Le virtù possono essere insegnate?

25 Settembre 2021

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I nostri giovani sembrano vivere spesso un’esistenza senza gioia, norme e finalità. Tanta apatia può essere collegata ad una carestia morale? Al di là di regole, diritti e doveri non sarebbe il caso di recuperare l’educazione etica?

La parola virtù deriva dal greco aretè (la forza d’animo collegata all’essenza della persona), in latino virtus (attributo che simboleggia una propensione personale al bene e all’eccellenza), così virtù sta ad indicare una facoltà di essere ed agire volta a comportamenti onesti nei confronti degli altri. Interessanti studi scientifici sulle virtù ci giungono dalla psicologia positiva che le considera universali e ampiamente diffuse in tutte le persone del mondo. La cosa fondamentale che viene sottolineata nelle varie ricerche è che ognuno possiede tutti i 24 punti di forza caratteriali evidenziati in gradi diversi, quindi ogni persona ha un “profilo di forza davvero unico”. I punti di forza sarebbero delle capacità pre-esistenti dentro di noi, ognuna collegata ad un particolare tipo di comportamento e/o pensiero o alla sensazione che quell’abilità sia autentica e stimolante per chi la usa. Questo consente un “funzionamento ottimale” di chi li utilizza, che porta poi ad uno sviluppo personale e delle performance elevate nelle varie attività svolte (Linley del 2008). Seligman e Peterson hanno elaborato una classificazione di 6 virtù e 24 forze temperamentali, (Peterson e Seligman, 2004).

Dopo aver chiarito di cosa stiamo parlando, sorge spontanea una domanda su chi collabora allo sviluppo delle virtù. Ci faremo aiutare da Platone che nel Menone riflette a gran voce su questi temi. «Sai dirmi, o Socrate, se la virtù può essere insegnata? O se non può essere insegnata, ma se può solo essere prodotta con l’esercizio? Oppure se non può né essere prodotta con l’esercizio né essere insegnata, ma se, invece, tocca agli uomini per natura o in qualche altro modo?» chiede Menone, il giovane interlocutore di Socrate. Ma egli risponde: «Se, dunque, la virtù è qualcosa che è nell’anima e qualcosa di necessariamente utile, essa deve essere intelligenza, dal momento che tutte le cose relative all’anima, in sé e per sé non sono né giovevoli né dannose, ma, a seconda che si aggiunga intelligenza o dissennatezza, diventano giovevoli o dannose. In base a questo ragionamento, essendo la virtù utile, deve essere una forma di intelligenza». La parola “scienza”, in Platone, rimanda alla ragione. Quindi la virtù deve essere oggetto di insegnamento.

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Vogliamo, dunque, proporre di recuperare l’educazione etica. Una proposta che va oltre il mero apprendimento di regole, diritti e doveri (modo di affrontare il discorso morale più tipico della società americana e di alcuna educazione civica italiana) è che abbraccia una riflessione profonda sulla vita, come quella dei greci: «Per i Greci l’etica e la filosofia pratica non erano tanto teorie fondative delle prescrizioni a cui dobbiamo sottometterci o di ciò che possiamo permetterci, ma costituivano piuttosto una riflessione sul tipo di vita più consono al nostro essere uomini. […] il tipo di vita che rende maggiormente perfetto l’uomo» (Lobkowicz, 1983, p. 14). Nell’Apologia Socrate ricorda che l’educazione ha il compito di orientare i giovani a prendersi cura della loro anima: «Non del corpo dovete aver cura né delle ricchezze né di alcun’altra cosa prima e più che dell’anima, sì che ella diventi ottima e virtuosissima; e che non dalle ricchezze nasce virtù, ma dalla virtù nascono ricchezze e tutte le altre cose che sono beni per gli uomini» (30 a, b). 

Eppure, una simile idea sembra molto lontana dalla realtà, sembra essere oggi quasi impraticabile. Le virtù morali non sono appannaggio della sola antichità, grandi pensatori e parte della sensibilità civile aprono riflessioni sulla necessità di tornare ad una moralità. In “Verità, bellezza, bontà”, ad esempio, Howard Gardner esplora il significato di queste tre virtù in un’epoca in cui l’avanzare prepotente della tecnologia e lo scetticismo nei confronti dell’uomo hanno profondamente scosso la nostra visione morale. Con fare autorevole Gardner denuncia: «Perché, se rinunciamo a una vita contrassegnata da verità, bellezza e bontà […] ci rassegniamo […] a un mondo in cui nulla ha valore, in cui tutto va bene. Se non vogliamo cedere a una simile esistenza senza gioia, senza norme o senza finalità, è di vitale importanza rivisitare e riesaminare sotto una luce molto chiara le nostre concezioni di questo trio» (p. 16). È interessante notare, come in alcuni dei nostri giovani si noti palesemente una simile esistenza senza gioia, norme e finalità. Tanta apatia può essere collegata ad una carestia morale?

