Prof e alunni: consuntivo di tre anni avventurosi dopo la pandemia

6 Luglio 2022

dad covid

Gli esami sono finiti e alla fine di questo straordinario triennio, i mondi personali hanno assunto una dignità maggiore. Anche i docenti hanno di che interrogarsi al di qua della cattedra. L’ultimo esame ha posto la domanda più profonda: questi alunni hanno frequentato una scuola depotenziata che li ha preparati poco? Sono di livello inferiore rispetto ai colleghi pre-Covid?

La pubblicazione degli esiti, avvenuta qualche giorno fa, ha sancito la fine dell’anno scolastico per i ragazzi di terza media. Tutto normale, si dirà. La solita routine. È il ventesimo anno che finisco gli esami. I ragazzi, per grazia e per necessità, all’esame stupiscono sempre. Il più delle volte in positivo. Dunque c’è sempre qualche sorpresa che viene fuori da questo segmento dell’anno scolastico. Gli esami per certi versi si somigliano, per altri si differenziano. Quelli di quest’anno no. Sono stati diversi per molti aspetti. Introdotti dal solito articolo qualunquista che ne chiede l’abolizione, ribadisco che gli esami servono. Non sono inutili. E non servono ai docenti. Servono agli alunni. Servono a crescere. Servono ad avere timore. Ad imparare ad affrontarlo. A fare i conti con quella costante e insopprimibile voglia di scappare, di evitarli. Hanno a che fare con la vita adulta e l’ineluttabilità dei bivi di fronte ai quali questa ci mette. Non c’è adulto che possa liberarci da questa incombenza. Per dirla con le parole di una vecchia canzone di Ligabue, “quando tocca a te, tocca a te”. E lo leggi sul volto di tutti. Anche di quelli che per tre anni hanno mostrato superficialità e distanza. Questa volta no. Si sono impegnati. Ce l’hanno messa tutta. Hanno tirato fuori quasi tutto il potenziale che avevano in corpo e uso il quasi perché si può sempre fare di meglio. 

Questi esami, tuttavia, qualcosa di veramente speciale lo avevano. Sono i primi dopo gli anni dell’emergenza sanitaria che sta diventando, mentre scrivo, finalmente endemica. Facendo due conti prima dell’inizio, ho ripercorso l’intero triennio. Questi ragazzi sono entrati al primo anno della scuola secondaria di primo grado nel settembre del 2019. Dall’altra parte del mondo, in quei giorni faceva la sua comparsa un minuscolo virus che di lì a qualche mese avrebbe messo a dura prova il nostro vivere civile. Questi ragazzi sono stati a scuola fino a dicembre dello stesso anno. Nel gennaio del successivo, una strana influenza costrinse più della metà degli alunni ad assentarsi. Normale influenza, si pensò. Giusto il tempo di riaverli in classe tutti che, nel mese di febbraio, verso la fine, il Governo prese la drastica e drammatica decisione di chiudere le lezioni in presenza. Avevamo parlato con questi ragazzi della minaccia del coronavirus. Chi legge il blog da qualche anno sa che riportai a loro ciò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci diceva. 

È una semplice influenza, si disse, meno grave di quelle stagionali. Non c’è di che preoccuparsi. Si trattò della prima di una lunga, drammatica serie di topiche prese dall’Organizzazione. Anche di questo abbiamo parlato con i ragazzi. Di fronte alle novità, anche i luminari sono costretti ad andare a … lume di naso e possono sbagliare. Grande insegnamento ricevuto dagli eventi degli ultimi tre anni. Gli uomini di scienza sono umili. Gli scientisti sfegatati spesso sbagliano, volendo attribuire alla scienza poteri e tempi che questa non ha e non può avere. Non è onniscienza. È semplicemente scienza, ovvero disciplina che procede per passi codificati che prevedono anche il fallimento. Sta di fatto che tutti fummo gettati in un mondo virtuale di cui avevamo avuto solo qualche avvisaglia. Durante il primo periodo di lockdown fummo costretti a cambiare diverse piattaforme, impreparati come eravamo. L’altra lezione che imparammo fu impartita da quei ragazzi che in aula, durante certe lezioni, erano maggiormente recalcitranti. Alcuni di essi, mostrarono in quei mesi, straordinario spirito di adattamento ed intraprendenza, mettendosi al servizio degli altri e sovvertendo l’usuale ordine dei valori. Questo fatto ha insegnato a me una valutazione sicuramente diversa, più variegata e più aperta. Forse per la prima volta, abbiamo visto, sul campo, le tanto decantate competenze. Altro che compito di realtà! 

