Coppia

di Assunta Scialdone, teologa

Finché morte non ci separi: la formula del consenso che non esiste

11 Luglio 2019

matrimonio

La vera, perfetta unità tra gli sposi si raggiungerà solo in Cielo. Ciò è vero anche per chi ha avuto un’esperienza negativa, di incomprensione e di sofferenza nel matrimonio terreno. Perché nel passaggio dal tempo all’eternità, il bene resta mentre il male cade.

“Prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti tutti i giorni della mia vita, finchè morte non ci separi”. La candidata, in seduta di tesi, ripete quest’espressione in maniera tale che, con fatica, l’accompagno alla verità dei fatti. I più attenti tra i lettori e coloro che ancora ricordano la formula del consenso nel giorno del proprio matrimonio, infatti, avranno colto prontamente la falsità di tale espressione! “Finché morte non ci separi” è presente, infatti, in forma latente nella mente di molti. Essa è figlia delle fiction televisive che la mettono in bocca a sposi estasiati in location esotiche ed ammaliatrici. Essa è figlia, prima ancora, anche della concezione prettamente orizzontale del sacramento delle nozze come è stato concepito anche in ambito ecclesiale. Per molti secoli, infatti, il matrimonio è stato considerato una via secondaria per giungere alla santità: al massimo poteva ritenersi un rimedio alla concupiscenza. Raccontava il prof. Lazzati che, quando ritornava nel suo paese, ascoltava, rattristato, i discorsi degli adulti che, con grande afflizione, nell’annunciare il matrimonio di due giovani, esordivano dicendo: “Poverini, si sposano”. Vedevano in questa scelta l’incapacità di percorrere la via maestra (l’unica?) della santità: la consacrazione presbiterale. Eravamo alla metà del XX secolo, quindi non molti anni fa. Dunque era convinzione diffusa che due giovani che si sposavano avrebbero dovuto “farsi santi” nonostante il matrimonio. Da ciò, e non solo, ha preso piede anche l’espressione “finchè morte non ci separi” relegando il matrimonio alla sola condizione terrena e dimenticando la parte trascendente ad esso legata.

In realtà, l’affermazione dovrebbe essere trasformata, usando un’espressione di Padre Raniero Cantalamessa, in “finché morte non ci unisca”. Il francescano predicatore, infatti, in un suo scritto del 2001 (Gettate le reti. Riflessioni sui vangeli, Piemme), così si esprime: «(…) Il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. In un prefazio dei morti la liturgia proclama: “Vita mutatur non tollitur”, la vita è trasformata, non tolta. Anche il matrimonio che è parte della vita viene trasfigurato, non annullato». È bene ricordare, infatti, che il matrimonio non è fatto per la conservazione ma per la crescita dell’amore. Non è un punto d’arrivo, ma di partenza. È una sorta di palestra che, attraverso molti “esercizi” che ci conducono ad amare sempre di più andando al di là dei limiti umani, ci conduce ad una capacità di amare che ci fa incontrare Dio. È dall’amore di due sposi, limitato e fragile, che si può giungere all’amore grande che ci conduce in paradiso: siamo di fronte, dunque, ad un sacramento non solo terreno ed orizzontale che non va visto come rimedio al peccato della concupiscenza. L’amore è destinato a crescere e a trasformarsi, a trasfigurarsi. Altrimenti ci troviamo di fronte ad un fossile: interessante, ma sempre fossile, cioè senza vita e senza crescita, immobile o, al massimo, trascinato con grande fatica e sofferenza. Alcuni matrimoni (Pochi? Troppi?) sono, oggi, dei fossili legati all’espressione “finché morte non ci separi”. Anzi, quasi invocano la separazione introdotta dalla morte! La maggior parte dei matrimoni fossili, invece, giunge rapidamente ad una separazione. L’amore coniugale, però, non è una pianta che dona i suoi fiori e frutti, profumati e belli, solo in una stagione particolare per poi ritirarsi nella rassegnazione. L’albero, in sé, ha la linfa della vita che va alimentata per produrre fiori e frutti diversi in base alle stagioni della vita che la coppia è chiamata a vivere. Che fine fa, ad esempio, l’albero di chi sperimenta la vedovanza? E l’albero di quei coniugi giunti alla separazione? Va tagliato? Non potrà portare più frutto? La sua altissima vocazione che li vedeva conformi all’amore di Cristo per la Chiesa è terminata? Fallita? La risposta ci sembra che possa essere un’altra: anche chi vede interrotta la relazione nel proprio matrimonio per vedovanza o separazione è un albero che può produrre il suo frutto, prodotto dalla linfa che ancora scorre all’interno: la nuzialità. Questa non va intesa come l’aver trovato un equilibrio interiore per affrontare l’assenza dell’altro ma come il riscoprire il proprio sacramento distinguendo ciò che è venuto meno da ciò che di buono è restato per farlo ancora crescere e fruttificare. È morta la reciprocità maschile e femminile e, nel caso della separazione, l’attrazione reciproca, ma non il sacramento delle nozze nè il legame profondo con Gesù e neanche i figli che sono sati generati. I coniugi sono chiamati alla nuzialità che si compie sulla croce: morire amando. E questo in ogni fase della loro vita. Il filosofo Gabriel Marcel scrive: “Se c’è in me una certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma là dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che lo vorrebbe avvilire, la morte è definitivamente vinta. Dire Ti amo a una persona significa dirle: Tu non morirai mai!”. Questa carne sola, indivisa e indivisibile, anche in presenza di una frattura, entrerà nello sguardo di Dio, faccia a faccia. Le parole rivolte a Maria nel giardino del Sepolcro (noli me tangere, non mi toccare) potrebbero essere rilette in questo modo: “Aspetta Maria, non temere. Coraggio, sarai con Me in paradiso. Ti amo, io sono risorto, ti porto con me, tu non morirai mai. Anche se io adesso devo andare al Padre e tu resti sola”.

