Africa

“Partorire in Africa nella Brousse è rischiare ogni volta la vita”

Filomena Civale

di Filomena Civale, medico

In alcune zone dell’Africa alcuni diritti fondamentali sono negati. Uno di questi è partorire con l’assistenza necessaria. Non sapevo come aiutare le donne che muoiono nell’indifferenza generale, ora lo so: voglio impegnarmi per aiutare quella terra così bella a salvarsi da sola. Vi racconto come…

È il 10 ottobre 2019, mi sveglio di soprassalto durante la notte. Sono agitata, mi manca il respiro, due lacrime vengono giù dagli occhi quasi senza il mio permesso. Mi trovo a Koupéla, in Burkina Faso, e anche se sono trascorsi mesi da quella notte, ricordo tutto in maniera molto chiara. In quell’incubo che aveva tormentato il mio riposo, ero in travaglio e una profonda angoscia attraversava ogni fibra del mio essere: la consapevolezza che non c’era via di scampo. Pur essendo circondata da molte persone, nel sogno, sapevo benissimo che nessuna di loro mi avrebbe accompagnata in ospedale né avrebbe saputo come aiutarmi. Avevo la certezza che con il passare dei minuti la situazione poteva solo peggiorare, fino a perdere la vita.

Il giorno prima, la mia amica e sorella di stanza, Valentina, mi aveva raccontato come al suo primo viaggio in Africa, visitando uno dei villaggi della Brousse, aveva sentito esprimere da quelli che abitavano lì, lo stesso disagio del mio incubo: le donne nella Brousse non sanno dove andare a partorire. Nessuno sa come aiutarle. Ogni figlio può essere la fine.

Vi starete chiedendo che cos’è la Brousse, è una regione estremamente periferica del Paese, l’ospedale più vicino dista ore e gli abitanti sono i più poveri tra i poveri. Niente auto né motorini, solo carretti per i più fortunati. Credo non ci sia stato un solo giorno del mio soggiorno in Africa in cui non abbia pensato a come sia facilmente calpestato uno dei diritti di salute fondamentali per le mamme: quello di partorire senza rischiare la propria vita.

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Dopo alcune settimane ho la possibilità di visitare il Poliambulatorio di Koupéla tenuto in piedi dalle Suore di san Camillo: una immensa opera di carità che fornisce cure sanitarie di alto livello alla popolazione del posto. Qui vi è anche una sala operatoria dedita alla Ginecologia e Ostetricia, una vera e propria oasi per tutte le partorienti, almeno per quelle che riescono a raggiungerla in tempo. Sta per iniziare un cesareo, da medico esprimo il desiderio di stare in sala. “Come si chiamerà il bambino?” chiedo alla mamma e mi risponde “Nisome waa fa” che in italiano significa “Tutti i Santi”.

L’intervento procede benissimo e in poco tempo lei può abbracciare il suo bambino. Uscendo dalla sala, si avvicina suor Bartolomea, la Madre Generale delle Suore di san Camillo. “Ieri sono venute due donne, venivano da lontano. Una è arrivata morta, mentre quando abbiamo operato l’altra, il bambino non ce l’ha fatta”. “E se costruissimo una sala parto vicino a questi villaggi?” le chiedo: “E chi ci metti dentro a lavorare? C’è lo sciopero della sanità in Burkina da circa un mese e medici dall’Italia non vengono”. Quel breve dialogo è stato sufficiente per aprirmi un mondo: l’Africa non ha bisogno di chi la salva, ma di chi la aiuta a salvarsi da sola.

Dopo circa due mesi da quel viaggio ho partecipato al XVIII Congresso Nazionale ACD (Area Culturale Dolore e Cure Palliative). Il congresso è durato tre giorni, il secondo giorno ho deciso di seguire nella Sala Perseide del Centro Congressi la sessione sulla Partoanalgesia: si parla di tutti i suoi benefici sia per la madre che per il bambino e di quanto possa essere importante per ridurre il numero dei cesarei in un Paese che si attesta tra i primi in Europa per uso improprio del Taglio Cesareo.

Mentre ascoltavo i relatori parlare, ripensavo alle donne africane, alla loro sofferenza, alle morti quotidiane che si verificano senza squilli di tromba, senza spazio nei notiziari televisivi e radiofonici, soprattutto senza nessuno che si preoccupi per loro. 

In Burkina non ho visto grandi Ong, ma solo piccole realtà che ogni giorno faticano per gettare una goccia nel mare della carità. In particolare non posso fare a meno di parlare di Progetto Famiglia Cooperazione, l’associazione con cui sono partita che tenta di educare gli africani a imparare a “pescare per guadagnare il pesce tutti i giorni”, non propone soluzioni pre-confezionate ma ha compreso che il Paese ha bisogno degli strumenti per risollevarsi da solo. Tra i progetti in cantiere, quello della “Cittadella Universitaria” a Saaba, che permetterà ai giovani di proseguire l’università e diventare i medici, gli ingegneri, i maestri che potranno mettersi al servizio del loro Paese.

Quando ero in Africa, non sapevo come aiutare quelle donne, adesso invece lo so: impegnandomi a raccogliere fondi per realizzare questa grande opera, attraverso diverse iniziative ed eventi. Una di queste è la Tombolata con apericena che realizzeremo il 27 dicembre ad Angri (SA) presso la Cittadella della Carità.

Giuseppe Moscati usava dire: “Ognuno deve avere il suo posto di combattimento”, per cui ci sono momenti in cui mi è chiesto di essere medico, ed altri in cui mi è chiesto di aiutare chi desidera diventarlo. A ciascuno la sua parte, non importa quale, l’importante è farla fino in fondo.




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