Sabato santo

di Assunta Scialdone, teologa

Il Sabato santo, il buio prima della luce…

3 Aprile 2021

candela

In questo giorno Cristo discende negli inferi e, agli occhi umani, sembra essere definitivamente morto, ma agli occhi della fede, non è così. È come un fiume carsico che continua a scorrere sotto terra all’insaputa di tutti. Ecco, Cristo, il giorno di Sabato, scorre negli inferi, li attraversa.

Il Sabato santo, terzo giorno del Triduo Pasquale, è particolare perché è posizionato tra la morte di Gesù e la sua risurrezione quasi come un ponte. È il giorno del vuoto, del silenzio, dell’attesa. Ricorda molto il silenzio e il nulla che la Genesi ci lascia immaginare prima dei fatti della creazione. Rappresenta anche un’esperienza vissuta da molti nella propria vita come tempo o stagione della propria esistenza: pensiamo alla notte oscura che molti santi hanno vissuto e alle molte notti che ogni uomo è chiamato a vivere. È sicuramente molto scomodo perché costringe ad entrare negli “inferi” della propria anima per, da lì, provare a risorgere.

In punta di piedi proviamo a comprenderne la portata salvifica. Visto come giorno della totale assenza, tutto sembra essere sospeso, anche il creato sembra trattenere il fiato. Si ha la sensazione che la morte abbia toccato persino il mistero intra-trinitario come se la situazione di Cristo ricadesse e si propagasse all’interno della famiglia Trinitaria. In 2Cor 5, 21 così si legge: «Colui che non conobbe peccato, Dio lo ha trattato da peccato, in una carne simile a quella di peccato». È come se Dio avesse voluto vivere ciò che è l’opposto da sé, il peccato, attraverso l’esperienza del Figlio che discende agli inferi. In questo giorno Cristo discende negli inferi e, agli occhi umani, sembra essere definitivamente morto, ma agli occhi della fede, non è così. È come quando sotto la cenere continua ad ardere un po’ di fuoco che nessuno vede, oppure è come un fiume carsico che continua a scorrere sotto terra all’insaputa di tutti. Ecco, Cristo, il giorno di sabato, scorre negli inferi, li attraversa. In tale situazione, immaginiamo che il Padre avverta una profonda nostalgia del Figlio. Il sabato, dunque, è giorno nostalgico del Padre e nostro perché Cristo risulta essere lontano dalla Trinità ma anche da noi. La nostalgia del Padre sembra rimandare all’immagine del padre misericordioso della parabola evangelica, mentre aspetta il Figlio. Lo Spirito Santo, che tra l’altro custodisce ogni cosa della vita Trinitaria come una sorta di “memoria”, in questo giorno freme ed è come se incubasse tutta la vita di Cristo per generare una nuova creazione. È proprio in questo giorno santo che intravediamo le parole consegnateci dalla lettera ai Romani 8, 22: «Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto». È come se lo Spirito gemesse le stesse doglie della creazione dell’umanità. Ci ricorda anche lo Spirito che “aleggiava sulle acque” nel principio genesiaco come se fremesse di fronte alla creazione che di lì a poco sarebbe stata realizzata.

Il Sabato santo si presenta dunque come luogo delle doglie dello Spirito. Proprio dentro il mistero il suo covare il fiume carsico e il fuoco ardente nascosto sotto la cenere avviene la trasformazione della vita che da bios corruttibile diventa zoè, vita divina incorruttibile, così come si legge in alcuni scritti di sant’Efrem il siro. È come se Cristo, nel cadere, a peso morto, dentro la morte, vada oltre la morte confermando che davvero l’Amore è più forte della morte.

