CORRISPONDENZA FAMILIARE

Storia di un amore che va oltre la disabilità

29 Novembre 2021

affetto

Per scuotere la coscienza di quanti hanno preso gusto a lamentarsi delle cose che non vanno, per incoraggiare quei genitori che rifiutano il figlio se appare anche solo l’eventualità di una patologia, per spegnere la falsa retorica di quanti inneggiano alla solidarietà quando si tratta di accogliere i migranti ma sostengono e promuovono il respingimento dei bambini non graditi: abbiamo bisogno della luce della carità.

Cara Roberta,

hai fatto molto bene a interpellare l’associazione Mamme matte per la piccola Aurora, le patologie di cui soffre non sono visibili ma restano impresse nella sua fragile carne. Anche questa volta l’Associazione non ha fatto fatica a trovare una giovane coppia disposta ad accogliere questa bambina. Un vero miracolo di carità. Una luce che dovrebbe essere amplificata dai mezzi di informazione, pur nel rispetto della riservatezza, per comunicare un messaggio chiaro all’intera società, per scuotere la coscienza di quanti hanno preso gusto a lamentarsi delle cose che non vanno, per incoraggiare quei genitori che rifiutano il figlio (leggi: sopprimono il figlio) se appare anche solo l’eventualità di una patologia, per spegnere la falsa retorica di quanti inneggiano alla solidarietà quando si tratta di accogliere i migranti ma sostengono e promuovono il respingimento dei bambini non graditi. 

Molti sposi sono spaventati dinanzi alla possibilità di avere un figlio malato. La disabilità fa paura. È comprensibile, specie in una società come la nostra in cui ogni genitore spera che i figli possano raggiungere obiettivi di prestigio. Un figlio malato calpesta i sogni dei genitori, soffoca sul nascere ogni loro speranza. Lo dico in maniera brutale: diventa un nemico da combattere. Ovviamente non sempre è così, grazie a Dio. Chi fa vincere la paura non accoglierà la sfida della vita. Se invece lasciamo parlare l’amore, tutto diventa possibile. Dinanzi alla possibile disabilità dovremmo proporre questa semplice domanda: “Pensi di avere abbastanza amore per accogliere un figlio?”. 

Non dobbiamo misurare le patologie del bambino ma la forza dell’amore. Chi ha fede non si nasconde dietro la retorica del “non voglio che mio figlio possa soffrire”. Chi ha fede sa bene di non avere un amore così forte e solido ma sa anche che può chiederlo a quel Dio che può fortificare ogni nostra umana capacità con un amore capace di sfidare anche l’impossibile. La fede ci rende capaci, oltre ogni misura e vince quella disabilità nascosta in ciascuno di noi.

Leggi anche: Appena nato, porta già le stigmate. Dinanzi alla disabilità…

Una società che rinnega o rigetta i suoi figli più deboli è disumana. Una società che lascia indietro o emargina i disabili non è più un popolo ma una massa di gente. Una società dal volto umano si misura dall’attenzione con la quale accompagna il cammino dei più piccoli. Uno Stato sociale è una benedizione ma non basta stanziare risorse se mancano persone disposte a farsi carico della povertà e della disabilità. Abbiamo bisogno di coltivare una vera cultura dell’accoglienza, suscitare uno stile di responsabilità. È necessario “sviluppare gli anticorpi contro una cultura che considera alcune vite di serie A e altre di serie B”. Parola di Papa Francesco. 

Hai fatto bene anche a chiamare in causa quella coppia di amici. Hai lanciato una legittima provocazione che potrebbe trovare una risposta positiva. In ogni caso li costringe a riflettere sul senso della vita e dell’amore. Ed è sempre una cosa buona. Dobbiamo abituarci a offrire provocazioni come queste, come faceva don Oreste Benzi. Lui era un santo e la sua autorità riusciva a convincere parecchie persone ad aprire il cuore ben oltre l’umana ragionevolezza. Invochiamolo più spesso quando incontriamo bambini che portano nella carne una patologia. Sono certo che dal Cielo farà la sua parte per suscitare una più grande carità. In fondo tutta l’opera della Papa Giovanni (l’associazione fondata da don Oreste Benzi, ndr) è nata dal desiderio di offrire alle persone con disabilità uno spazio in cui vivere con dignità la loro vita, uno spazio rivestito di amore. 

Il tempo di Avvento inizia fissando lo sguardo sulla Vergine Immacolata. L’esistenza di Maria è stata avvolta dalla luce di Dio, in ogni istante e in ogni circostanza, anche in quelle più dolorose. In effetti la sua maternità è intimamente segnata dalla sofferenza, è questo l’annuncio che riceve quando Gesù è ancora un neonato: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Luca 2,35). Le parole del vecchio Simeone rappresentano una nuova chiamata, essere Madre significa condividere la passione del Figlio. Nella luce di Maria anche il dolore assume una forma nuova: non è più un grido ma diventa una parola, non più una ferita che indebolisce ma una feritoia che fa passare la luce di Dio, non più un peso che frena il cammino ma un gradino che fa salire più in alto, non più un’esperienza che soffoca la speranza ma una sfida che accresce l’amore. 

Non è un’utopia ma una storia che si fa carne nella vita di tanti sposi. Sono autentici miracoli, segno di quella carità che il buon Dio non si stanca di seminare per custodire e far crescere la speranza dell’umanità. Diamo luce alla luce. 

Ti invito a continuare la tua opera, abbiamo bisogno di questi segni concreti di speranza. All’inizio di questa novena all’Immacolata affido il tuo ministero e quello di tante mamme alla Vergine Maria perché guidi e sostenga sempre i passi di chi si impegna per far risplendere il valore e la bellezza di ogni vita.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.




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