Quando l’amore chiama. Racconto di un’amica che ha capito

17 Agosto 2022

sposi

Sono sposata ma sto con un altro, qual è il mio sposo? Molti si sono posti questo quesito. Oggi proverò a spiegarlo attraverso la testimonianza di una mia cara amica: “Quando lo guardo mi domando cosa mi leghi a lui?”. 

Nel bel mezzo di una estate torrida, accompagnata di giorno dal canto ininterrotto delle cicale e dei grilli di notte, succede che arriva, gratuitamente ed inaspettatamente, una testimonianza dell’unicità e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Una donna, che conosco ormai da anni, incontrata e salutata con i soliti convenevoli, mi “sequestra” per più di un’ora. Ho la sensazione che mi stia cercando per, finalmente, aprire il suo cuore. Comprendo la sua necessità e ci sediamo comodamente su una panchina dove mi pongo in atteggiamento di ascolto: faccio silenzio interiore ed esteriore. Chi ha bisogno di aprire l’animo, spesso, non cerca consigli, ma vuole solo accoglienza. La donna, divorziata con nuova unione e madre di quattro figli, esordisce con questa affermazione: “È vero quanto dici! Ti ricordi? Mi hai sempre detto che uno è il matrimonio e che tutte le nuove unioni che ci possano essere sono false, momentaneamente legate, probabilmente, a mancanze interiori, a vuoti da colmare, alla paura di restare soli. Ebbene io oggi sto sperimentando che quanto tu mi hai sempre detto è vero”. Le chiedo di farmi comprendere ciò che intende e, soprattutto, ciò che sta vivendo nel suo animo. Lei, come un fiume in piena e con tanta dignità e lucidità d’animo prosegue: “Quando mi consegnasti le vere parole, contenute nel Vangelo, sull’indissolubilità del matrimonio, indicandomi la via stretta, ma vera, che Cristo ci dona per essere felici, io ebbi nel mio intimo un forte rifiuto. Te ne accorgesti e mi dicesti che Gesù di Nazareth non obbliga nessuno. Egli indica la strada da seguire, ma a noi resta l’ultima parola. Mi dicesti anche che Dio condanna sempre il peccato e mai il peccatore e che Gesù mi amava. Ecco, su questo essere amata da Dio mi sono aggrappata per tutto questo tempo. Il mio vero marito con il quale ho celebrato il matrimonio religioso si è ammalato di una grave malattia. Con lui ho avuto due figli, ma questi abitano lontano per motivi lavorativi e, allora, ho iniziato a prendermene cura io. Non potevo lasciarlo da solo. – Il mio ascolto diventa molto serio – Nell’accudire il mio vero marito ho compreso quanto amore provo ancora per lui e lui per me e quanto sono stata affrettata a lasciarlo per un altro. Quando sono con mio marito e sento con quanto amore pronuncia il mio nome, il mio cuore vibra per lui. Lui fa parte di me ed io di lui. In una notte trascorsa da lui, per suoi problemi di salute, ho ripensato al momento della mia scelta e ho capito che in realtà feci l’errore di tradirlo con un altro perché stavamo attraversando un periodo di crisi ed io caddi nelle grinfie del meccanismo del voler avere un appagamento psicologico immediato. Il mio attuale compagno mi faceva sentire amata e desiderata. Se ripenso a quella sciocchezza compiuta me ne vergogno. L’unica cosa che salvo del rapporto col nuovo compagno sono i due figli generati con lui. Mio marito è rimasto fedele al matrimonio e non ha voluto avere nessuna nuova relazione. Ora comprendo il perché quando osservo il suo sguardo carico di gentilezza e amore per me. Quando rientro a casa e guardo il mio compagno mi chiedo “chi sei? Cosa vuoi da me? Nulla mi lega a te, solo i figli! Il mio cuore e la mia anima appartiene ad un altro, a colui con il quale ho celebrato il sacramento delle nozze. Ho parlato con il mio compagno con verità dicendogli che, se vuole, può andare via oppure rimanere, ma vivendo non più come compagni”.

Mai mi sarei aspettata una testimonianza del genere da lei ricordando le sue convinzioni. Le dico che non deve essere precipitosa nel prendere delle decisioni, ma che bisogna fare piccoli passi per ritrovare equilibrio nella sua vita e nella vita di chi la circonda. Lei: “È per questo che ne sto parlando con te. Ho avuto il coraggio di venire perché non mi hai giudicata, ma sei stata l’unica a dirmi la verità secondo l’insegnamento di Cristo lasciando a me ogni decisione. Quando mi dicesti che Gesù mi amava ho continuato a pregare e a partecipare all’Eucaristia domenicale in un’altra parrocchia, dove nessuno mi conosceva. Non ho mai preso la comunione perché ero consapevole del mio stato. Era il frutto delle mie scelte libere e quindi non potevo e non dovevo pretendere nulla. Quello che Dio mi offriva era già grande: il suo amore”.

Prima di salutarci mi ribadisce che il matrimonio celebrato in Chiesa porta con sé un’unione, una fusione dei due che niente e nessuno può più spezzare. Che la maggior parte dei divorzi avviene per crisi passeggere nelle quali entrambi si arroccano su principi stupidi e, il più delle volte, infantili, che vanno ad oscurare la mente ed il cuore di entrambi senza lasciare più spazio alla luce della verità. Aggiunge, infine, che ha rivisto la sua ottusità che l’ha condotta a chiudersi come un riccio cercando solo approvazione da parte di chi la circondava. Poi mi racconta che le mie parole, così diverse da quelle della massa, hanno generato in lei un grande tormento. Mi confessa che, per un periodo, non riusciva a tollerare neanche la mia vista. Ogni volta che mi vedeva (ci vedevamo spesso per molti motivi legati anche a progetti lavorativi) le risuonava nell’animo la verità di Cristo.

