La drammatica commedia della vicenda della Sposa-Chiesa

13 Agosto 2021

Assunzione della Vergine

Marcellus Koffermans, Assumption of the Virgin, 1501–1600. The Art Institute of Chicago.

«La Vergine Assunta è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la Chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale». Sono le parole del Messale Romano, ma il loro significato ci è davvero chiaro?

Il quindici agosto è ormai percepito da tutti solo come il Ferragosto, cioè riposo di Augusto (feriae Augusti) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. per celebrare i raccolti, la fine dei principali lavori agricoli e per fornire un adeguato periodo di riposo necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. La stragrande maggioranza delle persone ha quasi perso la memoria di una delle più grandi feste mariane: l’Assunzione di Maria al cielo in anima ed in corpo. Una solennità con radici antiche che si perdono nella notte dei tempi, ma un dogma recentissimo, promulgato da Papa Pio XII il 1° novembre del 1950. Il santo padre, all’interno dell’anno santo, proclamò solennemente per la Chiesa cattolica come dogma di fede l’Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus: «pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’Immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

È interessante investigare, anche se solo superficialmente, le radici antichissime di questa fede che vede Maria esente dalla corruzione della morte. Per fare ciò dobbiamo fare un salto indietro fino all’anno 494 d.C. al quale risale iDecretum Gelasianum, attribuito a papa Gelasio, (De liber recipiendis et non recipiendis) all’interno del quale viene riportato, fra gli scritti apocrifi, un Liber qui appellatur Transitus sanctae Mariae.  Questo scritto era attribuito a Giovanni apostolo ed evangelista. Esso narra della richiesta della Madonna al Figlio di essere avvertita della propria morte tre giorni prima e di come tale richiesta fosse accolta ed esaudita. Il testo racconta che, il secondo anno dopo l’Ascensione di Cristo al Cielo, a Maria, mentre pregava, apparve l’Arcangelo Gabriele che stringeva in una mano un ramo di palma e le diceva: “Fra tre giorni sarà la tua assunzione”. La Madonna convocò Giuseppe d’Arimatea e altri discepoli del Signore e annunciò loro la sua morte. Dal testo leggiamo: «Venuta la domenica, all’ora terza, come lo Spirito Santo discese sopra gli apostoli in una nube, discese pure Cristo con una moltitudine di angeli e accolse l’anima della sua diletta madre. E fu tanto lo splendore di luce e il soave profumo mentre gli angeli cantavano il Cantico dei Cantici al punto in cui il Signore dice: “Come un giglio tra le spine, tale è la mia amata fra le fanciulle” – che tutti quelli che erano là presenti caddero sulle loro facce come caddero gli apostoli quando Cristo si trasfigurò alla loro presenza sul monte Tabor, e per un’intera ora e mezza nessuno fu in grado di rialzarsi. Poi la luce si allontanò e insieme con essa fu assunta in cielo l’anima della Beata Vergine Maria in un coro di salmi, inni e cantici dei cantici. E mentre la nube si elevava, tutta la terra tremò e in un solo istante tutti i Gerosolimitani videro chiaramente la morte della santa Maria. In quel momento Satana istigò gli abitanti di Gerusalemme che presero le armi e si diressero contro gli apostoli per ucciderli e impadronirsi del corpo della Vergine che volevano bruciare. Ma una cecità improvvisa impedì loro di attuare il proposito e finirono per sbattere contro le pareti. Gli apostoli fuggirono con il corpo della Madonna trasportandolo fino alla valle di Giosafat dove lo deposero in un sepolcro: in quell’istante – narra il Transito della Beata Maria Vergine – li avvolse una luce dal cielo e, mentre cadevano a terra, il santo corpo fu assunto in cielo dagli angeli».

Uno dei primi scritti attendibili, non apocrifo, che narra dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, è quello del Vescovo san Gregorio di Tours (538 ca.- 594) nel quale si legge: «Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò. All’alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

