CORRISPONDENZA FAMILIARE

“Saper piangere con gli altri, questo è santità”: accompagnare con amore i genitori anziani

6 Dicembre 2021

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La sofferenza di un genitore è sempre un dolore acuto da sopportare, ma nella luce della fede può essere vissuto in maniera diversa. Che lo vogliamo o no, la sofferenza appartiene a questa vita: ogni giorno dobbiamo fare i conti con la fragilità del corpo e le ferite dell’anima, con le malattie e le delusioni. Il dolore può essere percepito e vissuto come un impedimento, una deficienza da eliminare a tutti i costi oppure come un’esperienza che favorisce la vita interiore e arricchisce il nostro patrimonio di umanità.

Carissimo don Silvio,

la settimana prossima dobbiamo portare mamma in ospedale, le sue condizioni di salute vanno peggiorando, le sue ossa sono sempre più fragili e ormai le impediscono di fare i movimenti più semplici e di assumere le posizioni corrette. È costretta a restare sdraiata sul divano o sul letto ma ogni volta che deve alzarsi è grande sofferenza. Cerchiamo di accompagnarla nel modo migliore, stiamo sperimentando altre terapie e medicinali, speriamo almeno di attenuare il dolore che in alcuni momenti è insopportabile. È diventata così fragile che non possiamo neppure toccarla. Qualche giorno fa anche il medico ha avuto difficoltà a fare una visita. Non ti nascondo che soffro molto nel vedere mamma in queste condizioni, mi rassicura però la sua serenità. Consegno tutto alla tua preghiera. Grazie per la tua presenza e il tuo sostegno. 

Giulia 

Carissima Giulia,

vedere la sofferenza della mamma è causa di grande tristezza ma, come tu stessa scrivi, la pena è attenuata dal vederla patire con quella fede che le permette di fare del suo dolore un’offerta, unita a quella di Gesù. Non è un dettaglio marginale ma una luce che dà un valore sostanzialmente diverso alla malattia. La fede non solo dona la forza di sopportare il male ma dona anche una veste nuova al patire, lo fa diventare un seme che germoglia e porta frutto. 

Che lo vogliamo o no, la sofferenza appartiene a questa vita: ogni giorno dobbiamo fare i conti con la fragilità del corpo e le ferite dell’anima, con le malattie e le delusioni. Vi sono lacerazioni interiori che il tempo non riesce a rimarginare, amarezze che nessuno può cancellare. Il dolore può essere percepito e vissuto come un impedimento, una deficienza da eliminare a tutti i costi oppure come un’esperienza che favorisce la vita interiore e arricchisce il nostro patrimonio di umanità. La cultura mondana, ha scritto Papa Francesco, propone “il divertimento, il godimento, la distrazione, lo svago, e ci dice che questo è ciò che rende buona la vita […] non vuole piangere: preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle, nasconderle”. E così, aggiunge il Pontefice, “si spendono molte energie per scappare dalle situazioni in cui si fa presente la sofferenza, credendo che sia possibile dissimulare la realtà, dove mai, mai può mancare la croce” (Gaudete et exsultate, 75). 

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Un buon cristiano, cioè un cristiano che fa della fede la sua regola di vita, non cade nella trappola mondana, ma impara ad accogliere e a vivere la sofferenza nella luce di Dio. Nessuno desidera e chiede di soffrire ma quando la sofferenza arriva non ci ribelliamo come bambini capricciosi, piuttosto chiediamo al buon Dio di fare anche di quell’esperienza una più intima condivisione con la Croce di Gesù. Non solo un peso da sopportare ma un dono che ci rende artefici di quel rinnovamento della storia che Dio realizza in ogni stagione della storia. Queste parole sono oscure e difficili per chi ha escluso Dio dalla sua vita ma sono luminose per chi crede in Dio e sa che Egli trasforma tutto in bene. 

È questa la fede di tua mamma. Ho parlato tante volte con lei e posso attestare che il suo costante sorriso, pur in mezzo a grandi tribolazioni, è la manifestazione di quella pace che avvolge la sua anima. La sua testimonianza è una grande consolazione, per te e i tuoi familiari ma anche per tutti coloro che, a diverso titolo, conoscono e condividono la sua esperienza. 

La sofferenza di tua madre mi fa pensare alla testimonianza offerta da santa Zelia che ha vissuto il tempo della malattia con una determinazione straordinaria, unita alla più grande fiducia. In questo modo ha lasciato alle figlie la più preziosa eredità, mostrando con i fatti che significa vivere e morire per il Signore, come scrive l’apostolo: “Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Romani, 14,8). E non stiamo parlando di una qualsiasi sofferenza ma di quella che in pochi mesi consuma il corpo, senza la possibilità di far ricorso, come oggi avviene, a quelle terapie capaci di contenere e attenuare il dolore. Zelia è rimasta vigile e si è preoccupata sempre e solo degli altri, fino all’ultimo ha voluto amare e servire il Signore. Una pagina davvero luminosa che ha sigillato e reso ancora più bella una vita consumata dall’amore. 

Tua mamma cammina sulla stessa via. Nella Chiesa ci sono tante esperienze di santità che non arrivano alla canonizzazione ma trovano posto in quel Libro della Vita che lo Spirito scrive lungo i secoli. Vedendo la sofferenza di tua mamma, anche tu soffri. Mi sembra del tutto naturale. “Saper piangere con gli altri, questo è santità”: ha scritto Papa Francesco. Una buona regola di vita. Invoca l’aiuto della Santa Vergine: Lei che ha patito ai piedi della Croce del Figlio, soffre con tutti quelli che sono nella prova. A Lei ti affido. Un affettuoso saluto. 

Don Silvio 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.




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