CORRISPONDENZA FAMILIARE

Non aspettiamo la politica. Diamoci da fare

19 Settembre 2022

È tempo di agire. Abbiamo il sacrosanto dovere di scuotere le coscienze. Annunciare il valore della vita, denunciare l’aborto come un crimine odioso e sostenere le mamme che hanno scelto di accogliere la vita. Sono tre aspetti complementari del ministero della vita. Possiamo discutere sulle modalità della comunicazione ma non possiamo evitare di offrire provocazioni. Non viviamo in attesa di quello che la politica può e deve fare. Non affidiamo alla politica quel compito che spetta ai credenti e agli uomini di buona volontà.

Nella campagna elettorale – udite, udite – entra anche il tema dell’aborto. Nessuno vuole abolire la Legge 194, per carità. Tutti la considerano ormai un “pilastro della vita sociale” (mons. Paglia docet), un totem intoccabile, un dogma indiscutibile. Quando si comincia a ragionare in questi termini così assoluti, quando la più semplice critica viene ritenuta un’offesa di lesa maestà, si scivola nella dittatura del pensiero. Ricordo a tutti che non stiamo parlando della Costituzione – che pure può essere modificata – ma di una Legge che, come ogni altra opera legislativa, può e deve essere soggetta ad una lettura critica, può e deve essere modificata. In questo caso, può e deve essere abolita. 

Qualche settimana fa, nel generoso tentativo di difendere l’indifendibile, il portavoce di mons. Paglia aveva equiparato la posizione dell’attuale Presidente della Pontificia Accademia per la vita a quella del cardinale Camillo Ruini. Niente di più falso. Gli interventi contro l’aborto sono innumerevoli e fatti proprio nella veste di Presidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana). Mi limito a qualche citazione: 

“Ben diverso è, purtroppo, il segnale che viene dalla corsa, in atto in alcune regioni, ad introdurre l’uso della pillola abortiva RU-486. Si compie così un ulteriore passo in avanti nel percorso che tende a non far percepire la reale natura dell’aborto, che è e rimane soppressione di una vita umana innocente” (Prolusione all’Assemblea generale della CEI, 14 novembre 2005).

Ruini non aveva paura di definire l’aborto “delitto abominevole”, citando così il Vaticano II (Gaudium et spes, 51). Anzi, dichiarava che, anche se la gravità di questa scelta “si va purtroppo oscurando nella coscienza di molti, l’aborto “rimane un atto intrinsecamente illecito che nessuna circostanza, finalità o legge umana potrà mai giustificare” (15 maggio 2006). Egli sapeva bene di dire cose scomode, come ricorda nell’intervento già citato:

“sappiamo bene che questo nostro impegno è spesso mal tollerato e visto come indebita intromissione nella libera coscienza delle persone e nelle autonome leggi dello Stato. Ma non per questo possiamo tacere, o sfumare le nostre posizioni”.

La condanna dell’aborto era netta perché la promozione della vita appartiene a quelli che Papa Benedetto aveva denominato “principi non negoziabili”, cioè quelle scelte etiche che strutturano la vita sociale e sono la premessa per perseguire la dignità di tutti. 

Leggi anche: Ritrovare le ragioni per parlare di vita e non di aborto

Una posizione chiara, come quella di Ruini, eco fedele del magistero della Chiesa, suscitava un confronto nel mondo cattolico e mobilitava energie per un impegno a favore della vita. Oggi invece regna un grande silenzio. Nessuno ha voglia di prendere posizione, tutti zitti, come bravi scolari che non vogliono disturbare la lezione. Pochissime le iniziative e quelle poche non hanno eco mediatica. Siamo troppo timidi e poco intraprendenti, meritiamo davvero l’amaro rimprovero di Gesù: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (16,8). 

È tempo di agire. Abbiamo il sacrosanto dovere di scuotere le coscienze. Annunciare il valore della vita, denunciare l’aborto come un crimine odioso e sostenere le mamme che hanno scelto di accogliere la vita. Sono tre aspetti complementari del ministero della vita. Possiamo discutere sulle modalità della comunicazione ma non possiamo evitare di offrire provocazioni.

Non viviamo in attesa di quello che la politica può e deve fare. Non affidiamo alla politica quel compito che spetta ai credenti e agli uomini di buona volontà. Spetta a noi promuovere una cultura della vita e scrivere pagine sempre nuove di quella carità che difende e custodisce il valore della vita in ogni stadio e condizione. 

San Giovanni Bosco non ha atteso una legge ad hoc per dare accoglienza ai ragazzi sbandati della Torino di metà Ottocento. All’ombra del santuario dedicato alla Vergine del Rosario di Pompei, il beato Bartolo Longo non ha atteso finanziamenti pubblici per aprire le porte ai bambini poveri, orfani e abbandonati. A metà del Novecento, molto prima che la legislazione riconoscesse alla famiglia un ruolo di prim’ordine nell’affidamento sociale dei minori, don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, aveva intuito e realizzato un’opera in cui erano proprio gli sposi ad accogliere i più piccoli. 

La storia si costruisce con il cuore e le mani, con la preghiera e le opere. Si costruisce faticando e soffrendo, se necessario. Non attendiamo gli altri. Diamoci da fare. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.




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