San Giovanni Damasceno (676 ca.- 749) scriverà: «Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio». San Germano di Costantinopoli (635 ca.-733), pone sulla bocca di Gesù queste parole:  «Vieni di buon grado presso colui che è stato da te generato. Con dovere di figlio io voglio rallegrarti; voglio ripagare la dimora nel seno materno, il soldo dell’allattamento, il compenso dell’educazione; voglio dare la certezza al tuo cuore. O Madre, tu che mi hai avuto come figlio unigenito, scegli piuttosto di abitare con me». Dall’Omelia I sulla Dormizione dello stesso autore leggiamo: «Essendo umano (il tuo corpo) si è trasformato per adattarsi alla suprema vita dell’immortalità; tuttavia è rimasto integro e gloriosissimo, dotato di perfetta vitalità e non soggetto al sonno (della morte), proprio perché non era possibile che fosse posseduto da un sepolcro, compagno della morte, quel vaso che conteneva Dio e quel tempio vivente della divinità santissima dell’Unigenito. (…) Tu, secondo ciò che è stato scritto, sei bella e il tuo corpo verginale è tutto santo, tutto casto, tutto abitazione di Dio: perciò è anche estraneo al dissolvimento in polvere. Infatti, come un figlio cerca e desidera la propria madre, e la madre ama vivere con il figlio, così fu giusto che anche tu, che possedevi un cuore colmo di amore materno verso il Figlio tuo e Dio, ritornassi a lui; e fu anche del tutto conveniente che a sua volta Dio, il quale nei tuoi riguardi aveva quel sentimento d’amore che si prova per una madre, ti rendesse partecipe della sua comunanza di vita con se stesso».

Dalla testimonianza degli apocrifi e dei Padri della Chiesa ci si rende conto di quanta importanza avesse questa festa, soprattutto nella Chiesa d’Oriente. Una festa, dunque, oggi celebrata sia tra i cristiani d’Oriente che d’Occidente. Dormitio Virginis in Oriente e Assunzione in Occidente. La stessa festa ma con denominazione differente, perché? Un caso? Dormitio ed Assunzione hanno significati diversi? I due termini sono concordi nell’affermare che la Vergine non ha subito la corruzione della morte. La differenza consiste nel fatto che la Dormitio in Oriente sottolinea la morte di Maria, il suo passaggio da questa vita all’altra, mentre l’Assunzione sottolinea l’elevazione al cielo dell’anima e del corpo senza esporre con chiarezza il passaggio della morte. A tale riguardo l’iconografia ben ci aiuta a comprendere questo significato sottile. Nell’iconografia orientale della dormizione notiamo gli Apostoli che hanno lo sguardo rivolto verso il basso contemplando, con occhi di grande stupore, il corpo dormiente della Vergine, ignorando ciò che accade sulle loro teste cioè la discesa del Cristo glorioso che accoglie tra le sue braccia Maria donandole la vita eterna. L’iconografia orientale tenta di sottolineare che si ascende al cielo per Cristo, con Cristo ed in Cristo. Ben diversa si presenta l’iconografia cattolica dell’Assunzione nella quale troviamo gli Apostoli che, con occhi pieni di stupore, contemplano la salita di Maria al cielo nella gloria degli Angeli e dei santi. Non una discesa del Cristo ma un’ascesa della Vergine verso il Cristo. Ciò è stato possibile perché la Madre di Dio, che era stata risparmiata dalla corruzione del peccato originale, viene risparmiata anche dalla corruzione della materia perché il suo corpo si è conservato immacolato. Ella, durante la sua vita terrena, ha respinto ogni forma di tentazione che andasse ad offendere Dio. Ciò non è stato semplice, anzi è stato un duro cammino che ha dovuto affrontare fin da fanciulla. Maria ha dovuto vigilare, instancabilmente, le finestre della propria anima per conservare quell’umiltà che è fondamento della sua santità. Essere umili significa rinnegare sé stessi per lasciare lo spazio a Dio proprio come ha fatto Maria accogliendo il seme di Dio nel suo grembo. Una vita, la sua, trascorsa nel nascondimento senza poter comprendere fino in fondo tutto quanto accadeva. 

