CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

Restare fedeli al proprio coniuge nonostante la morte. È utopia?

3 Settembre 2018

Crocifisso e fedi

Un lettore scrive a don Silvio per chiedergli maggiori spiegazioni circa la fedeltà nella vedovanza. La risposta: “La morte decreta la fine del matrimonio ma non la fine dell’amore. Lo testimoniano tanti sposi che, dopo la morte del coniuge, vivono quel vincolo con una più grande intensità”.

Gentile don Silvio,

condivido quasi tutto l’articolo (qui)  e cerco di farlo leggere a chi è toccato/a da questo stato di vita. Su un punto però non condivido o meglio non mi pare, oso dire, collimare con il Vangelo, quando dice: “Pregare per gli sposi che vivono il tempo della vedovanza perché sappiano custodire l’unità coniugale nell’attesa di ritrovarsi nella vita che non ha fine”. L’unità coniugale non esiste più mi pare di capire dal Vangelo e da quanto scrive S. Paolo. Ho voluto porle questa domanda per capire meglio. Diverse volte dico che la vedovanza rende “liberi” dal vincolo precedente. La ringrazio se può rispondermi.

Pace e bene.     

Gianfranco Domenico Ferrando

 

Caro amico,

il tema che io propongo, e che tu richiami nella tua lettera, è molto interessante e richiederebbe ben altro sviluppo. Incontrando spesso persone vedove – uomini e donne – mi capita di affrontare questo argomento e di dire parole che donano sollievo e aprono orizzonti nuovi. In queste settimane, insieme ad uno sposo vedovo, sto preparando un libro che raccoglie alcune catechesi sulla vedovanza, dovrebbe vedere la luce nel prossimo novembre. Avrai migliori e più aggiornate notizie su Punto Famiglia.

Leggi anche: La morte segna la fine del matrimonio?

Non voglio però evitare di dare una risposta, per quanto breve. Il Vangelo annuncia che i fragili giorni della vita terrena troveranno il loro compimento nella beata eternità. Viviamo tutti con lo sguardo proteso al Cielo. Tutto ciò che appartiene alla terra, è destinato a scomparire. L’apostolo Paolo scrive che solo la carità resta (1Cor 13,8). Nell’eterna dimora non c’è posto per il matrimonio ma non c’è posto nemmeno per il sacerdozio. La morte decreta la fine del matrimonio ma non la fine dell’amore, come possono testimoniare tanti sposi che, dopo la morte del coniuge, non si sentono affatto sciolti dal vincolo, anzi lo vivono con una più grande intensità. Permettimi di ricordare una testimonianza eccezionale.

Nelle ultime lettere della prigionia, nell’attesa di essere ucciso, Aldo Moro scrisse alla moglie pagine di intensa spiritualità: “Vorrei capire, con i miei occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. In un’altra, dopo aver rievocato l’amore che ha impregnato di gioia l’esistenza terrena, aggiunge: “Ci rivedremo. Ci ritroveremo, ci riameremo” (cf L. Accattoli, Cerco fatti di Vangelo, SEI, Torino 1995, 249).

Il tempo della vedovanza diventa così il tempo dell’attesa: attesa di quel nuovo e definitivo incontro in cui tutto sarà vestito a festa, senza più quei limiti umani che hanno sperimentato sulla terra, gli sposi potranno sperimentare un amore che sarà tutto immerso nella carità di Dio. È utopia? No, è la logica conseguenza di tutto quello che la teologia insegna. La beata eternità è certamente altra rispetto a questa vita ma al tempo stesso è il prolungamento dell’oggi. Chi assume questa coscienza s’impegna a vivere il presente con la certezza che nulla deve essere sciupato e che ogni fatica e sofferenza partecipa alla storia della salvezza.

Leggi anche: Luigi Martin: il tempo della vedovanza

Se è così, come possiamo spiegare la liceità di vivere un secondo matrimonio dopo la morte del primo coniuge? Come si sa, la Chiesa non vieta nuove nozze. La Scrittura presenta un’esperienza più che significativa a questo riguardo: quella di Rut, la donna moabita che torna in Israele assieme a Noemi, sua suocera, e sposa Obed: da questa nuova unione nasce Iesse, padre del re Davide. Il secondo matrimonio entra di diritto nella storia della salvezza come un passaggio importante. Nella storia della Chiesa vi sono tanti sposi che hanno custodito il patto nuziale ed altri che hanno scelto di vivere una seconda relazione affettiva. Non mancano i casi in cui le secondo nozze sono state decisive in ordine alla santità coniugale (come nel caso dei coniugi Bernardini, oggi venerabili) oppure hanno generato figli che hanno dato una testimonianza esemplare e/o sono stati proclamati santi.

A mio parere il secondo matrimonio non deve nascere da motivi umani (vincere la solitudine, dare una mamma ai figli) ma dall’intima certezza di una precisa chiamata di Dio. In ogni caso, a mio parere rappresenta un’eccezione rispetto alla scelta di custodire il patto nuziale. D’altra parte, nei primi secoli la Chiesa non solo proponeva l’indissolubilità del vincolo nuziale ma anche l’unicità del patto.

Poche battute e senza pretese su un tema certamente più importante e bisognoso di approfondimenti. Un caro saluto e continua a seguirci attraverso il web.

don Silvio




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3 risposte su “Restare fedeli al proprio coniuge nonostante la morte. È utopia?”

Ho l’esempio di mia Mamma: è rimasta fedele al mio Papà, deceduto nel 2.4.1971, fino alla sua propria morte avvenuta nel passato 21 aprile 2018 (con 92 anni). L’è rimasta fedele nel cuore ma anche nel comportamento e nel modo di vestirsi (il nero come si usa nel mio paese, al nord del Portogallo). Ma sopratutto nella Preghiera per lui. E ha avuto molte difficoltà perchè è rimasta con 4 figlie ancora piccole.

Mia zia è rimasta vedova a 46 anni, con due bambini…sono passati 30 anni e non si è.mai risposata,non ha neanche mai cercato.. lo stesso mia suocera vedova da vent’anni… per gli uomini Credo sia un po più difficile..

Le utopie non esistono altrimenti non saremmo ancora dopo tanti e tanti secoli a rovellarci. Mi spiego meglio: il fatto che noi giá ci poniamo la questione significa giá che c è una realizzazione. I problemi che ci poniamo, dunque, si potranno realizzare? E mi spingo oltre,ciò vale proprio per tutto, senza un limite? Quali potrebbero essere i limiti? Le risposte giá li sappiamo. Forse occorre solo allenarsi nell’arte del sapersi mettere in ascolto

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