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Qui era la realtà che forniva un clamoroso compito che chiamava tutti, anche docenti e genitori, a tirare fuori tutte le proprie conoscenze e a trasformarle in azioni finalizzate alla sopravvivenza della scuola ed in definitiva alla crescita dei figli. Non fu nemmeno necessaria la carota del bel voto a fine anno giacché il ministro Azzolina si affrettò ad annunciare che tutti sarebbero stati promossi. Dunque non si lavorava per il premio, ma per la sopravvivenza. Questa cosa fu maggiormente evidente alla secondaria di Primo grado. Alle superiori, qualche alunno di troppo ha approfittato degli eventi. In qualche istituto superiore, infatti, in questi giorni, agli alunni con giudizio sospeso è stato chiesto di studiare gli argomenti svolti in quei mesi. C’è un vulnus da ricucire, un buco da riempire evidentemente. Lo spunto che ne traggo è un’idea che mi solletica da un po’ di tempo: e se eliminassimo i voti e le promozioni? Finì l’anno scolastico, senza esame di primo ciclo. Il secondo anno si apprestava ad essere diverso ed, invece, è stato svolto quasi del tutto on line, su piattaforme perfezionate, con compiti e valutazioni digitalizzati. Una scuola diversa, in una realtà parallela, nella quale non si poteva nemmeno litigare col compagno di banco. Ecco un altro grande desaparecido di questi anni. Oggi abbiamo quasi ovunque banchi singoli e questa cosa segnerà un’epoca. In quel tempo, integrare ha significato fornire una connessione ed un dispositivo. Si è trattato di un’integrazione asettica. Colloqui, Collegi, Consigli, Elezioni dei rappresentanti sono stati svolti totalmente on line. Un metaverso ante litteram, con buona pace di Zuckerberg e della sua ultima creatura digitale. Ultimo mese in presenza, però. Piccolo spiraglio di luce. Inizia il terzo anno, sulla non per tutti reale sicurezza garantita dai sieri (gli alunni hanno imparato la differenza tra questa parola ed un vaccino) inoculati in quantità più che industriali. Non tutti erano d’accordo sullo stare in presenza. Tra i docenti, i familiari ed i ragazzi, numerosi sono gli ipocondriaci. Le notizie urlate in tono ansiogeno dai Tg non hanno certo aiutato. Parenti fragili conviventi, alunni effettivamente cagionevoli di salute, docenti spaventati dalle scelte di colleghi che non volevano sottoporsi alla somministrazione e dalle frequentazioni degli alunni più grandi al di fuori della scuola hanno generato un clima paradossale nei corridoi delle nostre scuole per cui dagli occhi si intravedeva una certa voglia di soffermarsi a parlare che tuttavia finiva frustrata dalle paure e dai regolamenti sempre più numerosi e controversi e anche contraddittori. 

