“Guida bioetica per terrestri”: Giulia Bovassi aiuta a riflettere nell’era del relativismo etico

Giulia Bovassi racconta la sua vocazione: “L’interesse per la bioetica è maturato durante gli studi filosofici universitari, dove ho avuto modo di entrare in contatto con l’anima della bioetica. Posso dire, però, che l’incontro decisivo è dovuto a due eventi poco distanti tra loro…”. Di seguito potete leggere per intero l’intervista che le abbiamo fatto.

Giulia Bovassi ha fatto della bioetica la sua missione. Classe 1991, ha nel suo curriculum studi filosofici presso l’Università degli Studi di Padova. Licenza in Bioetica e perfezionamento in “Neurobioetica e Transumanesimo” presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), attualmente è una giovanissima ed apprezzata bioeticista. Ha conseguito un master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale, presso l’Università Europea di Roma e l’APRA, collaborato con il Comitato Nazionale per la Bioetica come intern ed è ricercatrice presso la Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani. Nonostante la giovane età ha all’attivo diverse pubblicazioni accademiche e anche alcune opere di saggistica.  Oggi vorremmo parlare con lei dell’opera “Guida bioetica per terrestri. Da Fulton Sheen al cybersesso”, edito da Berica Editrice.

Dottoressa Giulia, partiamo da lei: quando ha scoperto la passione per la bioetica? Quando ha capito che poteva diventare la sua strada per la vita?

L’interesse per la bioetica è maturato durante gli studi filosofici universitari, dove ho avuto modo di entrare in contatto con l’anima della bioetica, complessa, transdisciplinare, ma essenzialmente filosofica perché si occupa di condurre analisi di natura etico-antropologica. Posso dire, però, che l’incontro decisivo è dovuto a due eventi poco distanti tra loro. Il primo riguarda l’incarico da parte di un mio docente della scuola secondaria di secondo grado, a condurre una ricerca sul problema del testamento biologico e l’etica del fine vita da esporre durante un incontro con altri docenti, medici, filosofi e storici. Completamente ignara sugli effetti che ogni dibattito bioetico comporta negli animi delle persone, nei dibattiti culturali e/o accademici, e praticamente senza conoscere ancora la specificità della bioetica, esposi una ricerca basata su voci sia favorevoli sia contrarie, dando materiale per dedurne una conclusione bioetica. Lavoro che scatenò reazioni inaspettate, tra cui il plauso per l’onestà intellettuale, nonostante -senza saperlo- mi trovassi in un contesto dove ero l’unica voce contraria sul tema. Il secondo episodio è molto personale e riguarda la tragica, improvvisa scomparsa di un amico di famiglia, mio coetaneo, a seguito di un fatale incidente stradale. La famiglia decise per la donazione degli organi e questo attirò la mia attenzione, spingendomi a compiere ulteriori indagini per comprendere meglio i risvolti etici della pratica. Assieme, questi due eventi hanno provocato in me quella sete di conoscenza bioetica sviluppata negli studi e senza dubbio alimentata anche da una partecipazione attiva -non solo intellettuale- in difesa della Vita. L’istante in cui la realtà mi ha mostrato la verità sull’aborto ho capito che queste “coincidenze” (o “Dio-incidenze”) non le avevo scelte, mi erano capitate affinché potessi accogliere la chiamata alla Bioetica con piena libertà e senso del dovere. La bioetica personalista, quella cioè che ricalca i valori cattolici, non la si sceglie, in un tempo e in una società come quelli attuali, per se stessi perché è una strada scomoda, sconveniente, sorda alle orecchie del mondo, che quindi preferisce evitarti. Non si può che sceglierla per vocazione, per un senso del dovere verso il Bene, il Bello e il Vero. 

Lei attualmente è una bioeticista affermata, tuttavia si legge nella descrizione del libro che è “rivolto a chiunque”, non solo agli “addetti ai lavori”. Quali sono le tematiche principali che troviamo nel testo?

Il testo nasce come umilissimo tentativo di offrire un’alternativa a quello che potremmo definire il paradigma della post-modernità secolarizzata e moralmente obnubilata, che certamente circonda anche i temi bioetici, in particolare quando arrivano alla grande massa, sia nel senso più politico del termine sia nel senso del singolo individuo o della coppia che si trova protagonista di qualcosa fino a quel momento oggetto di palleggi mediatici o propagandistici. 