Gardner al riguardo, osserva due fenomeni che influenzano fortemente lo sviluppo etico della società: “Le minacce del postmodernismo o dei media digitali” (p. 19) e l’“egemonia del determinismo biologico e/o del determinismo economico” (p. 24). Una molteplicità di informazioni e numerose possibili interpretazioni generano confusione. Eppure, l’autore ritiene sia possibile lì, costruire uno spazio di elaborazione personale, un proprio punto di vista, un senso critico che tiene conto delle diverse posizioni, delle informazioni discordanti. È dunque, nell’ambito della sfera personale del soggetto che va alimentata quella capacità critica che porta al riconoscimento delle virtù per poter giungere a corrette valutazioni. Se da una parte tale capacità deve essere in un certo qual modo dinamica e rimanere aperta alle novità, dall’altra, deve fondarsi su basi conoscitive consolidate per evitare i rischi paventati di posizioni improntate al relativismo estremo. Questa modalità d’intendere le virtù, orientata alla continua ricerca e ridefinizione dei significati delle stesse, è ben esemplificata dal concetto di lifelong learning, ossia di un apprendimento continuo e per tutta la vita: «L’apprendimento non è più il peso mirato dell’infanzia e dell’adolescenza: diventa il privilegio – ma anche il dovere – di tutta l’esistenza» (p. 164). Grazie agli sviluppi recenti delle neuroscienze, infatti, si è avuto modo di riflettere sulle potenzialità del cervello umano, legate alla sua capacità di essere plastico e flessibile e, conseguentemente, di quanto sia fondamentale stimolare nuove connessioni neurali. Le tecnologie possono fornire uno straordinario strumento di lavoro e di conoscenza, eppure vanno usate con consapevolezza. 

Si tratta, quindi di una sfida enorme eppure non impossibile. È chiaro quindi, che la moralità è dentro di noi ma degli agenti esterni possono compromettere il naturale processo di crescita. Per questo il vostro ruolo di educatori, genitori ed insegnanti è fondamentale. Lo sviluppo morale è stato oggetto di vari studi. I bambini sono convinti che l’origine delle norme morali provenga da fonti esterne all’individuo (moralità eteronoma) e che la loro validità è determinata dall’autorità (ad esempio un genitore o un insegnante) che le decide e le fa rispettare. I bambini cominciano a sviluppare una morale basata sulla stretta aderenza alle regole, ai doveri e all’obbedienza all’autorità: questo tipo di morale è dettato da una convinzione che ad una azione errata segua automaticamente una punizione (giustizia immanente). Altra caratteristica di questo stadio è la responsabilità oggettiva: i bambini giudicano l’azione in base alle conseguenze che produce senza tener conto dell’intenzionalità del comportamento (Gibbs, 2010). Capite pertanto, come è utile consegnare il patrimonio delle regole sin dall’infanzia. Le norme li rassicurano, li contengono, permettono loro di prepararsi al mondo. Non un moralismo asfissiante e senza significati, ma uno costruito su esigenze reali e capace di essere spiegato anche alle menti più piccole.

Eppure, il processo di maturazione della moralità segue delle fasi, con conseguenti differenti esigenze. Con l’avanzare dell’età la persona impara ad attivare alcuni meccanismi psicologici di autoregolazione che prevedono un automonitoraggio della condotta, la sua valutazione rispetto ai principi morali interiorizzati e a circostanze ambientali e la conseguente reazione affettiva interna che, se negativa, censura il comportamento (Bandura e teoria socio-cognitiva). Tuttavia durante il processo di automonitoraggio e di autovalutazione della condotta, possono intervenire processi psicologici diversi in grado di disattivare il controllo interno. Questi processi cognitivi vengono denominati da Bandura meccanismi di disimpegno morale e risultano rilevanti nell’analisi del comportamento aggressivo. Nell’innesco di simili meccanismi, il contesto circostante è fondamentale. Perciò lo sviluppo di una sana moralità nelle nuove generazioni dipende anche da noi. 

Possiamo inserirli in contesti e reti sociali sane, possiamo aiutarli a sviluppare il senso critico, possiamo fornirgli elementi per scegliere (saggezza e conoscenza), possiamo affiancarli e rinforzarli nelle decisioni prese, possiamo supportarli nel portare avanti gli impegni, possiamo consolarli ogni volta che cadranno (coraggio). Possiamo crescerli nell’attenzione all’altro, alla ricerca del bene comune (umanità). Possiamo indirizzarli gradualmente in tematiche e argomenti da grandi, come la politica e le esigenze della comunità civile, possiamo insegnar loro a collaborare in gruppo e a lavorare con fare costruttivo (giustizia). Possiamo insegnar loro l’autocontrollo, la capacità di stare nei litigi e affrontarli con assertività (temperanza). Possiamo fare educazione al bello, ricerca dell’eterno, aiutarli a coltivare le loro domande grandi, essere coerenti ai valori scelti, possiamo aiutarli ad alimentare ogni giorno lo spirito di gratitudine che rende la vita molto più luminosa. Insomma, tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo educare alle virtù.




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