Al termine di questo lungo colloquio, del quale ho riportato solo le cose principali, ho ringraziato Dio per la luce donata a questa sua figlia, ma anche per aver confermato che forte più della morte è il sacramento del matrimonio. Per quanto possa essere bistrattata e calpestata, quella consacrazione resta indelebile unendo i due per l’eternità. Questa donna, non teologa, ha fatto e continua a fare l’esperienza dell’indissolubilità e dell’unicità del vincolo matrimoniale. Dal suo racconto sono emerse anche alcune affermazioni che mi hanno molto colpito: “Io sono veramente me stessa solo con mio marito. È come se non riuscissi a vivere pienamente al di fuori di quel vincolo, è come se il matrimonio cambiasse la nostra natura”. Questa donna, nella sua semplicità, ha colto in pieno l’essenza del matrimonio cristiano. Come il sacerdote, dopo aver ricevuto la consacrazione presbiterale, diventa presbitero, cioè è e non semplicemente fa il presbitero, allo stesso modo i coniugi diventano una sola carne in eterno tanto da non poter più vivere senza la carne presente nell’altro. Qualcuno, e sono tanti anche nella Chiesa, potrebbe obiettare che il matrimonio termina con la morte di uno dei due, ma invito quanti affermano ciò a rispondere ad una semplice domanda: il cristiano conosce la morte? No! Conosce solo la morte fisica. Ma vive in eterno e le parole del rito del matrimonio recitano: “prometto di esserti fedele sempre (…) per tutti i giorni della mia vita”. Quale vita?  La nostra vita è una ed eterna.

Il racconto della mia amica non aggiunge nulla a quanto già creduto da sempre dalla Chiesa, anche se ultimamente si è un po’ perso. La relazione instaurata con un coniuge sulla terra, “quell’essere legato a”, significava, infatti, nella Chiesa delle origini, essere legato al coniuge anche nei cieli. Questo fatto è confermato anche dal Crisostomo in almeno tre scritti: Discorso ad una giovane vedova, l’unità delle nozze, l’elogio di Massimo. Altre conferme sono state rintracciate (oltre che in molti Padri e documenti antichi che per ragioni di brevità non riporto) in Atenagora (secondo secolo). Nella sua Legatio pro Christianis, ad esempio, egli è molto severo verso coloro che contraggono le seconde nozze sia in caso di ripudio, definendole un adulterio decente, e sia in caso di vedovanza, definendo colui che si risposa un adultero camuffato. Come conferma, basterebbe leggere una parte del Discorso ad una giovane vedova di san Giovanni Crisostomo, nel quale si legge: «Giacché questa morte non è una morte reale, ma un trasmigrare (…) Ti è possibile continuare a custodire l’affetto che tu nutri verso di lui anche ora e allo stesso modo di prima. Tale è appunto la forza dell’amore: essa è in grado di abbracciare, riunire, di legare insieme non solo le persone presenti, quelle che si trovano accanto a noi e quelle che vediamo, ma anche quelle persone che sono molto lontane da noi. Inoltre né tempo, né la lunga distanza del percorso, né alcunché di simile avrebbero la minima forza necessaria a spezzare questo affetto spirituale. E poi, anche se vuoi vedere il tuo sposo in faccia, e so per certo che questo costituisce il tuo più vivo desiderio, persisti nel conservargli il letto nuziale incontaminato dal rapporto con un altro uomo; preoccupati di mostrare fattivamente una condotta di vita pari alla sua e, senza alcun dubbio, potrai giungere assieme a lui nello stesso coro; abiterai con lui non per cinque anni, quanto appunto è durato il vostro matrimonio su questa terra, né per venti, né per cento, né per mille, né per duemila e neppure per diecimila, né molte volte di più, ma per secoli infiniti ed eterni. (…) Se tu intendi mostrare una condotta di vita come la sua, allora lo riavrai di nuovo, non con quella bellezza fisica che egli aveva al momento della sua dipartita, ma con un altro splendore e con una bellezza lucente più dei raggi del sole. (…) Se farai ciò (cioè restare nella vedovanza senza contrarre una nuova unione) – potrai –  vivere per tutta l’eternità accanto al tuo caro sposo, ove sarai pienamente libera dagli affanni, dalle paure, dai pericoli, dalle insidie, dall’ostilità dall’odio. (…) Dopo aver raggiunto un grado di virtù pari a lui, tu possa abitare insieme a lui nella stessa dimora, possa di nuovo unirti a lui per i secoli eterni, non con questo tipo di unione maritale, ma con un altro di gran lunga più sublime. Mentre questa terra è soltanto una unione fisica, lassù, nel cielo, essa sarà unione più intima, di un’anima con un’anima, e di molto più soave e più eccelsa» (Giovanni Crisostomo, Discorso ad una giovane vedova, Città Nuova, Roma 1984, 51ss.). 

Se non avessi accolto senza giudicare la mia amica, nulla di tutto ciò, probabilmente sarebbe accaduto. Per questo motivo, credo, papa Francesco invita tutti ad accogliere ed accompagnare: questo è uno dei passi fondamentali della rivoluzione di Francesco di cui ho parlato nell’ultimo articolo. L’ultima considerazione riguarda la domanda che mi pongo e pongo: se queste persone avessero incontrato qualcuno capace di saperli accompagnare, avrebbero fatto tutti le stesse scelte? Non lo sapremo mai. Ma la domanda resta. Questa testimonianza rafforza quanto chiede il pontefice attraverso gli itinerari catecumenali per la vita matrimoniale pubblicati da poco e alla cui lettura siamo tutti invitati.




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.




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