Nel Sabato santo troviamo anche l’attesa nostalgica dell’Amato e dell’Amata che intravediamo chiaramente nel primo gesto che Cristo compie alla risurrezione: apparire a Maria nel giardino del sepolcro. È come se Cristo abbia trascorso il sabato nella nostalgia di ritrovare Lei (intesa come la Chiesa sposa), e questa, da parte sua, abbia aspettato che passasse il sabato ebraico per andare in cerca di Lui, lo Sposo. Il sabato diventa allora la preparazione dell’incontro edenico di una nuova umanità, della nuova creazione richiamando la creazione del principio. In una antica icona orientale che raffigura la discesa negli inferi sembra che Cristo passi il tempo a cercare Adamo ed Eva come se volesse liberare la nuzialità e, dunque, il progetto originario di Dio interrottosi a causa della disobbedienza. Possiamo riscontrare ciò nel suo farsi vedere a Maria. Dunque il sabato è anche il luogo della nuzialità risorta riaprendo, così, il mistero Trinitario. Per poter riunire tutti in seno al mistero Trinitario riaperto, Cristo affida il contenuto nuziale del Kérygma alla donna ed essa lo consegna agli Apostoli. Come non intravedere in questo passaggio l’integrazione dei due sacramenti della missione, ordine e matrimonio? Il kérygma consegnato ad entrambi è lo stesso, il servizio è lo stesso, solo con modalità differenti. Quello che potrebbe sembrare, allora, un giorno morto, schiacciato tra il venerdì della Passione ed il giorno radioso della Pasqua, si riveste di una centralità che lo ha reso oggetto di molte riflessioni anche liturgiche nei due millenni della storia cristiana.

Unitamente alla grande Veglia pasquale, infatti, ha avuto diverse trasformazioni. La veglia antica (II- IV secolo) occupava tutta l’estensione della notte, dal lucernale dei vespri all’Eucaristia celebrata alle prime luci dell’alba quando il Risorto apparve ai primi testimoni. La veglia, detta la pannukia pasquale che ritroviamo anche nella «Veglia domenicale» è conservata nell’attuale liturgia delle ore. Essa richiama l’antichissima tradizione apostolica del vegliare in preghiera nella notte che precede la domenica. I discepoli erano rimasti soli, smarriti ed impauriti e, probabilmente, il giorno del sabato sperimentarono solitudine, delusione, vuoto incolmabile, assenza dell’Amore. In questo stato, probabilmente, i discepoli cercarono di ripercorrere tutta la vicenda del Nazareno che si era intrecciata con le loro vite, tentarono di scendere nella parte più intima della loro anima per cercare consolazione e provare a dare un senso a tutto l’accaduto. Forse è proprio per il grande silenzio assordante che avvolse le vite dei dodici e delle apostole che nella grande veglia, incastonata nel sabato, sono proclamate le principali pagine scritturistiche che ripercorrono l’intera storia della salvezza che avrà in Cristo morto e risorto il suo vertice e il suo compimento. 

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Un secondo periodo storico (IV – XVI secolo) vede la Veglia pasquale uscire sempre più dalla notte e slittare gradualmente nel pomeriggio del Sabato santo. Sul versante opposto l’Eucaristia solenne di Pasqua entra nel pieno giorno della Domenica originando una seconda e più solenne messa mentre l’antica Messa della Veglia fa corpo con i riti notturni e scende con essi verso la vigilia. I Pastori tendono ad assicurarsi che il popolo non sia congedato prima della mezzanotte, intesa come ora discriminante per l’autenticità e verità della stessa Veglia pasquale. Gradualmente la Veglia si fissa tra l’ora sesta e il Vespro e in tal modo viene recepita giuridicamente dal Messale di Pio V, che prevede che la Veglia inizi dopo l’ora Sesta e si concluda col Vespro. Tuttavia fin da san Pio V, nella pratica la Veglia è di fatto celebrata al mattino del Sabato santo fissando il termine del digiuno pasquale col mezzogiorno del sabato “slegando le campane” che, fino a quel momento erano rimaste mute. Con questa pratica, però, veniva smarrito il senso del Sabato come giorno di silenzio. Esso diventava come una cerniera insignificante passata in faccende domestiche per la preparazione del pranzo di festa e, nelle canoniche, a coprire ogni finestra per non permettere alla luce di entrare e, quindi, celebrare la risurrezione in un buio “finto”. Fino alla grande riforma di Pio XII nel 1951 con la restaurazione della veglia di Pasqua che ridonava al sabato la sua ragion d’essere. La veglia doveva essere celebrata in un orario sufficientemente tardo da condurre i fedeli alla celebrazione Eucaristica della mezzanotte. Oggi ha ancora senso celebrare la Messa di mezzanotte? Non si potrebbe, per facilitare la partecipazione dei fedeli, anticiparla? La nostra società ha ancora bisogno di segni liturgici così forti? Non ci potrebbe appellare ad una certa praticità e “modernizzare” alcuni gesti liturgici patrimonio della tradizione della Chiesa? Se si prestasse il fianco a queste “opinioni” rischieremmo, forse, di perdere parte della bellezza racchiusa nella storia della salvezza. Perché celebrare la messa proprio a mezzanotte? 