Abitiamo l’epoca dello scetticismo radicale e del relativismo dogmatico: non solo, infatti, la società -anche e, spesso, soprattutto a livello politico- è a digiuno dagli insegnamenti dell’antropologia e dell’etica, pensando che questi siano cosa altra dall’essere umano e dal suo vivere socio-relazionale, bensì “l’antropologia liquida” (come l’ho definita nel mio primo testo “L’eco della solidità”) presiede una rarefazione del valore normativo e prescrittivo della legge morale naturale. In definitiva, se la religione viene ossessivamente destituita in quanto oppiaceo dei popoli, oggigiorno accade anche alla metafisica e all’etica. Il paradosso di ambedue questi presupposti è trovarsi, nell’epoca contemporanea, a fare i conti con -appunto- uno scetticismo radicale e contraddittorio, un relativismo dogmatico e la condizione ideologica del “bipensiero” o “nerobianco” per dirla con G. Orwell, che di fatto -e lo vediamo quotidianamente in quel che definiamo comunemente come “pensiero unico” o “politicamente corretto”- sta implodendo in se stessa poiché ha posto alla base l’equiparazione tra “opinione ed etica”/”emotivismo ed etica”, tradendo ogni categoria del pensiero critico. 

Da qui, allora, nasce l’idea del libro…

Sì, ecco quindi il mio umile tentativo di creare un pertugio in questo dinamismo veloce ed estenuante della nostra epoca (dove il confronto anticonformista su questi temi rasenta la censura con un inquietante atteggiamento di intolleranza e discriminazione) dando qualche spunto non manualistico attorno alcuni dei grandi temi della bioetica cosiddetta di “inizio vita”. “Guida bioetica per terrestri” vuole essere alla portata di tutti, ma non senza uno sforzo di pensiero e non senza mostrare la complessità di temi che toccano, letteralmente: l’identità; il rapporto con il nostro corpo e la sessualità che oggigiorno viene estratta dal rapporto con la complementarietà, con la genitorialità cedendo ad un narcisismo tipico della società della prestazione in cui vige un’ipertrofia dell’io individualista; la famiglia e il significato di “amore sponsale”; l’invadenza della tecnica nell’atto procreativo, che ne ha rivoluzionato il significato scindendolo dal valore sponsale e dando all’uomo una nuova forma di dominio biotecnologico; le inedite declinazioni della maternità surrogata quale forma di bioschiavitù; il declino rapido della società pornocratica verso le nuove frontiere della solitudine sessuale consentite dalla tecnologica -e parlo del cybersesso; il diritto alla vita, la parabola abortista che conduce all’aborto post-nascita e, in definitiva, alla perdita del valore filiale nella società. Affronto anche i grandi tabù degli ultimi decenni, quelli dati per assodati sui quali è considerato folle o fanatico tornare ad interrogarsi, mostrandone il grande potenziale di condurre ad una bellezza alternativa alla fatica dei molti “perché” attuali, e sto parlando della castità e della contraccezione (e, a dirla tutta, offro qualche provocazione anche sulla convivenza e sul femminismo radicale). Due innominabili sui quali un gigante come Fulton Sheen riesce a stravolgere un’intera struttura di pensiero dicendo, e qui lo sintetizzo indebitamente, che l’uomo è libero nell’equilibrio, nell’ordine, nella virtù. Ma può capirlo solo se decide di lasciarsi stupire dal significato che vi sottostà. 

Leggi anche: Come conciliare i diritti del concepito e quelli della donna? La risposta del giurista Rafael Santa Maria D’Angelo (puntofamiglia.net)

Ha dei consigli per affrontare temi di bioetica con i giovanissimi? 

Penso che i ragazzi oggi oltre alla (bio)etica, che si rifà a precisi contesti dell’etica applicata, ovvero a quelli legati alle scienze della vita e della salute, abbiano bisogno di metafisica, antropologia e teologia morale. Di essere formati alle categorie del pensiero in grado di dar loro strumenti per orientarsi dinanzi alla scelta e che aiutino a comprendere la verità antropologica sulla persona umana, anticamera per rapportarsi con senso profondo di rispetto e pudore alla sacralità che incarna che esige rispetto. 

Se c’è una cosa che oggigiorno mette in crisi i giovani è la costrizione generata dall’aut-aut, poiché comporta una responsabilità e delle rinunce. 

Sappiamo bene che la società dei consumi e dell’utopia del benessere producono uno stato di inerzia della sopravvivenza, senza che vi sia partecipazione viva, attiva, cosciente. Inoltre, scetticismo e relativismo alimentano la malsana concezione che l’etica non sia altro che emotività, alla peggio pura opinione soggettiva. 

Tant’è che giovani, ma con loro anche tantissimi adulti, si prestano alle direttive morali impartite dagli “influencer” di turno senza che vi sia alcuna struttura di pensiero, alcuna competenza, men che meno autorevolezza nella fonte.

Parliamo un po’ del potere dei social…

L’estrema digitalizzazione, il suo impatto pervasivo, genera quel che si definisce una “quantificazione del sé”, che da un lato esaspera il narcisismo, mentre dall’altro normalizza, appiattendo le differenze di pensiero e opinione. Quanto consegue sono bolle di autoaffermazione che minano alle radici lo sviluppo di un pensiero critico. 