È stato l’anno in cui abbiamo sperimentato la didattica mista con alcuni alunni a casa, perché positivi, e gli altri in aula. Anche questo si è riuscito a fare. Alla fine di un triennio così convulso, stupisce eccome, vedere che le competenze di questi ragazzi ci sono e sono tutte lì rafforzate, addirittura, da questa straordinaria impresa collettiva che è diventato il dovere di condurre in porto la barca della scuola. Arrivano gli esami. Ritorna lo scritto di Italiano, quello di matematica. Ritorna il colloquio. Ritorna la prova faccia faccia, in tre dimensioni. Sì. È vero, le prove scritte non sono andate benissimo e ciò si può spiegare col fatto che le esercitazioni “scritte” sono state svolte al computer, su moduli e questionari. Ci può stare qualche defaiances. A posteriori penso che avremmo potuto pensare ad una forma di esame che fosse più simile a ciò che hanno svolto nel triennio, ma ormai è andata. Il colloquio, invece, stupisce. Quasi tutti i ragazzi danno il meglio di sé. I timidi si vincono. I logorroici diventano schematici. I confusionari hanno messo ordine nei loro discorsi. Il piccolo lord trova il modo di fare dell’ironia studiata e piazzata al momento giusto. Ognuno tira fuori qualche talento che era tenuto leggermente nascosto o che passava in secondo piano. Ne scaturiscono delle esposizioni di mondi interiori, fatte di passioni che troppo spesso la scuola, ancora troppo legata al fantomatico programma ministeriale (che ormai è una scusa, perché di fatto è un concetto secondario nella scuola) da svolgere, non riesce ad intercettare. Dal colloquio deriva un ritratto dell’alunno a tutto tondo che gli adulti, anche i familiari, hanno cercato, fortunatamente invano, di appiattire alle due dimensioni del piano del banco. Quella che passa sul banco è una rappresentazione, ma la vita è di più. Ogni persona è un di più. Sempre oltre. Dalla cattedra questo fatto è sempre più evidente. Anche per questo, ingabbiare tutto in un numero, il voto, è esercizio sempre più retrò ed inutile. Mai come durante gli esami di quest’anno, sono saltate fuori passioni personali diverse che vanno dalla musica, a Harry Potter, ai personaggi della Marvel, alle figure trascurate della storia della scienza in particolare e della storia più in generale. Tutti riletti alla luce delle discipline studiate a lezione. Alla fine di questo straordinario (cioè non ordinario, nel bene e nel male) triennio, i mondi personali hanno assunto una dignità maggiore. Anche i docenti hanno di che interrogarsi al di qua della cattedra. L’ultimo esame ha posto la domanda più profonda. Il ragazzo, durante il percorso scolastico, si era come disconnesso dalla realtà della classe. Sembrava distratto, lontano. Poi ti arriva preoccupato davanti al “plotone d’esecuzione” della commissione d’esame (deve averlo visto così per come era pallido) e tira fuori una reazione di orgoglio e di dignità che è una lezione per tutti. E lascia nell’animo il quesito aperto: è stato fatto veramente tutto per integrarlo, per accoglierlo, per tirarne (ex-docere) fuori tutte le qualità? Almeno a me lascia un compito per l’estate: rivedere tutte le prassi e le azioni, riproporsi a settembre, maggiormente accogliente, provare strategie nuove.

Un’ulteriore domanda ci si pone alla fine di questo particolare triennio: questi alunni hanno frequentato una scuola depotenziata che li ha preparati poco? Sono di livello inferiore rispetto ai colleghi pre-Covid? Non credo. Anzi, considerate le difficoltà affrontate, mi sento di poter affermare che essi forse sono maggiormente pronti alle intemperie della vita. Sono stati meno protetti da quella campana di vetro che di solito è la scuola. Hanno già attraversato diverse tempeste. Sono più aperti alle novità. Sanno pescare meglio dalla saccoccia della loro conoscenza per trarne competenze diversificate. Forse sapranno qualche nozione in meno, ma sono sicuramente più pronti. Il loro percorso sarà diverso. Sarà mosso da motivazioni diverse rispetto a quelle che muovevano i ragazzi di qualche anno fa. Sanno scavare meglio nella realtà e nei libri, ma anche nella rete. Non che l’emergenza sanitaria sia stata una benedizione. Però certamente ha costituito una scossa per queste generazioni. Tale fermento e queste capacità ora non andrebbero perse. Andrebbero coltivate e aiutate a sviluppare. Questo richiede una mentalità nuova anche ai docenti e alle famiglie. Sapremo essere all’altezza del compito? Sapremo essere consapevoli che indietro non si tornerà più? Che la “vecchia” scuola è finita? Che nuove prassi e nuovi contenuti vanno escogitati ed attuati? Da questa parte della cattedra ci stiamo attrezzando. Lo stesso va chiesto alle famiglie che stanno dall’altra parte.    




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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.


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