L’Assunzione è importante per noi, oggi, perché si presenta come la manifestazione massima della gloria di Dio, della maestosa visione del Suo Regno. Questa solennità ci apre anche ad una prospettiva cristologica ed escatologica mettendo in risalto l’integrità della persona che è composta di corpo, anima e spirito e della loro unità ed indivisibilità. Questa festa ci ricorda che la nostra esistenza non termina qui su questa terra, ma è destinata all’eternità attraverso la risurrezione in anima e corpo proprio come è toccato alla Madre di Gesù. Sembra un racconto fantastico, utopico, ma se ci soffermiamo a rileggere la storia della salvezza e, in modo particolare gli eventi della settimana santa e il dono dello Spirito Santo, si apre davanti ai battezzati la stanza dell’intimità con Dio, delle nozze eterne con Lui. L’Assunzione, la stanza della definitiva intimità con Dio, sottolinea, infatti, l’ingresso dell’uomo nella gloria di Dio e il suo essere trasfigurato dalla Sua Luce sia come singolo che come una sola carne consacrata nel giorno delle nozze. Troviamo tracce della descrizione di queste nozze nell’assunzione, nel libro dell’Apocalisse. Per semplicità, mi soffermerò (prendendo spunto dal testo di U. Vanni, Apocalisse libro della Rivelazione) alla descrizione dell’abito nuziale della sposa e dello sposo e della donna vestita di sole come emerge dal brano che viene proposto dalla liturgia proprio il giorno dell’Assunta. In Apocalisse 19, 7-8 troviamo la descrizione dell’abito della fidanzata che si prepara a diventare sposa dell’Agnello. Ella è rivestita di bisso splendente puro. Il vestito, nel linguaggio biblico, non denota soltanto un tratto esteriore di chi lo indossa, ma anche una qualifica particolare della persona. Il bisso, così come è riportato nel testo dell’Apocalisse, indica le opere giuste dei santi (tà dikaiòmata), dei cristiani. La fidanzata-sposa (noi battezzati) è chiamata a compiere atti conformi all’agire del Risorto, a conformarsi pienamente alla sua Volontà attraverso tutto il bene che è riuscita a compiere durante la propria vita, attraverso il dono di sé agli altri. L’abito nuziale viene, dunque, donato luminoso e puro. Non è un abito da indossare o togliere a piacimento, ma una condizione perenne, una seconda pelle, un conformarsi pienamente allo Sposo. Esattamente così come ha fatto la Vergine Maria. Chi non si conforma a Cristo, restando nella descrizione riportata nel libro dell’Apocalisse, diventa come Babilonia la prostituta, cioè colei che non si conforma a Cristo ma alla società votata ai piaceri mondani e quindi idolatra.

L’abito nuziale dello sposo è descritto in Apocalisse 1, 13: «e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro». Questo particolare abito è quello tipico del sommo sacerdote (Es 29, 4-5). Cristo, lo sposo, va incontro alla sposa come sacerdote (figura veterotestamentaria), ma anche come Signore della storia e degli uomini che ha redento con il suo sangue (Nuovo Testamento). Alla fine dell’Apocalisse ritroviamo ancora la descrizione dello sposo come un cavaliere su un cavallo bianco, simbolo della partecipazione alla risurrezione, con molti diademi, segno del suo potere di dominio sui re della terra e ricoperto di un vestito intriso di sangue (Apocalisse 19, 11-13) in riferimento alla sua passione.

Al centro del libro dell’Apocalisse troviamo, al capitolo 12, un segno grande nel cielo, la donna vestita di sole. In Apocalisse 12,1 si legge: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Si parla di un segno, una sorta di messaggio da codificare. Questo segno è nel cielo, cioè viene da Dio. Cosa significa essere rivestita di sole? Essere piena dei doni di Dio, ma in particolare essere rivestita di Cristo Risorto. Stesso in Apocalisse 1, 16, parlando di Gesù, si legge: «Il suo volto splende come il sole, in tutta la sua potenza». Sotto i piedi si trova la luna che con le sue fasi indica lo scorrere del tempo e il fatto, quindi che la Donna si pone al di sopra del Kronos. Sul capo ha una corona, segno dato ai vincitori, che è composta di dodici stelle come le dodici tribù d’Israele e i dodici Apostoli dell’Agnello. Le stelle sono viste anche come la guida per il viandante in cammino nel deserto e quindi potrebbero simboleggiare il cammino dei profeti dell’Antico Testamento e degli Apostoli del Nuovo Testamento che hanno dato testimonianza al Sole, Cristo Risorto. Questa donna è incinta e urla tormentata “nel dare alla luce”. Viene qui presentato un parto continuo: il participio presente en gastrì èkousa e nel ventre avente – indica una situazione che si protrae, delle doglie interminabili, indicando un travaglio lungo e doloroso. Come non intravedere in questa donna la Chiesa – Sposa che ponendosi al di sopra del Kronos è in perenne travaglio perché genera continuamente figli allo Sposo-Cristo attraverso il Battesimo? Come non vedere in essa anche Romani 8, 22-25 che ci lascia intravedere il nostro destino ultimo? «Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati». Di fronte a questa donna «Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi» (Ap 12,3). Il Segno compare nel Cielo a indicare che esso è permesso da Dio. Ci troviamo di fronte ad una creatura mostruosa di origine demoniaca, simboleggiata dal colore rosso. Essa ha una forza ed una potenza enormi indicate dalle sette teste e le dieci corna, ma la sua forza non è illimitata perché le corna sono dieci e non dodici che è il numero della totalità. Questa forza si dispiegherà attraverso coloro che guidano le nazioni come si desume dal significato simbolico dei diademi che appartengono ai sovrani. Il drago si presenta alla donna con cattivissime intenzioni, manifestandole subito: «la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra» (Ap 12, 4a). L’azione di gettare le stelle del cielo, che appartengono a Dio, verso la terra sta a significare che questa creatura di origine demoniaca ha l’obiettivo di realizzare una creazione diversa e contraria a quella voluta da Dio per deturparla e creare sofferenza e confusione ai figli di Dio. Il drago compie un’ulteriore azione: «si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato» (Ap 12, 4b). La donna finalmente: «partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro» (Ap 12, 5a). Il testo biblico tiene a sottolineare che il figlio è maschio e quindi sarà un pastore e guida che porrà con forza, attraverso il bastone di ferro, l’ordine nel mondo abolendo le storture causate dal dragone. Come non intravedere il riferimento esplicito al Salmo 2: «Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai»?  Il bambino alla nascita è rapito e collocato presso il trono di Dio, mentre la donna fugge nel deserto dove Dio le ha preparato un luogo «perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni» (Ap 12, 6b). Il deserto rievoca il cammino del popolo d’Israele, ma anche il nostro cammino nel tempo odierno. Questo cammino, però, è sempre guidato da Dio anche quando sembra di non intravederlo tra le trame della storia. La sosta nel deserto e la sua traversata, però, hanno un tempo limitato perché si è proiettati verso la Terra promessa. La donna, infatti, sarà nutrita per 1260 giorni che equivalgono a tre anni e mezzo cioè la metà di sette e dunque tempo della parzialità.