Inoltre, una società della prestazione, fornisce continue conferme che sofferenza, limite, dolore, rinuncia, delusioni, equilibrio siano aspetti accidentali, confutabili e di poca attrattiva perciò, se possibili, eliminabili tramite l’inseguimento di standard di benessere e presunta felicità sempre maggiori e per questo insoddisfacenti. Quel che i giovani spesso non comprendono è la logica dipartita di una simile visione dell’esistenza che chiede loro il conto quando tutti questi “evitabili” fanno capolino nella loro esistenza reale, non digitale e irrompono con la domanda di senso. Ovviamente sono aspetti che non generano popolarità oppure, se la generano, spesso è dovuto a messaggi che veicolano una sorta di eroica “auto-salvezza” dell’individuo, di sconfitta e controllo totale sulla vulnerabilità. L’inganno perfetto e un terreno fertile per coltivare logiche utilitariste verso i grandi temi della bioetica.

Quindi?

Quindi penso che sia doveroso educare agli argomenti bioetici in maniera rigorosa, competente, pedagogica per evitare che i ragazzi si prestino come una tabula rasa ad assorbire tutto ciò che ricevono, in particolare quando si tratta di potenziali ferite mortali per la loro vita, la loro salute, la loro anima. 

È necessario per contribuire al processo di maturazione morale e umana dei ragazzi, ma anche per dar loro una presenza prossimale vigile, concreta ed empatica. Molto spesso quanto accade in quest’arco temporale incide considerevolmente a breve e/o lungo termine tanto nel danno quanto nel beneficio. 

Per questa ragione ritengo auspicabile che si dispongano in questa importante parentesi maturativa le fondamenta per garantire ai ragazzi gli strumenti utili al discernimento etico e, nello specifico, bioetico. Non è certamente semplice, poiché la bioetica in sé presuppone la complessità. Non è semplice anche perché questo lavoro richiedere competenze specifiche da parte di chi insegna e, a sua volta, ciò imporrebbe maggiore offerta formativa su tutto il territorio nazionale, mentre oggi la maggioranza delle persone non sa nemmeno che esista la bioetica o cosa implichi il percorso di studi in questo settore. 

Sessualità, aborto, contraccezione, eutanasia: la sua visione su questi temi, che ha come fondamento un’antropologia cristiana, è spesso attaccata. Quali sono le principali resistenze e critiche che riceve?

Su queste, così come sulle grandi tematiche del fine vita affrontate dalla bioetica personalista, vige un pregiudizio difficile da estirpare, anzi ben radicato grazie a sentimenti d’odio e ostilità che genera: coloro che si pronunciano “laicamente” secondo modelli etico-antropologici che ricalcano la teologia morale cattolica è, a priori, qualcuno il cui giudizio viziato da criteri etici di tipo dogmatico, confessionale (in senso dispregiativo), retrogradi e di nicchia, quindi non universalizzabili. 

Inoltre, vige il pregiudizio infondato e dettato da un’ignoranza diffusa, che il giudizio etico cattolico sia costitutivamente un negativo assoluto, un limite incapace di guardare al futuro come progresso. Quel che si dimentica è che l’indiscriminata apertura al progresso, dove quest’ultimo viene assunto come un bene a prescindere, ha prodotto, produce e produrrà inevitabilmente abusi dell’uomo sull’uomo, prodotti e/o seguiti da un generale impoverimento del ruolo dell’uomo all’interno della società: il privilegio di essere il solo essere vivente a potersi porre la domanda essenziale sul bene e sul male. Una funzione che la morale cattolica risalta e dispone come strumento preventivo, prudenziale e sapienziale a servizio della storia. 

L’Uomo è la creatura chiamata a custode del Creato. Logiche liberaliste e moderniste, invece, le medesime che fanno molta retorica sulla tolleranza, i valori democratici di libertà, equità, non discriminazione e fratellanza (o sorellanza) universale, davanti a persone come me (lo dico riportando un’esperienza diretta vissuta durante un convegno sul fine vita al quale ho partecipato come relatrice in “dialogo” con esponenti radicali pro-eutanasia), pubblicamente invitano la cittadinanza a censurarmi, a non darmi voce per la formazione politica a causa della mia formazione in ambienti cattolici. Purtroppo, simili atteggiamenti – questi sì- discriminatori impediscono ogni scambio reciproco, ogni “dialogo” e fossilizzano antagonismi.  Sento di rispondere, infine, che l’insegnamento coerente, fermo e coraggioso della morale cattolica, pur rimanendo anche per la Chiesa una sfida e un compito inesauribile, ha sempre resistito alle sferzate inferte dalle svariate ondate di resistenza anti-cattolica susseguitesi nella storia. Queste, al contrario, evaporano nelle loro contraddizioni. 




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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