CORRISPONDENZA FAMILIARE

Un amore che porta frutto

23 Maggio 2022

Proponiamo per i nostri lettori un’omelia che don Silvio Longobardi ha tenuto lo scorso 17 maggio in occasione del matrimonio di due giovani fidanzati, Filomena e Vincenzo. “L’amore umano non è fondato sulla sincerità delle intenzioni ma trova nella fede la sua fonte inesauribile, il suo sostegno sicuro, la sua forza invincibile. La promessa nuziale non è la lista dei buoni propositi ma l’annuncio di un impegno che nasce da Cristo e trova in Lui il suo permanente principio”. 

La gioia che illumina la celebrazione nuziale non deve annullare quella naturale trepidazione che accompagna tutte le tappe più importanti del cammino della vita. E questa liturgia rappresenta certamente il passaggio più significativo e decisivo di tutta la vita. Gli sposi vengono in chiesa come mendicanti, bussano alla porta di Dio e chiedono la grazia di amarsi con sincerità e totalità di cuore. È questa la fede di Tobia che, la sera delle nozze, invita Sara a mettersi in ginocchio:

“Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza” (Tb 4,4). 

Il cammino che ha condotto alle nozze è stato vissuto con grande intensità ed è stato, fin dall’inizio, condito di fede e di preghiera. Filomena e Vincenzo sanno bene qual è il significato e il valore della promessa nuziale, sanno fin troppo bene che il loro amore è chiamato a diventare sacramento, cioè un segno visibile di quell’amore che Dio vuole manifestare e donare al suo popolo. E sanno che la comunità domestica, che oggi nasce, è chiamata a diventare una piccola chiesa, cioè uno spazio in cui Dio stesso viene a dimorare. Ed è proprio questa consapevolezza che suscita una più ardente preghiera, sanno che le buone intenzioni non bastano, anzi talvolta diventano una trappola. Non vogliono deludere le attese di Dio. 

Non solo chiedono al Signore di benedire il loro amore;

ma domandano la grazia di fare della loro vita una benedizione. 

Nel giorno della sua professione, cioè della sua unione sponsale con Gesù, Teresa di Lisieux porta sul cuore un biglietto su cui ha scritto una preghiera, chiede due cose: la fedeltà fino al martirio e fecondità: “Gesù, fa’ che io salvi molte anime” (Pr 2). È questa la preghiera che oggi consegno agli sposi. 

Rimanete

La parola del Vangelo presenta l’amore come un comandamento, in realtà si tratta di un’accorata raccomandazione, una viva e appassionata esortazione: “che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (15, 12.17). La forma verbale è quella del congiuntivo. Il vero comandamento è un altro: “Rimanete nel mio amore” (15,9). In questo caso il verbo è all’imperativo. Come a dire: se volete che l’amore sia il condimento della vostra vita, non staccatevi dalla sorgente dell’amore. È questa la scelta decisiva. L’amore umano non è fondato sulla sincerità delle intenzioni ma trova nella fede la sua fonte inesauribile, il suo sostegno sicuro, la sua forza invincibile. 

La promessa nuziale non è la lista dei buoni propositi ma l’annuncio di un impegno che nasce da Cristo e trova in Lui il suo permanente principio: “Io accolgo te e, con la grazia di Cristo prometto…”. Per questo l’avventura nuziale inizia dalla chiesa, mettendosi in ginocchio dinanzi a Dio. E può continuare solo se gli sposi scelgono ogni giorno di stare dinanzi a Dio, chiedendo “grazia e salvezza”. 

Portare frutto

Gesù invita i suoi discepoli a diventare un albero carico di frutti: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (15,16). Prendete sul serio questa parola. Ho conosciuto tanti bravi giovani che sembravano desiderosi di vivere il Vangelo ma non hanno avuto il coraggio di scommettere la vita in nome di Gesù. Spero che la vostra fede non sia asintomatica, una fede anonima, incolore e insapore. Fate vedere la fede. 

Custodite la veste nuziale che oggi ricevete, è ricamata dallo Spirito. Non sciupate la grazia del sacramento, non riducete il matrimonio ad un faticoso stare insieme, fate del matrimonio una divina avventura. La grazia del sacramento vi chiede di 

  • essere LUCE per orientare i passi dei fratelli;
  • essere PAROLA per confermare la fede dei fratelli;
  • essere PANE per nutrire la vita di quanti sono affidati a voi.

Coltivare una fede adulta e capace di partecipare alla vita ecclesiale, non solo per lasciarsi nutrire ma anche per nutrire, non solo per lasciarsi illuminare ma anche per far risuonare la Parola. Una fede che intreccia vita domestica e vita ecclesiale, vita professionale e vita orante. Una fede che non cerca accordi al ribasso ma accetta le sfide per andare più in alto. Una fede che vive le responsabilità terrene ma misura tutto con il desiderio del Cielo.

Il testo per prepararsi alla liturgia nuziale: Le nostre nozze

La santità“Dio primo servito”, dicevano i santi Luigi e Zelia. La santità non dipende dall’abito o dalla vocazione, dalle competenze o dalle risorse economiche, ma unicamente dal posto che diamo a Dio. Chi sceglie di amare e servire Dio dona alla vita una particolare impronta, un particolare profumo. Un credente intreccia sempre la vita che passa e quella che resta per sempre. È questa la fede di santa Zelia e sono questi gli auguri nuziali che consegna al fratello e alla cognata: “che viviate a lungo insieme sulla terra e che siate riuniti in Cielo per non lasciarvi più” (LF 20, 23 dicembre 1866). Non chiedete una vita priva di tribolazioni, chiedete di custodire l’amore e di ritrovarvi uniti nella gioia senza tramonto.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.


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