CORRISPONDENZA FAMILIARE

La pandemia costringe a riscrivere la libertà individuale…

23 Agosto 2021

vaccino

Quando si parla di vaccini tutti pronti a sacrificare la libertà individuale sull’altare del bene comune. Ma se parliamo di aborto, allora l’esaltazione di sé e della propria libertà personale viene prima di tutto. Una schizofrenia sociale che ha una sola radice: la negazione di Dio.

La libertà individuale ha un limite. È questa la regola che ispira l’azione governativa in tempo di pandemia. In nome del bene comune non solo possiamo limitare la libertà dei singoli ma possiamo anche imporre comportamenti che contrastano con la coscienza etica. Mi riferisco all’obbligatorietà del vaccino prevista per operatori sanitari e insegnanti. Pare che la maggioranza degli italiani (e non solo) sia d’accordo, ritiene infatti che il bene comune della salute abbia un’assoluta precedenza sui pur legittimi beni individuali. 

Dovremmo rallegrarci, la pandemia costringe a riscrivere l’umanesimo occidentale, segnato da una evidente ipertrofia dell’individuo; e obbliga a ridefinire i confini della libertà, ponendo limiti oggettivi e validi per tutti. In un libro autobiografico (Non ora, non qui) Erri De Luca racconta un episodio che, a mio parere, ha un valore iconico e spiega efficacemente il conflitto che attraversa la cultura contemporanea. Lo scrittore ricorda che quand’era bambino voleva usare i giocattoli con assoluta autonomia e perciò rivendicava la libertà di romperli. Solo in questo modo poteva dire che davvero i giocattoli erano suoi. Non accettava il limite posto dai genitori, quello di usare senza rompere. Era un limite alla sua libertà, un confine che egli voleva superare. Per questo passò un Natale senza ricevere giocattoli. In questa immagine dell’infanzia c’è un tema e un’esperienza che accompagna tutta la vicenda umana: il rapporto tra libertà e responsabilità. “È mio?”, domandava il bambino. “Sì, ma non devi romperlo”, rispondevano i genitori. Mi pare di intravedere l’eterno conflitto tra l’uomo e Dio. 

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Una libertà confinata nei limiti della ragione e circoscritta dal bene comune contrasta non poco con quella regola non scritta – ma accolta e condivisa da chi gestisce e promuove i flussi culturali del nostro tempo – che fa dell’aborto la quintessenza della libertà individuale, l’espressione piena di quel potere che ogni individuo rivendica come un bene assoluto. “L’utero è mio e lo gestisco io” non è solo uno slogan retrivo degli anni ’70 ma una sintesi eloquente di quella cultura che misura la vita con le esigenze individuali. La morale è come una veste che si allarga o si restringe in relazione ai bisogni dei singoli. Poco importa se questo principio comporta la soppressione di un essere umano che ha già cominciato il suo cammino nel grembo della madre. Poco importa se questo costringe il medico a fare quello che la sua coscienza rigetta con orrore, come chiede il Rapporto Matić, approvato dal Parlamento europeo nello scorso mese di giugno. Stando a questa risoluzione, l’aborto è un “servizio medico essenziale” e nessuno operatore sanitario può rifiutarsi di prestare la sua opera per la piena applicazione di questo “diritto”. E così, in nome della libertà di abortire, priviamo gli altri della libertà di dissentire. Niente di nuovo sotto il sole, sono cose che abbiamo già visto in alcuni tornanti del Novecento, quelli che hanno scritto pagine dolorose. Il passato ritorna e s’impone con forza. 

In fondo è la stessa cultura che sta alla base anche del suicidio assistito e del referendum recentemente promosso dai radicali, insoddisfatti della sentenza della Corte Costituzionale e del Disegno di Legge presentato in Parlamento. La proposta referendaria chiede una totale liberalizzazione e depenalizzazione dell’eutanasia: l’individuo rivendica la libertà di decidere, senza più vincoli, quando e come terminare i suoi giorni. L’autodeterminazione s’impone sempre più come il principio che regola la morale e la legislazione sociale. 

Aveva ragione Kant quando diceva che la ragione è una piccola isola nel mare della follia. Vi è un’evidente contraddizione tra il confinamento della libertà in caso di pandemia e l’esaltazione acritica della stessa libertà quando si tratta della morale individuale. Pochi se ne accorgono e quei pochi non hanno alcun interesse a mettere in stretta correlazione questi diversi e complementari capitoli della vicenda sociale. Questa contraddizione è invece il segno di una schizofrenia presente nella civiltà contemporanea del mondo occidentale. 

Ed è l’esito di un processo culturale che trova la sua prima radice nella negazione di Dio. In effetti, se in principio non c’è Dio, se la vita personale e collettiva dipende dal Caos, elevato a divinità, l’uomo si sente affrancato da ogni legge, salvo quelle regole convenzionali che sono necessarie per arginare la follia. Se invece all’inizio di tutto c’è un Dio Creatore, se il nostro esistere scaturisce dalla volontà amorevole di Dio, allora tutto cambia. La libertà individuale perde la rivendicazione di chi vuole essere padrone assoluto della sua vita e assume la veste di chi, riconoscendosi creatura, si pone al servizio del bene comune. Non è facile né automatico ma è questa la via da percorrere se vogliamo ricondurre la storia umana nei solchi di una ragione che ama l’uomo e veste di dignità la sua fragile esistenza.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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