Che tipo di amore propone Gesù agli sposi?

26 Gennaio 2022

Oggi è di vitale importanza per la Chiesa sviluppare un’adeguata teologia dell’amore che aiuti i fedeli a vivere l’unione tra loro e con Dio. L’uomo ha smarrito la verità dell’amore, le sue giare sono piene di altro. È importante dunque rispondete a questa domanda: che tipo di amore propone Gesù?

«Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea». Queste parole aprono il secondo capitolo del Vangelo secondo Giovanni. Tre giorni dopo cosa? Analizzando il capitolo primo del quarto Vangelo notiamo che, in pochi versetti, c’è un susseguirsi di “giorni” legati a passaggi importanti. Senza alcuna pretesa esegetica, all’interno del testo sacro, leggiamo: «Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo”!» (Gv 1, 29); «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1, 35-37); «Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi” (Gv 1, 43), fino ad arrivare all’inizio del capitolo secondo con: “Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea”». Contando i giorni notiamo che lo sposalizio a Cana di Galilea è celebrato il sesto giorno. Se a ciò aggiungiamo che Giovanni apre il suo Vangelo con le parole del Prologo «In principio», le stesse con cui inizia il libro della Genesi, viene naturale pensare alla creazione del mondo, articolata in sei giorni, con in più il riferimento esplicito presente nel Prologo (1,3) «Tutte le cose furono fatte per mezzo di Lui». Troviamo un ulteriore indizio nella luce, prima cosa creata (Genesi 1, 3) ed in Gv 1,4 dove si parla della Luce che splende nelle tenebre. 

Siamo autorizzati a pensare che, probabilmente, Gesù voglia dare inizio ad una nuova creazione. Cosa accade il sesto giorno nel giardino di Eden? Dio crea l’uomo e la donna e li benedice perché si moltiplichino e riempiano la Terra (Gen 1, 27-28). La tradizione ebraica intravede in questi versetti l’istituzione del matrimonio e a Cana contempliamo proprio delle nozze. Come nell’Eden abbiamo una coppia sponsale al centro della scena anche qui troviamo una coppia che, però, non occupa tutta la scena. I protagonisti di Cana sono Gesù, Maria, i servi, i discepoli. Questo lascia intravedere un nuovo scenario, ben diverso da quello genesiaco. Andiamo per gradi. In Genesi la coppia Adamo/Eva esprime l’unità coniugale con un compito ben preciso: essere uno tra di loro e riempire la terra. A Cana, invece, oltre alla coppia di sposi, troviamo Maria il cui sguardo materno e discreto custodisce e accompagna. Gesù che manifesta la potenza di Dio. I discepoli che hanno deciso di porsi al suo seguito lasciando ogni cosa. I servi che obbediscono, senza se e senza ma. Tutti questi personaggi rimandano ad una nuova creazione che abbraccia le due vocazioni: il matrimonio e l’ordine sacro rappresentato dagli apostoli, ma anche dai servi che obbediscono al comando di Gesù.

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Alcuni studiosi della Bibbia hanno intravisto un altro parallelismo con la Teofania (manifestazione) del Signore sul monte Sinai. Anche nell’Esodo si parla del “terzo giorno” (cfr. Es 19,10-11.15-16). Facendo una ricostruzione dai testi antichi ebraici (Targum pseudo-Yonatan e della Mekilta di R. Yishmael, anche se ci sono opinioni discordanti) risulta essere il sesto giorno a partire da quello in cui Israele era giunto sul luogo. Stando così le cose, probabilmente, l’evangelista Giovanni aveva anche l’intenzione di presentare Cana come il nuovo Sinai. Come YHWH manifestò la sua gloria ed il popolo credette in Mosè, allo stesso modo Gesù manifesta la sua gloria attraverso questo primo segno ed i suoi discepoli credono in lui. Le parole pronunciate da Maria sembrerebbero dare credito a questa ipotesi: «Fate tutto quello che vi dirà» (Gv 2,5). Esse ricordano quelle pronunciate dal popolo ai piedi del monte Sinai: «Tutto ciò che il Signore ha detto noi faremo» (Es 19,8). 

Quale delle due letture è giusta? Creazione del mondo o Teofania Sinaitica? Credo entrambe. Tornando a Cana, infatti, c’è da notare un altro particolare: il numero di giare da riempire, sei. Queste erano utilizzate per l’abluzione e dovevano essere riempite dell’acqua tirata su dal pozzo. È come se le giare vuote simboleggiassero lo smarrimento del senso ultimo dell’esistenza dell’uomo, del senso della creazione: essere uno con Dio. Quell’acqua priva di sapore viene trasformata in vino pregiato, simbolo di gioia e di festa. È come se Gesù dicesse agli sposi, ma ad ogni uomo, che egli è pronto a trasformare le nostre vite in un perenne banchetto di nozze. Anche se Gesù compie questo segno solo sotto gli occhi dei servi e dei discepoli che ne traggono il motivo per credere in Lui, questo gesto ha un significato apparentemente diverso. Egli, infatti, non solo permette al banchetto di nozze di proseguire, ma è come se volesse consolidare l’embrionale comunità degli apostoli formata in quei giorni. Sembra che l’uomo della Galilea volesse sottolineare che la sua vera famiglia è composta da coloro che credono in lui. Coloro «che non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 13). In Giovanni 3, 6 Egli dirà a Nicodemo che «quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito». Cana, sembrerebbe illuminare un primo livello di anticipo di nozze tra Gesù e i suoi discepoli che culmineranno sul talamo della croce.