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La sfida, per i vedovi e i separati, risiede nel continuare ad amare lo Sposo che ci ha preceduti nel Regno. E questo nonostante la sofferenza che scaturisce dalla solitudine dell’assenza materiale. La sfida ancora più ardua risiede nel continuare ad amare il coniuge che ci ha abbandonato, “rifacendosi” una vita. In ciò è richiesto l’amore grande: dare la vita per l’altro nel momento in cui si è rifiutati ed abbandonati. Il sacramento del matrimonio ci introduce nell’amore di Cristo e della Chiesa per renderci abili ad amare come Dio ama (a questo serve, infatti, “l’allenamento” matrimoniale!). Questa altissima vocazione continua anche (e, forse, soprattutto) in assenza dell’altro. L’Apocalisse ci dice che, al momento della morte, Dio va incontro a coloro che vengono dalla «grande tribolazione» del mondo, per «asciugare ogni lacrima dai loro occhi» e assicurare loro che non ci sarà più né lutto, né dolore, né affanno. È troppo pensare che quando Dio va incontro, sulla soglia dell’eternità, ai vedovi, si fa accompagnare dal coniuge che è arrivato per primo in paradiso? Noi sposi dovremmo modificare, nella nostra mente, la formula errata e dire con convinzione «finché morte non ci unisca». Perché la vera, perfetta unità tra gli sposi si raggiungerà solo in Cielo. Ciò è vero anche per chi ha avuto un’esperienza negativa, di incomprensione e di sofferenza nel matrimonio terreno. Perché nel passaggio dal tempo all’eternità, il bene resta mentre il male cade. L’amore che li ha uniti, fosse pure per breve tempo, rimane. Anzi questa stessa sofferenza, accettata con fede, si convertirà in gloria. Una gloria simile a quella di Cristo che, trafitto sulla croce, segno del rifiuto delle nozze da parte della Chiesa-sposa, continua a celebrare l’unione sponsale con la Chiesa attraverso l’Eucaristia.

Potremmo aggiungere che gli sposi, essendo diventati “Vangelo vivo, Cristo vivo” grazie al sigillo di consacrazione, nel Regno dei Cieli riusciranno a vivere quell’amore fedele ed indissolubile pienamente in Cristo. La formula: “Per tutti i giorni della vita”, che leggiamo nel rito aggiornato del matrimonio, si potrebbe riferire ai giorni terreni ma anche al Giorno senza fine visto che, dal battesimo in poi, il cristiano è entrato a far parte del tempo senza fine, del tempo escatologico e definitivo: l’eternità. Gli sposi cristiani, che incarnano concretamente l’amore di Cristo per la sua Chiesa, sono chiamati ad essere fedeli così come è fedele il Cristo che, nonostante i tradimenti della sua sposa/Chiesa, continua a celebrare con lei un matrimonio unico ed indissolubile. Di fronte a tale bellezza veramente il cristiano fa sua l’esclamazione paolina: “Questo mistero è grande!” in riferimento a Cristo e alla sua Chiesa ma anche in riferimento agli sposi che sono membra vive del corpo mistico del Cristo e membra vive della Chiesa, sposa di Cristo. E questo, per chi lo vive, vale molto più di ogni fiction

 




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