incapaci di assumersi la responsabilità di chiedere aiuto o per meglio dire di assumersi il diritto di chiedere aiuto.

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In effetti, in una società individualista è difficile poter esprimere dei bisogni personali. È evidente come ogni comunità umana sia costituita da più elementi, ma la deriva della nostra realtà si raggiunge quando li si considera come individui, come singoli. Non esseri unici e speciali, con le proprie specificità, ma come entità isolate. Diversamente l’essere umano è per sua struttura relazionale, siamo animali sociali dicevano gli antichi. La possibilità di condividere le proprie pene e le gioie, la capacità di esprimere il nostro mondo interiore, la garanzia di incontrare lo sguardo e la comprensione dell’altro sono alla base delle esigenze più primordiali della nostra specie. Se invece, non si tiene più conto di una simile componente costitutiva si riduce la meravigliosa complessità a mere mansioni: l’uomo deve produrre, deve acquistare, deve ricercare e ostentare continuamente lo stato di benessere. Un simile standard difficilmente può contemplare l’ipotesi dell’esistenza di errori, defezioni, problemi. 

Come ben sappiamo, la nostra è una società fortemente performante: richiede alte prestazioni, il massimo dei voti, esige tanti follower, gradisce la popolarità. Tutto questo sembra poco compatibile con una malattia, con il malessere, con il difetto. La canzone di Cristicchi Ti regalerò una rosa del 2007, ci descrive un po’, come in una poesia, questa situazione: “Io sono come un pianoforte con un tasto rotto. L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi. Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura”. Molti di noi, o forse tutti, sembriamo ciechi seguaci di un unico mood: stare bene, solo questo conta, se non ci stai puoi pure andare via, sparisci o fai sparire il tuo male, non è bello farlo vedere. Eppure non c’è niente di più falso, di più meschino e irreale di questo.

In termini evolutivi, invece, potremmo serenamente affermare che la crisi è un momento di passaggio. Erikson, ne fa il concetto fondante di tutto il suo pensiero psicologico. Inoltre, la fragilità è un tratto connaturale all’esperienza umana, è qualcosa di inscritto nei nostri geni pertanto ineliminabile. Nella parte iniziale dell’articolo ho raccontato degli esempi chiari e semplici di come sin dalla primissima età siamo portati a intercettare i momenti difficili, a riconoscerli, a dargli un nome e di conseguenza a chiedere aiuto. Il bambino ha in potenza la capacità di riconoscere i segnali del suo malessere fisico e psichico, ma attraverso le stimolazioni dell’ambiente esterno, in base all’educazione ricevuta e ai suoi tratti squisitamente personali può imparare a sviluppare questa capacità. Sarebbe bello diffondere una cultura dell’aiuto, che non è solo volontariato, quindi non di un esclusivo dare, ma piuttosto anche di abituarci a chiedere (forse oggi è più difficile ammettere le proprie defiance che non aiutare gli altri).




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