Da quanto è emerso dalla lettura, ancorché parziale, dei simboli racchiusi in questo brano, la donna dovrebbe essere identificata non solo con Maria ma con la Chiesa-Sposa (o, ancora meglio, Sposa-Sinagoga- Chiesa) che custodisce in lei tutto il bagaglio della Rivelazione dell’Antico e Nuovo Testamento e, quindi, il popolo di Dio. Maria, però, è presentata dall’apostolo Giovanni come “donna” ed è donata da Cristo sulla Croce come madre dell’apostolo. Dunque Maria, oltre ad essere la Madre di Cristo, diventa ed è presentata anche come la madre dei discepoli e quindi della Chiesa. I discepoli sono chiamati a conservare e a continuare la maternità di Maria generando continuamente Cristo con i suoi insegnamenti lungo la storia. Tale generazione si opporrà continuamente alla creazione proprio perché questa è stata deturpata del drago. Il libro dell’Apocalisse, nella parte finale, parla delle nozze dell’Agnello con la sua Sposa, che è la donna – Chiesa la quale, prima di giungere alle nozze, ha aperto il suo grembo per la generazione dei figli dello Sposo affinché potessero conformarsi totalmente a Lui per portarli alle nozze piene, totali e totalizzanti con Dio. Nozze che si esprimono proprio nell’Assunzione di Maria al cielo in anima e in corpo. Nozze alle quali siamo chiamati a partecipare tutti noi, in anima ed in corpo se lo Sposo, sarà catturato dalla bellezza dell’umiltà del nostro animo. Tale umiltà va intesa non come sottomissione ma annientamento di sé per dare spazio solo a Lui e a nessun’altro. L’abito che lo Sposo ha donato alla sposa, di bisso puro e luminoso, si mantiene tale grazie alla totale donazione di se stessi che la Sposa-Chiesa ha cercato di esercitare umilmente nell’esistenza terrena. Lo Sposo accoglierà ciò che riconosce simile a se stesso, coloro che a Lui avranno cercato di conformarsi. Il Suo abito intriso di sangue perfezionerà lo splendore del bisso dell’abito di Lei. Egli, quindi, chiede alla sposa di fargli spazio, ma il Primo ad essersi donato è Lui. Ecco allora che la città-sposa diventa madre, metropoli perché abitata completamente da Dio e dai suoi figli. In questo matrimonio finale dove l’umano entra nel divino ricevendo la divinizzazione, si intravede il compimento dell’intera storia della salvezza che andrà a superare e rovesciare definitivamente Genesi 3,16 dove si legge «con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».

Al termine di questo breve, ma intenso, percorso, ci risultano più chiare le parole riportate nel Messale Romano: «La Vergine Assunta è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la Chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale».




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.

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