Al sesto giorno, in Genesi, troviamo la creazione della coppia umana per la continuazione del genere umano. A Cana, invece, scopriamo che sono i discepoli di Gesù la nuova umanità destinata a riempire la terra attraverso la testimonianza e l’annuncio della fede trasformando “l’acqua in vino”. Chi sono i servi? Oggi, a chi viene donata l’acqua trasformata in vino? Gli sposi, ignari di tutto ciò che accade, chi potrebbero rappresentare oggi? I servi potrebbero essere quegli sposi che si sforzano di obbedire a Cristo anche quando sembra che quell’obbedienza sia insensata e, tuttavia, si fidano della Parola donata loro. L’acqua trasformata in vino sembra rappresentare l’amore e la serenità che scaturiscono dall’obbedienza donata. Gli sposi del racconto, che occupano un ruolo marginale e che beneficiano del vino buono, oggi potrebbero essere incarnati dai figli e da quanti, nel quotidiano, beneficiano dei doni di Dio in maniera inconsapevole. Gli sposi del racconto e, quindi, il matrimonio è davvero così marginale? Anche le icone ed i dipinti sembrano dare questo messaggio perché al centro di queste opere ritroviamo sempre Gesù come lo sposo. Gesù si presenta come lo sposo in molti passi del Vangelo di Giovanni, dove lo stesso Battista è presentato come lo shoshbîn (amico o assistente dello sposo). A Cana, ma anche al pozzo di Giacobbe nel dialogo con la Samaritana, troviamo l’elemento dell’acqua che rappresenta la verità e lo spirito che Gesù rivela e dona. Sembra che l’acqua preannunciasse le nozze cioè il legame che si viene ad istituire tra Gesù e coloro che vengono a lui e credono in lui. Tale unità, espressa attraverso le nozze, non ha altro fine che l’adorazione di Dio, il compimento della sua volontà. La relazione che unisce Gesù a coloro che credono in lui è assimilata alla relazione di uno sposo con una sposa.

Il matrimonio, dunque, risulta essere lo scopo di tutto il racconto della nuova creazione. Gesù dirà a sua madre: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2, 4). Parla dell’ora della croce sulla quale, da sposo, sigillerà la nuova ed eterna alleanza proprio attraverso un matrimonio, forte più della morte, che unirà a sé tutti gli uomini. Il matrimonio che sembrava essere marginale in realtà è il linguaggio utilizzato da Dio per unire a sé tutti gli uomini. Le nozze con la loro unicità ed indissolubilità sono la categoria pensata e voluta da Dio fin dal principio per poter manifestare l’amore di donazione totale di Dio. Il Concilio Vaticano II, a conferma di quanto detto, ha definito il matrimonio «come immagine e partecipazione dell’alleanza d’amore del Cristo e della Chiesa» (Gaudium et spes, 48). Alla luce delle parole del Concilio, oggi è di vitale importanza per la Chiesa sviluppare un’adeguata teologia dell’amore che aiuti i fedeli a vivere l’unione tra loro e con Dio. L’uomo oggi ha smarrito la verità dell’amore, le sue giare sono piene di altro. Che tipo di amore propone Gesù? Egli parla di un amore obbediente. Il vangelo di Giovanni si conclude con il dialogo tra Gesù e Pietro (tra Gesù e il discepolo che più lo amava), in cui per tre volte Gesù prima chiede amore e obbedienza dandogli il comando di pascere le sue pecore. Anche l’amore tra Gesù e il Padre si esprime attraverso l’obbedienza «ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato» (Gv 14, 31). Potremmo pensare che Cristo, nella nuova creazione, incarnando l’amore obbediente ricrei e risani l’umanità dalla disobbedienza originaria commessa dalla coppia genesiaca. L’amore, dunque, ha un’unica natura: fare la volontà di un altro, volere il meglio per l’altro e, quindi, morire un po’ a se stessi. Gli sposi, in quest’ottica, sono chiamati ad obbedire al Noi coniugale o al compito di aiutare i figli a crescere al meglio. D’altra parte anche i presbiteri vivono quest’amore obbediente nei confronti del Vescovo, Cristo in terra, come sono chiamati a vivere l’obbedienza verso la loro comunità, che sono chiamati a sposare. La vicenda di Cana, dunque, si dipana durante un matrimonio piuttosto come indizio di una realtà ben più profonda. Lo Sposo, adombrato in quelle nozze, viene ad offrire a tutti il vino buono dell’obbedienza come prodotto della trasformazione dell’acqua della disobbedienza. Si tratta di una possibilità offerta a tutti coloro che seguono la madre nell’indicazione di fare ciò che egli indicherà.

Se è piaciuto a Dio manifestare la verità dell’amore nell’amore di Cristo e della Chiesa, in cui trova la sua origine, allora, separato da questa radice, l’amore umano rischia pesanti degenerazioni. Lasciato a se stesso, l’amore umano, si trasforma in passione distruttiva deturpata dalle forme di possesso che tante volte osserviamo nei fatti di cronaca. Esso è, invece, affidato all’intervento del Cristo, una forza che costruisce. L’amore umano, sembra essere in sintesi il messaggio che ci viene da Cana, va amato, guidato e custodito, così da trasformarsi nell’amore obbediente che, come la Risurrezione testimonia, è forte più della morte.




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.

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