Nell’Exultet si canta: «O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi». Dato che non si conosce l’ora precisa della risurrezione, la tradizione liturgica sospinge la Chiesa a trascorre le ore notturne della notte santa nella veglia. Tra le varie ore notturne una considerazione specialissima trova la mezzanotte. Essa è legata a precisi fatti biblici che si presentano come fondamento della celebrazione notturna della Pasqua. «A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto (…) Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione» (Es 12, 29. 42). «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando come spada affilata, il tuo ordine inesorabile» (Sapienza 18, 14-15). Anche il salmo allude alla singolare ora della mezzanotte: «Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode» (Salmo 118, 62).

Persino il passaggio del mar Rosso avvenne di notte e si concluse sul far del mattino: «Il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente (…) Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani (…) il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto (…)» (Es 14, 21-27). Forse il tutto si compì in quei tre giorni di cammino nel deserto che Mosé richiese al faraone per celebrare il culto al Signore: «Ci è dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio» (Es 5, 3). Quei tre giorni potrebbero essere letti come profezia del vero Triduo pasquale. L’evento della Pasqua ebraica si compie quindi nel contesto di almeno due notti: quella del banchetto pasquale col passaggio dell’Angelo sterminatore e quella della miracolosa traversata del mar Rosso. La liberazione pasquale, allora, nelle sue fasi salienti, avviene nella notte. Ma è la mezzanotte l’ora segnata da Dio per compiere l’evento decisivo e risolutore: l’Angelo colpisce gli egiziani e il popolo parte: è l’ora della Pasqua, del passaggio. La notte del passaggio del mar Rosso che accompagnerà gli israeliti alle prime luci dell’alba, «Sul far del mattino il mare tornò al suo livello consueto» (Es 14, 27), porterà il popolo a contemplare le grandi opere di Dio. È come contemplare la luce che, rapida, invade ogni cosa facendo risplendere tutto dei suoi colori meravigliosi. Una luce che corre, irradia e si estende su tutto e tutti. In quell’ora, dinanzi alla luce della liberazione, nasce il canto di vittoria (Es 15, 1). Risulta davvero molto evidente la profezia della Pasqua del Signore Gesù, quando nel cuore della notte, nell’ora che Lui solo conosce, risorse dai morti e sul far del mattino si mostrò vivo ai suoi discepoli. Anche il Nuovo Testamento richiama l’ora notturna «A mezzanotte si levò un grido (…) ecco lo Sposo uscitegli incontro» (Mt 25, 6). La medesima ora è richiamata dal Signore stesso quando afferma: «E se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (Lc 12, 38).

L’ora di mezzanotte, racchiusa nella parabola delle vergini, diventa per la Chiesa non solo un indizio del possibile ritorno del Signore nell’ora escatologica, ma anche della sua prima ora, quando nacque in mezzo a noi e quando ritornò glorioso tra i viventi dopo la risurrezione. È per questi motivi che la mezzanotte divenne l’ora di riferimento per la liturgia notturna sia natalizia che pasquale. Ecco perché questo segno va, ancora oggi, custodito nel bagaglio della tradizione della Chiesa: appartiene all’intera storia della salvezza, appartiene dunque alla nostra storia, quella di ciascuno di noi che, quando abbiamo raggiunto il punto più buio della nostra esistenza, in Cristo risorto abbiamo cominciato a rivedere gli albori di una nuova esistenza, più luminosa perché impregnata di Cristo. Il buio finto, ricreato ad arte, di cui abbiamo parlato è molto reale nelle esistenze di ogni uomo. La Luce che promana dalla mezzanotte ci indica un futuro radioso: il Nuovo Giorno, quello dei risorti, è già qui. È iniziato a mezzanotte.




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