CORRISPONDENZA FAMILIARE

“Siate fecondi”. Dio benedice l’amore coniugale

22 Gennaio 2024

Cavalieri del lavoro è un’onorificenza che viene assegnata dal Presidente della Repubblica a coloro che si sono distinti nel mondo dell’imprenditoria. Onore al merito. C’è un altro titolo che ogni buon cristiano dovrebbe avere l’ambizione di poter ricevere, quello di essere un operaio del regno. Operaio significa partecipare attivamente alla storia di Dio attraverso i gesti più semplici, Gesù assicura che anche un semplice bicchiere d’acqua, donato gratuitamente a chi annuncia il Vangelo, avrà la sua ricompensa (Mt 10, 42). 

Se ogni piccolo gesto di carità è prezioso, quanto più dobbiamo considerare il valore di quelle opere che sono strutturalmente decisive. Due in particolare. La prima risuona nella Genesi come un comando: “Siate fecondi”. È la prima parola che è destinata all’uomo e alla donna, non più considerati separatamente ma nella loro unità. “Siate fecondi!” (Gen 1,28): è un comando biblico non una possibilità. E tale era inteso nel giudaismo. C’è una seconda opera, anch’essa espressa con un comando perentorio: “Fate questo in memoria di me (Lc 22,19). È una parola affidata ai Dodici e a tutti coloro, che accogliendo la vocazione sacerdotale, ricevono la grazia di donare alla Chiesa il Pane della vita. Gli sposi sono chiamati a generare la vita e i presbiteri sono chiamati a generare sacramentalmente Colui che dà la vita, Colui che riempie di vita i nostri giorni. Nella storia quotidiana queste due opere sono mirabilmente e continuamente intrecciate, l’una sostiene l’altra. Ed insieme danno vita al mondo.

Oggi vorrei rendere grazie a Dio che ha benedetto e reso fecondo l’amore degli sposi e ha dato loro la grazia e la gioia di generare vita. Ogni figlio che nasce è segno e frutto di quella storia che Dio continuamente realizza lungo i secoli. La storia della salvezza è ritmata dall’annuncio della maternità, a cominciare da Abramo e Sara, la coppia che inaugura il cammino: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”, leggiamo nella Genesi (18,10). Nelle pagine iniziali del Vangelo troviamo un altro annuncio, quello che l’angelo consegna a Zaccaria: “la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio” (Lc 1,13). In entrambi i casi, la promessa risponde ad una lunga attesa, anzi arriva last minute, quando ogni speranza sembrava perduta. 

La storia della salvezza non è confinata nelle pagine bibliche. Quello che leggiamo nella Bibbia è solo la primizia di quella storia che Dio continua a realizzare lungo i secoli. Ogni nascita partecipa alla storia di Dio, ogni creatura arricchisce e rende più bella questa storia “luminosa e drammatica” (Paolo VI). Questo sguardo di fede non è affatto scontato. Noto infatti la tendenza a vivere gli eventi della vita – e tra questi la nascita di un figlio – come un fatto privato, come se il figlio dovesse rispondere semplicemente alle attese dei genitori. La fede allarga gli orizzonti e invita a vivere ogni evento come una tappa di una storia più ampia, chiede di dare un valore salvifico ad ogni cosa, a maggior ragione a quegli eventi che rispondono pienamente alla parola che Dio ha consegnato all’umanità. 

Nella vita possiamo fare tante cose ma non c’è niente che possa eguagliare l’opera della maternità e della paternità. Niente di più grande e di più bello. Allo stesso modo nella la vita di un presbitero non c’è nessun’altra cosa che possa eguagliare l’opera che egli compie quando celebra l’Eucaristia

Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia”, canta il salmista (Sal 126). E così pure Maria nella casa di Zaccaria: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1,49). Quando dice “grandi cose la Vergine di Nazaret pensa proprio a quel Bambino che porta in grembo, lei sa che quel Bambino, unico tra tutti, viene a rischiarare la storia dell’umanità. Quella maternità non prevista ma accolta con gioia nella fede, immerge Maria nella storia di Dio in un modo tutto particolare. Unico è quel Bambino e unica e irripetibile la sua maternità. Maria vive con consapevolezza e umiltà la grazia della maternità. Nelle sue parole non c’è l’orgoglio di chi si vanta delle proprie opere, al contrario riconosce che tutto viene da Dio, è Lui che compie la sua opera quando incontra la docile collaborazione dei suoi figli. 

La Vergine è consapevole di aver accolto Dio. Una coppia di sposi può e deve essere fiera di dare alla luce un figlio ma deve riconoscere che quel figlio è un dono di Dio. La fede va oltre. Non solo ci fa accogliere un figlio come un dono prezioso di Dio ma ci chiede di riconoscere e accogliere Dio stesso in ogni figlio. È Gesù che lo ha promesso: “Chi accoglie un bambino accoglie me” (Mt 18,5). Ogni figlio è come un passaggio di Dio nella vita degli sposi. Accogliere un bambino significa spalancare le porte a Dio. 

Ogni volta che gli sposi scelgono di aprirsi alla vita, compiono un atto di fiducia, manifestano di credere alla divina Provvidenza. Un vero gesto di fede. L’accoglienza della vita annuncia al mondo che ci fidiamo di Dio, non facciamo vincere la paura né il calcolo. La denatalità ha certamente molte cause ma, in ultima analisi, è generata da una sostanziale mancanza di fede che, a sua volta, alimenta la paura: in primo luogo la paura del futuro e di non saper dare al figlio tutto quello di cui ha bisogno; ma anche la paura di perdere la propria libertà e di non avere più la possibilità di seguire i propri interessi e di raggiungere i propri obiettivi. 

Accogliere la vita è un gesto di amore. Ho già ricordato altre volte l’esperienza di una coppia francese, raccontata in un bel libro autobiografico di Anne-Dauphine Julliand (Une journée particulière). È una storia affascinante, anche se drammatica. La coppia aveva già tre figli, quando scoprì che le ultime due erano affette da malattie gravissime e incurabili. Le bambine morirono in tenera età. Come potete immaginare. una situazione difficile e pesante da gestire. Era inevitabile che questa coppia si ponesse una domanda: 

“Possiamo ancora generare vita? È lecito generare un figlio che potrebbe avere la stessa patologia e le stesse sofferenze?

Queste domande amplificavano il dolore già vissuto e alimentavano la tristezza. Una mattina, il marito fece questa domanda. “Tu pensi di poter dare a tuo figlio tutto l’amore di cui ha bisogno?” Lei rispose: “Ma certo!” “E allora, non c’è problema!”. E così si aprirono alla vita ed ebbero un altro figlio. La domanda non riguarda la sofferenza ma l’amore. La vita non dipende dalla dose di sofferenza che dobbiamo sopportare ma dalla capacità di amore che possediamo. Chi ama, e chi chiede e accoglie l’amore di Dio, ha una forza straordinaria che permette di affrontare con fiducia ogni evento. Non possiamo sapere in anticipo cosa accade ma possiamo e dobbiamo sapere di Chi ci fidiamo e con quali armi affrontiamo la vita. Il mondo ha bisogno di persone che sono disposte ad amare. In fondo, di questo hanno bisogno i figli, prima e più di tutto il resto, hanno bisogno di sentirsi amati, dal primo all’ultimo istante della propria vita. Ritorniamo all’essenziale. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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